Ponte Delle Spie 151217115158
ANALISI 19 Dicembre Dic 2015 1500 19 dicembre 2015

Spettacolo, la guerra fredda non passa mai di moda

Serie tivù, libri e film: per l'industria dell'intrattenimento, il tema è un evergreen. Perché semplifica la realtà, dividendo il mondo in due. E vende più del jihad.

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Una scena del film Il Ponte delle Spie.

Chi l'ha detto che la guerra fredda è finita?
Non è mai finita, qualunque cosa serve a riattizzarla. Non finirà mai la guerra fredda perché rappresenta, in fondo, una rassicurante semplificazione di un mondo complicato, la mela spaccata in due, o di qua o di là, il bene da una parte, il male dall'altra.
E inoltre è gravida di ricordi, di pericoli atomici scampati per miracolo, di cari vecchi intrighi, film di spionaggio, imbrogli, intrugli e tutto quel gran casino avventuroso che il mondo è stato nella seconda metà del ventesimo secolo, con la definitiva affermazione di un capitalismo consumistico che, alla fine, ha sfondato pure nella metà “di là”.
ANCHE SPIELBERG 'CI CASCA'. C'eravamo tutti nella guerra fredda, ci siamo cresciuti tutti, molti vi sono invecchiati, un ex diplomatico di lungo corso come Sergio Romano può intitolare uno dei suoi ultimi libri In lode della guerra fredda, un regista come Steven Spielberg rievoca quelle atmosfere fumose nel suo ultimo film, Il ponte delle spie.
E non è revival, perché quella nostalgia canaglia è per qualcosa di mai davvero tramontato.
La guerra fredda non è mai finita, perché «cambia solo il modo di vestire», come dice Rocky Balboa, che l'ha attraversata e, da par suo, atterrata - «Io ti spiezzo in due!».
LA DIFFIDENZA NON PASSA. Se non ci credete, c'è una magnifica cartina di tornasole (non avvelenata), le attualissime serie tivù: orge di episodi zeppi di spie russe, comunque dell'ex blocco sovietico, di preferenza femmine, sensualissime e pericolose come virus del sangue, inglobate “di qua”, nell'America inconsapevole, letali come cellule dormienti che prima o dopo si risvegliano.
Per non parlare delle cricche mafiose che il crollo del comunismo e globalizzazione hanno sparpagliato per il pianeta, Stati Uniti in primis.
La diffidenza non passa e la stessa emergenza terrorista di stampo islamista fa meno paura, almeno nell'avventuroso mondo delle pay tivù.

Dalle fialette agli incantesimi virtuali: questi russi sono sempre gli stessi

Il presidente della Russia Vladimir Putin e il presidente Usa Barack Obama.

Gli hacker dai nomignoli più inquietanti sgorgano ancora invariabilmente “da là”, l'ex Oltrecortina.
Lo stesso deep web, nell'immaginario occidentale, pullula di malintenzionati dell'altro blocco dispostissimi a distruggere l'umanità in modalità 3.0. Non usano più fialette, capsule esplosive, penne a sfera che sparano micromissili, e i microfilm sono stati soppiantati da diavolerie informatiche, stringhe, codici, app maledette, incantesimi virtuali. Ma il risultato è lo stesso.
La diffidenza non si spegne, come i vestiti di Rocky, cambia solo di foggia. E nessuno capisce cosa succederà domani.
BLINDSPOT ARRIVA IN ITALIA. C'è un episodio freschissimo, che in Italia, in chiaro, arriverà solo tra qualche mese, della serie Blindspot, sulla misteriosa Jane senza memoria ma col corpo ricamato da una mappa di tatuaggi micidiali, che è costruito su tre spie russe le quali, perfettamente integrate nel way of life americano del 2015, un brutto giorno debbono tornare a fare il loro mestiere.
L'integrazione, infatti, si è trasformata in assimilazione e adesso loro sono ricattabili, non possono più sottrarsi. Ci rimette la pelle, tra gli altri, un giornalista moscovita esule, uno «che denunciava», chiosano i buoni dell'Fbi, «la corruzione e le malefatte di Putin: milioni di russi si informavano sul suo blog».
LA STORIA PROCEDE A LUNGHI PASSI. Fin troppo facile chiedersi: ma a quando risale questo telefilm? Difatti l'abbiamo appena specificato, è di quest'anno, di pochissime settimane fa.
Poche, ma bastanti a renderlo irrimediabilmente superato dalla Storia. Nel frattempo sono successe un sacco di cose: ci sono state le stragi parigine, c'è stato il Bataclan, Obama ha continuato a sottovalutare l'Isis, Putin no, la Siria è fuori controllo, la Turchia ha sgarrato, Putin l'ha punita, ma, ciò che più conta, non è più quello di ieri.
L'americano adesso ha bisogno del russo, ci sono stati vertici subito dopo Parigi, i due si sono guardati, parlati e questa volta sul serio, anche da soli.
E SE PUTIN DIVENTASSE IL BUONO? Oggi, dicembre 2015, un telefilm americano probabilmente non potrebbe raffigurare il nuovo alleato come un trafficone dedito alla corruzione e al malaffare; un episodio del genere non passerebbe sulle ricche reti statunitensi che, come è giusto, pensano al soldo ma non tralasciano di orientare il loro pubblico, di trasmettere messaggi precisi (preferibilmente orientati al più stretto politically correct), comunque di semplificare questioni troppo contorte e incomprensibili.
Forse, il nuovo amico Putin chiederà - e otterrà - un nuovo episodio per riabilitare la sua immagine e quelle delle sue spie. Almeno fino alla prossima crisi.
La guerra fredda non può finire mai.

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