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INTERVISTA 25 Dicembre Dic 2015 1800 25 dicembre 2015

Roberto Brivio: «Vi racconto cosa vuol dire essere Gufi»

Cabarettista. Cantante. Con Svampa & co ha inventato la satira politica moderna. Brivio: «Il nostro genere è morto, c'è troppa volgarità. Renzi? Parla di jella, ma...».

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Dice di sentirsi «gufo dentro», ma non «nel senso iettatorio che intende il premier Renzi».
Aggiunge che «stiamo vivendo un periodo di caos intellettuale e volgarità».
«VOLGARE NON È LA PAROLACCIA». Già, ma che cosa è davvero volgare, secondo Roberto Brivio, 77 anni, milanese di Porta Venezia, attore, chansonnier, scrittore, studioso del dialetto, ironico papà del cosiddetto “cimiterial song” (le canzoni del macabro) e - soprattutto - ex voce, chitarra e fisarmonica dei Gufi (Nanni Svampa, Lino Patruno e Gianni Magni ndr), il gruppo di cabaret che a metà degli Anni 60 ha “modernizzato” la satira sociale in Italia? «Volgare non è la parolaccia (che invece nobilita), ma l’industriale che inquina, il figlio che si droga, colui che imbroglia e fa la guerra».
LA TIVÙ S'È DIMENTICATA DEI GUFI. Con Lettera43.it Brivio ha accettato di raccontare di sé e dell’esperienza dei Gufi, delle censure in Rai, di quanto il cabaret abbia cambiato l’Italia Anni 60.
E di come la tivù abbia dimenticato i Gufi, sebbene da Nord a Sud siano sempre oggetto di seminari, tesi di laurea, saggi.
Amarezze, incomprensioni, disagi. Cinquantacinque anni in teatro. Ma la voglia di “dire” non si esaurisce mai, in un “gufo” come lui: irriverente, incorreggibile. Più vivo che mai.

Roberto Brivio.

DOMANDA. Quanto e in che cosa è cambiata l’Italia rispetto ai tempi del cabaret in calzamaglia nera, aria snob e bombetta all’inglese?
RISPOSTA.
A ogni elezione si parla di cambiamento. Mai che si pronunci la parola miglioramento, che sarebbe più utile. La verità è che in Italia dagli Anni 60 a oggi è cambiato ben poco.
D. Per esempio?
R.
Gigi Lunari ha scritto Oh che bella guerra, uno spettacolo sulla tragedia bellica del 1915 -18 che rivisita il nostro Non spingete, scappiamo anche noi del 1969. Ebbene: per attualizzarlo, non ha mica dovuto modificare molte cose.
D. Tutto è rimasto uguale?
R.
Temi come la Resistenza, l’anti-militarismo, i morti sul lavoro restano attualissimi, visto che le guerre nel mondo si sono moltiplicate e nei cantieri ci si lascia ancora la pelle. Però non se ne parla.
D. Lei che cosa propone?
R.
La Resistenza andrebbe spiegata ai ragazzi come si fa con la Shoah. Idem per il militarismo. Ma se riusciamo a mettere in scena Oh che bella guerra, vedrà che gran casino che succede.
D. Perché dice «se ci riusciamo…»?
R.
C’è bisogno di molti soldi: per gli attori, le scenografie, gli allestimenti. Non ci sono più impresari come Remigio Paone. E il marchio Gufi non basta.
D. Perché?
R.
Qualsiasi mito, anche se prestigioso, viene dimenticato se la tivù non lo ripropone.
D. A quando risale l’ultima apparizione dei Gufi in televisione?
R.
Era il 1981.
D. Come è la satira di oggi?
R.
Non è satira.
D. Addirittura?
R.
I testi sono fragili, i monologhisti tentano di far ridere puntando sull’aspetto fisico delle vittime.
D. Invece?
R.
La vera satira rifugge dalle scorciatoie, non ci gira mai intorno. Prende di mira il cuore del Potere. E gli scarica addosso le parole giuste. Senza pietà. E senza volgarità.
D. I Gufi sapevano provocare. Ma anche cantare, suonare, recitare. E perfino ballare.
R.
Ciascuno di noi aveva imparato dagli altri: Svampa cantante (e traduttore di Brassens), Patruno jazzista, Gianni Magni (che non c’è più ndr) un mimo, io che ero un attore di Accademia. Di tale disponibilità all’interscambio non c’è più traccia nel teatro italiano.
D. Qui siamo sepolti per sempre, Non maledire questo nostro tempo, Non ci vuol niente a credere. Brani impegnati. Ma anche il sarcastico Sant’Antonio a Lu desertu e tanti altri. Un repertorio poliedrico, sempre irriverente. Non deve essere stato facile, in quell’Italia bacchettona Anni 60...
R.
Un esempio per tutti: ricordo una canzoncina intitolata Torsoli: narrava la storia di uno stuzzicadenti. Il funzionario Rai ci impose di non cantarla in tivù perché - disse - avrebbe «infastidito la categoria dei dentisti».
D. E poi?
R.
Problemi di censura in tivù li abbiamo vissuti per i brani del mio repertorio macabro: da Vorrei tanto suicidarmi, che era un inno contro il consumismo nascente, a Quando sarò Morto o per le canzoni cimiteriali. I funzionari Rai si toccavano di nascosto. E ci guardavano come se fossimo menagramo.
D. Il dialetto: in quale misura vi ha artisticamente limitato?
R.
Lo abbiamo usato solo per i primi spettacoli. Ricordo che al Politeama di Napoli Eduardo De Filippo venne a vederci e alla fine esclamò: «È incredibile, ’sti Gufi parlano in milanese eppure i napoletani si divertono».
D. Sul dialetto lei e la sua compagna Grazia Maria Raimondi fate un importante lavoro di tutela e valorizzazione.
R.
Stiamo, tra l’altro, leggendo nei circoli del Milanese i dialoghi dei Promessi sposi tradotti da Giovanni Luzzi: in meneghino emanano una forza straordinaria. Ma ho tradotto anche l’Essere o non essere di Amleto.

  • Sant'Antonio a lu desertu.

D. Da Gufi eravate consapevoli di quanto quel che portavate in scena stava incidendo sul modo di vivere e di pensare degli italiani?
R.
Quelle istanze ce le sentivamo addosso, ma non posso dire che ne fossi pienamente cosciente. Ancora oggi mi sorprendono alcune tesi di laurea sul teatro dei Gufi che vivisezionano i nostri brani e ne traggono significati che a quell’epoca a stento avrei intuito.
D. Censure a parte, perché la tivù vi ha ignorato?
R.
Non lo so. Ma ricordo che perfino Pippo Baudo, una volta che andai a intervistarlo e gli portai alcuni cd dei Gufi, esclamò entusiasta che era urgente riproporre il gruppo in tivù. Andai via tutto contento.
D. E poi?
R.
Non ne ho più saputo nulla.
D. Eppure in tivù i revival non si contano.
R.
I dirigenti Rai più giovani mi scrutano infastiditi. E chiedono sottovoce ai collaboratori: «Brivio? I Gufi? Ma chi diavolo sono?». Oppure: «Ah, che peccato: lei scrive cose troppo intelligenti…».
D. Un segno dei tempi?
R.
Ho 77 anni, ma l’ignoranza non la digerisco. Mi sento offeso. Ho una forza interna incontenibile, un’immensa voglia di inventare cose nuove. Purtroppo, viviamo nel caos intellettuale. E nella volgarità.
D. In che senso?
R.
È svanito ogni rispetto per la poesia. Si è perduta la consapevolezza che è la poesia a garantire il livello di civiltà dei popoli: se viene meno, vince la volgarità.
D. Che cosa intende per volgare?
R.
Volgare è l’industriale che inquina, è il figlio che si droga, è chi tratta male i deboli, o chi dice parolacce gratuite. A volte divento volgare anch’io. Ma, come ha scritto Gino Negri, «solo se costretto dagli eventi».
D. Ha rivisitato l’operetta. E ha scritto 11 libri. Anche una sorta di elogio della parolaccia (El gran liber di parolasc ndr).
R.
La parolaccia, se serve a dar forza a una sana presa di posizione, nobilita. In dialetto, l’insulto si fa poesia.
D. Ha detto: «Mi sento Gufo dentro». Che cosa intende?
R.
Il vero Gufo è per sempre. Come il prete, nasce con la chierica.
D. Cioè?
R.
Dopo tanti anni, parlo e ragiono d’istinto in termini di satira, agisco come al tempo dei Gufi, ho in mente gli stessi tagli cabarettistici di allora.
D. I Gufi capiscuola di satira?
R.
So di far parte di una tradizione teatrale di altissimo livello: prima di noi ci sono stati i Gobbi, Franco Parenti e Giustino Durano con spettacoli cult come Sani da legare e Un dito nell’occhio, Dario Fo e altri maestri.
D. Che effetto le fa?
R.
Mi fa sentire orgoglioso. Però mi dispiace che nessuno più percorra quelle strade.
D. Glielo hanno chiesto già mille volte: quante possibilità ci sono di rivedere Svampa, Patruno e Brivio di nuovo insieme per una serata?
R.
Nanni non deve affaticarsi troppo. Lino pensa al jazz, che è la sua passione. Nell’81, quando ci siamo rivisti, abbiamo fatto il tutto esaurito.
D. E allora?
R.
Mi piacerebbe molto una serata insieme. Ma non sono convinto che funzionerebbe.
D. Perché?
R.
Manca Gianni Magni che era la vis comica del gruppo. Le nostre voci sono cambiate, bisognerebbe provare a rimodularle. È cambiato il contesto. E poi, suvvia: lo chieda anche agli altri. Sa, ci stimiamo e vogliamo bene, ci facciamo gli auguri e spesso ci telefoniamo, però...
D. Però?
R.
Ciascuno dei Gufi l’ha sempre pensata a modo suo. E ragiona con la propria testa. A tenerci uniti non è mai stato il pensiero unico. E meno male.

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