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CINEMA 4 Gennaio Gen 2016 1343 04 gennaio 2016

Zalone, fustigatore degli etno-radical-solidal-chic

Altro che cazzaro, disimpegnato, qualunquista: Checco Zalone distrugge i luoghi comuni della sinistra. Ma il ruolo del fanciullone vernacolare non sarà eterno.

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Sonia Bergamasco, Checco Zalone ed Eleonora Giovanardi, membri del cast di Quo Vado?.

C'è una sola categoria più odiosa degl'italici statali, pigri, infingardi e imbucati: gli animalisti italici in trasferta, che salvano il pianeta, fanno un figlio per ogni fuso orario e li tirano su multiculturali, ecumenici e terribilmente stronzi.
Altro che cazzaro, disimpegnato, qualunquista: Checco Zalone è uno scontento, un esasperato, uno che ce l'ha con tutti e a tutto si oppone, eroicamente, con un pessimismo coraggioso che esclude la condanna come la compassione.
Fortuna che invece di farsi scoppiare il fegato lui s'è scoperto questa vena umoristica, che c'entra niente col politicamente scorretto perché è più cattiva, va più in là.
REALTÀ NUDA E CRUDA. Il suo sarcasmo contempla la realtà nuda e cruda, niente coloranti né conservanti, ed è discutibile quanto sostiene il conterraneo regista Gennaro Nunziante, che loro due usano l'iper realtà: qui di 'iper' non se ne vede punto, la lettura, se non la denuncia, sta tutta nei confini di una credibilità appena sporcata di comicità.
E non (si) salva nessuno, in Italia come al Polo Nord, giusto forse nell'Africa nera, ma poi chissà.
TUTTI UNITI E MEDIOCRI. Il che è se non altro una bella professione di fede nell'umana fratellanza: uniti nella meschinità e nel grottesco, ma almeno uniti, tutti uguali davvero, tutti ugualmente mediocri, al netto di sfumature rituali o tradizionali.
La funzionaria addetta allo smaltimento rifiuti umani, i raccomandati-esodati delle province, che lo insegue dal Polo all'Africa pur di non dargliela vinta, è orrenda; ma lo è davvero più della scienziatina che si preoccupa per gli orsi bianchi ma, in definitiva, solo di se stessa?
DI SINISTRA NON PARE. Non chiedetevi neppure se il Checco sia di destra o di sinistra: probabilmente è troppo cosmico per infognarsi in questioni di lana caprina, certo però che di sinistra non parrebbe: la sua critica verso i luoghi comuni dell'etno-radical-solidal-chic, nessuno escluso, verbosità in primis, è molto più crudele di una Grande bellezza.
Più ruspante, certo, ma la naivéte è una subdola foglia di fico, un passepartout per affondare di più la lama.
Il prete di frontiera rompicoglioni è quasi peggio del mafioso, autorizzato dal retropensiero che si trasforma in legge, è un automa della solidarietà che non si ferma davanti a niente, razzola via tutto ciò che incontra lungo il cammino e poi non sa che farne, «Mah, vedrò, qualcosa, un progetto sociale».
LEGALITÀ TOTEM MENZOGNERO. La Legalità è un totem più menzognero e insidioso ancora della Burocrazia.
E la tirannide dei buoni sentimenti non è meno asfissiante del politico (cor)rotto a tutto e incallito come Lino Banfi, autentica coscienza, ma bacata, del crociato del posto fisso che non vuole perdere un'oncia dei suoi privilegi e infine li perderà tutti per la più banale delle cause.

La critica è sempre la stessa: storia senza profondità

Checco Zalone in una scena di Quo Vado?.

Detto questo, si può azzardare qualche critica, che poi è la stessa dei primi tre film: la storia non ha grande profondità, il suo universale è minore, campa sulla incontenibile verve di Zalone, sulla sua inventiva spiazzante anche quando si fa scontata (e ti viene il sospetto che lui giochi al cliché del cliché), sul saper produrre gag e paradossi nell'assoluta libertà di chi, con gli incassi che fa, sa di non patire limiti di sorta.
Però, è vero, gli servirebbe un cortocircuito capace di indirizzarlo, di cavarne fuori il meglio che ancora attende in lui: le possibilità le ha, invece rischia di abortire in un vortice d'incassi.
ESCA DA QUEL RUOLO. Ma non potrà restare inchiavardato ancora a lungo nel ruolo del fanciullone vernacolare che, catafratto a tutto, infine se la sfanga: come i film, anche gli anni passano e non aspettano.
Per il momento Luca Pasquale Medici (vero nome di Checco) resta comunque un fuoriclasse, l'unico che può dipingere a quel modo il microcosmo dei dipendenti pubblici e non rischiare non si dica il linciaggio, ma neppure una criticuzza.
Nel suo castigat ridendo mores è ormai l'unica alternativa credibile a Fiorello: talentuosi entrambi, completi, Zalone più sornione, però anche meno indulgente. Più amaro.
GLI ITALIANI INTUISCONO? Gli italiani a frotte vanno a vederlo, ridono, chissà se intuiscono.
Eppure il suo attacco agli stilemi contemporanei è frontale e definitivo, neppure l'etnocentrismo pugliese ne viene risparmiato: la scintilla di genio, in Quo Vado?, sta nella brevissima sequenza con Albano e Romina redivivi a Sanremo: qui davvero tutto precipita nell'arco di pochi secondi, e la mimica di Zalone sembra sottolinearlo in modo perfino pedagogico. Tutto è perduto, con la chirurgica glacialità di un documentario di cronaca.
TUTTO (O QUASI) È PERDUTO. Tutto è perduto, salvo il posto fisso, che alla fine diventa forma mentis, alienazione incurabile: lo sfaticato Checco nelle sue disavventure global previdenziali si risolve più in Caronte che in Virgilio, ché il mondo è un inferno e l'Italia il suo girone più profondo, nel quale agitarsi, in modo spastico, celentanesco, al suono del remake dell'Albero di trenta piani, che nella irresistibile versione della “Prima Repubblica” ne esce più inesorabile, più inconfutabile.
E non inganni il finale etno-buonista di stampo veltroniano che mette tutto a posto: è solo l'ultimo sberleffo di un film al fiele, un happy end incongruo e implacabile, come a dire «consolatevi un po', se vi pare».
DAL POSTO FISSO AL POSTO FESSO. Ma la scoperta del “bene” arriva per capitolazione, per normalizzazione, per male minore, quindi, in definitiva, per eterogenesi dei fini.
Lo stigma è provocatorio, la vita ti sballotta quo vado, e alla fine da posto fisso ti trasforma in posto fesso.
E tutti vissero felici e contenti.

Twitter @MaxDelPapa

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