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FESTE ADDIO 6 Gennaio Gen 2016 1200 06 gennaio 2016

La dannazione degli auguri alle feste di fine anno

What's up impazziti. Una tempesta di messaggi di circostanza, spesso riciclati, infarciti di faccine idiote. Come ogni fine anno. Per provare a sentirci vivi.

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«Beh... anche questo Natale... se lo semo levato da le palle». Se il rantolo di sollievo di Riccardo Garrone in Vacanze di Natale resiste imperituro da 33 festività, un motivo ci sarà pure: e probabilmente ha molto a che fare con la pratica degli auguri, che non tuttavia si modificano geneticamente. Quest'anno sembravamo aver scampato quelli, stereotipati, proprio del fatidico 25 dicembre,, spesso a catena di sant'Antonio sui social. Come un colmo, un rugurgito dopo gli sprechi delle scorse edizioni, quando si passava praticamente il dì di festa a replicare a tutti, in una furiosa compulsione da monadi tecnologiche: «-Che fai? -Sta' zitto, che mi tocca fare gli auguri a un rompiballe che me li ha appena fatti, non chiedermi chi è perché non lo so».
Passavano in questo modo interi pranzi allucinanti, nessuno riusciva più neppure a distinguere le pietanze. Così, di fronte al relativo deserto del 2015, ci eravamo detti: mah, si vede che, al fondo, un briciolo di sanità mentale ancora sopravviveva, ciascuno si ricordi dei suoi pochi e Dio per tutti. Ma era una pia illusione.
Ci siamo rifatti a Capodanno, che è un passaggio simbolico, ma, evidentemente, più tenace nella memoria collettiva: giù raffiche di speranze, auspici, previsioni tra l'ironico e lo scaramantico. La sola Whatsapp è andata in tilt, non riuscendo a reggere le tonnellate di scintille augurali.
QUEI MESSAGGI CHE CI FANNO SENTIRE VIVI. Inutile fingere, fa sempre piacere che qualcuno si ricordi di noi, sia pure con una frase di circostanza: abbiamo bisogno di tirare avanti, e la frontiera di un nuovo calendario è qualcosa che, impercettibilmente, mette un po' in crisi, perché s'inoltra nell'ignoto. E questa è forse la spiegazione più ruspante ma anche la più autentica di questi auguri differiti, col lanternino a Natale, a valanga per san Silvestro: abbiamo paura. Di cosa precisamente non sappiamo, una paura gigante fatta di tante paure dall'Isis alle polveri sottili, dalle malattie alle banche.
Disponiamo di “app” per calcolare i passi, la pressione cardiaca, le capriole del cuore e le vacanze che verranno, ma non l'indomani, per il quale vige sempre il terribile ammonimento divino: beato l'uomo perché non lo conosce.
Sì, d'accordo, possiamo ragionevolmente avventurarci in una previsione meteo, ma il Tempo, quello maiuscolo e inesorabile, è un'altra cosa: può nasconderci, inghiottirci, cadere (con Cioran), ma resta comunque il mistero ineffabile di sant'Agostino: se mi chiedi cosa sia non lo so, se non me lo chiedi lo so.
Noi non siamo santi e men che meno mistici, siamo poveri Cristi che guardano di continuo l'orologio e il calendario, e tirano avanti alla peggio scatenacciando lungo i giorni alla conquista di un'altra chimera chiamata “Estate”, e quelle davvero utili, ammonisce Paolo Villaggio, arrivano al massimo a trenta.
E a Capodanno ci scarichiamo addosso raffiche di auguri vagamente isterici, più profani che laici, con incorporato l'irrazionale timore che il primo a rivolgerceli sia una donna (ma da dove diavolo sale questa atavica scemenza? Forse la Settimana Enigmistica, alla voce «Il piacere di saperlo», potrà sciogliere l'arcano).
LA CONDANNA DEL 'TEMPO REALE'. Certo, la morfologia della prima mattina dell'anno ha inesorabilmente mutato il suo codice genetico: uno faticosamente si risveglia, pensa «ma quanto ho mangiato ieri sera?» e quindi si attacca con disperata curiosità al telefonino: se non lampeggia, se tace, ci si rimane male, se invece ribolle di avvisi, allora tutto bene: siamo ancora vivi, e così anche gli altri.
Dopodiché, si bara senza ritegno: «Che due palle, dover rispondere a tutti». E invece è un piacere perverso, visto anche che i bigliettini da mettere con finta noncuranza col tavolo, per decenni ipocrita ma concreta misura del nostro ruolo sociale, sono evaporati in una recente preistoria.
Che peccato, erano così simpatici, così falsamente personalizzati, pieni di riccioli, di ricami, una frasettina stampata (o stereotipata) e, sotto, la firma, un ghirigoro che però era autentico, manuale, anche se tirato via di fretta.
Adesso tocca rispondere “in tempo reale” a tutto ciò che lampeggia sullo schermo: immagini seducenti o cazzate sontuose, filmati coi gattini, improbabili Shangri-la, clamorose volgarità che vorrebbero essere divertenti.
Questo passa il convento tecnologico, il futuro è una tirannide cui non si scampa, i più narcisisti hanno recuperato un discutibile concetto di personalizzazione mandando filmatini autoreferenziali.
SOMMERSI DALLA FACCINE IDIOTE. Ma senza queste necessarie inutilità, che primo dell'anno è? E allora, tanti auguri di “buon tutto”: sono vaghi, generici, ruffiani, servono a poco, suonano pateticamente esorcistici e inoltre non si fanno più a voce («Pronto, sono io, volevo farti gli auguri, mi raccomando quest'anno cerca se puoi di essere più ragionevole e meno stronzo, buon anno»: che civiltà), ce la caviamo con un delirio via whatsapp, con tante faccine idiote che vogliono dir niente, qualcuno arriva perfino a riciclare i messaggi, che tristezza, nella erronea convinzione di farla franca, invece non c'è niente di più percettibile di un pensiero copiaeincollato).
Più che auguri, surrogati, succedanei, facsimili di auguri.
Però se ci tolgono anche quelli restiamo soli con la nostra inquietudine, tante monadi che al primo dell'anno non sanno che dirsi, in deficit di fiducia razionale. (Quanto alla Befana, non conosce flessioni: il solito fritto misto di sarcasmo e galanteria, impermeabile ai secoli e alle tecnologie, e, purtroppo, quasi sempre anche alla fantasia).
Sia come sia, Epifania tutti gli auguri si porta via. Fino al prossimo Natale, regolarmente da levarsi da le palle.

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