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FILOSOFIA 14 Dicembre Dic 2015 1100 14 dicembre 2015

Antisemita o no? Il dibattito su Martin Heidegger

La critica agli ebrei? Un questione di metafisica. Nessuna difesa dell'Olocausto. La ricercatrice italiana Brencio a L43 si schiera con l'autore di Essere e tempo.

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Sono passati 39 anni dalla morte di Martin Heidegger, ma il processo al filosofo di Essere e tempo non è mai stato vivo come in questo momento.
La pubblicazione dei Quaderni neri ha sollevato un polverone, aggiungendo un altro tassello al mosaico già complesso e controverso che componeva il ritratto del pensatore tedesco.
All'interno degli appunti presi tra il 1931 e il 1948 sono state rinvenute infatti 14 proposizioni che gli sono valse la qualifica di antisemita.
VATTIMO: «ANTISEMITA INDISPENSABILE». È così per Peter Trawney, curatore dei Quaderni neri, e per Donatella Di Cesare, autrice di Heidegger e gli ebrei e dimessasi dalla carica di vicepresidente della Heidegger Gesellschaft nel marzo 2015.
Persino Gianni Vattimo, che aveva sempre escluso una matrice razzista nel pensiero di Heidegger, è arrivato a definirlo «antisemita indispensabile».
Francesca Brencio, ricercatrice in Filosofia e Scienze umane alla University of Western Sydney affiliata al Torch (Oxford phenomenology network) e in procinto di chiudere un post dottorato a Friburgo, la pensa diversamente anche da lui.

Francesca Brencio, curatrice de La pietà del pensiero - Heidegger e i Quaderni neri.

Da curatrice del volume La pietà del pensiero – Heidegger e i Quaderni neri (Aguaplano – Officina del libro, 2015), ha lavorato con un gruppo di studiosi italiani e stranieri agli appunti incriminati, concentrandosi in prima persona proprio sulla questione dell'antisemitismo.
Ed è giunta a una conclusione: «A essere sbagliata non è tanto la risposta, quando la domanda».
«NON È UN CONTROCANTO POLEMICO». È stato un lavoro lungo e faticoso: «Ci siamo interrogati per oltre un anno sul contenuto dei volumi 94-97 della Gesamtausgabe (l'edizione completa delle opere di Heidegger pubblicata dalla Vittorio Klostermann, ndr)», ha spiegato a Lettera43.it, precisando come il libro non si voglia porre come «un controcanto polemico alle conclusioni di altri colleghi», perché «si può arrivare a un gran numero di posizioni diverse che poi devono essere messe alla prova del confronto con i testi».
Quelle 14 proposizioni, «pochissimi passaggi marginali nel contesto delle oltre 1.900 pagine di appunti solo parzialmente tradotte in italiano», non possono bastare a condannare Heidegger: «È mia convinzione che non si può parlare di un antisemitismo che tocchi da vicino il pensiero di Heidegger e le sue opere. Non si può mappare, in tutta la Gesamtausgabe, un uso sistematico di una strumentazione antisemita, sotto nessuna delle declinazioni di antisemitismo ontologico o metafisico», ha proseguito Brencio, «a me sembra che la problematica sia molto più complessa».
UNA BATTAGLIA CONTRO LA METAFISICA. Il tutto dovrebbe essere iscritto nel contesto del pensiero di Heidegger, e in particolare nella sua ostilità nei confronti della metafisica occidentale, colpevole di aver cancellato il senso della domanda dell'Essere, confondendolo con la semplice presenza.
Un processo che ha come causa la matrice giudaico-cristiana dell'Occidente, «ovvero quell'insieme di concetti, pensatori e opere che ha scalzato il pensiero greco per sostituire ad esso un pensiero che si basa sulla relazione tra un Ens creatum e un Ente primo che lo crea: il primo passo per l'ingresso della metafisica all'interno dell'Occidente. E nel pensiero di Heidegger la metafisica non fa altro che obliare il senso della domanda dell'Essere».
Non c'è razzismo, dunque, in Heidegger. Almeno secondo chi ha curato e redatto La pietà del pensiero. «È lo stesso autore ad affermare nei Quaderni neri che la questione del ruolo dell'ebraismo non è una questione razziale ma una questione metafisica».

Il filosofo tedesco Martin Heidegger. 

La critica di Heidegger alla matrice filosofica giudaico cristiana

Persino la proposizione contenuta nel volume 97 della Gesamtausgabe, in cui Heidegger si riferisce alla Shoah parlando di auto annientamento, sarebbe da leggere in questo modo: «Bisogna essere prudenti», ammonisce Brencio, «Heidegger non sostiene che gli ebrei si siano auto sterminati. In tre brevi paragrafi parla dell'elemento giudaico in senso metafisico, dicendo 'quando l'elemento giudaico nella sua essenza metafisica entra in contatto con l'elemento stesso che lo pone in essere si ha una sorta di auto annientamento'. Quello che Heidegger vuol dire è che la metafisica occidentale si basa su una matrice teologica, teoretica e filosofica di impostazione giudaico-cristiana, ed è quella stessa metafisica che ha prodotto i campi di sterminio».
UN ACCESO DIALOGO CON LA TEOLOGIA. L'idea della ricercatrice italiana è che, nella lettura dei Quaderni neri, si debba abbandonare l'approccio manicheista e si debba invece iniziare a «leggere le proposizioni sugli ebrei nell'ottica del dialogo che Heidegger ha intrattenuto per tutta la vita con la teologia, e in tal senso potrebbero aiutarci anche i Quaderni che devono ancora uscire. Un dialogo che non è stato fatto di interrogativi e risposte semplici».
Per poter comprendere a fondo il senso delle riflessioni di Heidegger, «bisogna evitare di decontestualizzarle. Non sono un diario, ma annotazioni. Bisogna chiedersi a cosa lavorava in quel preciso momento, quali opere pensava di pubblicare, quali lezioni teneva».
D'altra parte l'adesione al nazismo di Heidegger non è mai stata in discussione. Ha avuto la tessera del partito e non l'ha mai riconsegnata, persino quando, nel 1934, ha rinunciato al rettorato a Friburgo. Una presa di distanze che lui stesso, in un'intervista allo Spiegel, aveva descritto come l'ammissione di un errore, ma che alla luce dei Quaderni neri è stata reinterpretata come il frutto della delusione nei confronti di un Reich che si era rivelato meno forte e deciso di quanto il filosofo auspicasse.
«ESPRESSIONI DI DISSENSO NEI CONFRONTI DEL REGIME». «Dipingere Heidegger come antisemita, alla luce della sua adesione al nazismo, può aiutare a chiudere il cerchio, ma nei Quaderni neri si trovano anche espressioni di dissenso nei confronti dell'orrore e del clima di terrore che si stava vivendo durante un regime che aveva creato i campi di sterminio, dove non si uccidono semplicemente delle persone, ma si producono dei cadaveri», spiega Brencio. È il trionfo della stessa tecnica che trova le sue radici nella matrice giudaico-cristiana dell'Occidente, quell'auto-implosione della metafisica che molti studiosi hanno interpretato come auto-annientamento del popolo ebraico, ma che per Brencio è altro.
«Sia ben chiaro», puntualizza, «Heidegger non può essere sollevato dalle sue parole, ma tutti gli interpreti oggi sono chiamati a interrogarsi in maniera stringente su queste domande, senza però favorire le ideologie». Chiedersi se Heidegger fosse antisemita o meno, insomma, non può portare ora a una risposta definitiva. E se questa fosse contenuta nei Quaderni neri, lo stesso autore avrebbe commesso una leggerezza imperdonabile nel non cancellarne le tracce quando, nel 1973, optò per la loro pubblicazione: «Avrebbe potuto auto censurarsi, quantomeno per evitare che la sua immagine venisse compromessa».
Era stato lui stesso, d'altra parte, a negare il suo antisemitismo in una lettera ad Hannah Arendt, sua allieva ed amante: «Le dicerie che ti inquietano sono calunnie», scriveva il filosofo nell'inverno tra il 1932 e il 1933, aggiungendo un elenco sui rapporti e i favori fatti ad alcuni studenti e borsisti ebrei.
ANCHE L'ULTIMO ASSISTENTE LO DIFENDE. Friedrich Wilhelm Von Herrmann, ultimo assistente di Heidegger, è tra i più strenui difensori del suo maestro. In un intervento pubblicato sul Corriere della Sera ha definito le accuse come strumentali, e ha messo in evidenza altre frasi dei Quaderni neri in cui vengono denunciate «la follia criminale di Hitler» e in cui il nazionalsocialismo veniva descritto come «un principio barbarico».
Ciò nonostante non è stato semplice, per Francesca Brencio e il team che ha lavorato con lei, presentare il volume nell'ambiente accademico italiano. Dopo un'anteprima a Torino con Vattimo, nel maggio 2015, ha dovuto aspettare dicembre per altri due appuntamenti a Lecce e Roma, con la Pontificia università lateranense e la Facoltà valdese di Teologia: «Voglio credere che le motivazioni possano essere state molteplici e non solo di tipo ideologico», ha spiegato a Lettera43.it, dicendosi comunque fiduciosa. «Credo che laddove c'è buona fede e volontà di capire si trova sempre il modo di dialogare. Mi piace citare Karl Jaspers, che dopo la morte di Heidegger scrisse di non aver più trovato qualcuno con cui parlare. E i due avevano idee molto diverse».
Perché, come sosteneva Heidegger nel Saggio sulla tecnica, «domandare è la pietà del pensiero», conclude Brencio. «Una pietas intesa nel suo significato originario e latino di domandare. Non dobbiamo smettere di interrogarci e interrogare Heidegger».

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