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INTERVISTA 6 Gennaio Gen 2016 1500 06 gennaio 2016

Massimo Zamboni: «Ferretti, fratello da cui dissento»

Una vita tra Cccp e Csi. Il punk. E poi un libro. Zamboni si racconta: «Militanza giusta, ma oggi la sinistra per me non esiste». Ferretti? «Resta mio fratello».

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Il titolo, in fin dei conti, fu profetico. Almeno per chi era riuscito a leggerlo fino in fondo. 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi - Del conseguimento della maggiore età c’era scritto sul primo album dei Cccp – Fedeli alla Linea, punk emiliano filo-sovietico, capace di scardinare un’epoca, e non solo musicale.
Son passati 30 anni esatti, il crollo del Muro e dell’industria discografica, un cambio di nome (da Cccp a Csi), lo scioglimento della band e, soprattutto, allontanamenti e redenzioni.
UN BINOMIO ROTTO NEL 1999. Dal conseguimento della maggiore età – intesa come maturità – in effetti si è rotto il binomio magico tra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, cantante e chitarrista della band: da più di un decennio non suonano più insieme.
Di Ferretti, negli ultimi anni, si parla infatti per la sua nuova vita di cattolico militante: messa in latino e sacramenti quotidiani. E, ancor più, per le divergenze col compagno Togliatti e i di lui successori: l'ex cantante dei Csi non solo si è buttato nelle braccia di Dio, ma anche in quelle della destra militante. Memorabile apparizione ad Atreju, abbracciato alla Meloni.
DA CHITARRISTA A SCRITTORE. Zamboni, meno chiacchierato, e meno disposto a chiacchierare d’altri, s’è messo a scavare nella storia. Quella della sua famiglia, ma anche della sinistra.
A 50 anni passati il chitarrista ha scoperto d’aver avuto un nonno fascista ucciso dai partigiani gappisti (Gruppi di azione patriottica): dalle ricerche fatte per capire come fossero andate le cose è nato L’eco di un sparo (Einaudi), insieme a un film e a un disco Il nemico – Breviario partigiano, uscito in occasione del 70esimo anniversario della Liberazione.
Un libro capace di produrre un piccolo miracolo: rimettere insieme i due ex Cccp, non per suonare ma per leggere brani del romanzo di Zamboni.
Nuove affinità elettive? Per ora soltanto nel piacere della ricerca della verità. «Perché nel Dopoguerra c’è chi ha taciuto sempre, non ha ammesso nessun tipo di colpa: sembra quasi che le famiglie abbiano iniziato a vivere nel 1945-1946, come se prima non ci fosse stato niente», dice il chitarrista a Lettera43.it.

Massimo Zamboni.

D. Insomma anche lei ha scoperto i torti della sinistra?
R. La mia è una vicenda comune a molte famiglie, ma poche hanno voluto affrontarla. Io penso che abbiamo un debito nei confronti della storia e mi sembra molto umano volerlo assolvere. Quindi mi sono buttato a ripercorrere la storia di questo sparo, di quello che c’è stato prima e dopo.
D. E cosa ha trovato?
R. In mezzo al percorso c’è ognuno di noi. Con le proprie appartenenze, con il fatto di capire perfettamente che da una parte si è padroni del proprio destino ma dall’altra si è invece marionette governate dal tempo storico.
D. Lei che era un militante di sinistra, si è mai sentito intrappolato nel suo tempo?
R. Sempre. E più il tempo prosegue più mi sento intrappolato nel mio tempo.
D. Per esempio?
R. Per esempio godo di un’invidiabilissima libertà personale. Bisogna dire che gli ultimi 60 anni sono stati qualcosa di straordinario nella storia dell’umanità: a chi è riuscito ad approfittarne hanno conccesso una liberà infinita senza dover fare male a nessuno. Oggi si può viaggiare, scrivere, leggere...
D. Ma?
R. Ma dall’altra parte subisco tutte le contraddizioni di questo tempo, non ultima vedere come smantelliamo la vita su questo Pianeta. E capisco che abbiamo tutte le possibilità tecniche, umane e intellettuali per risolvere la maggior dei problemi che ci angustiano ma che non possiamo fare niente perché siamo 6 miliardi di persone contro 100 mila che detengono il potere.
D. Questo però è il fallimento del comunismo che professavate. Lei si è mai pentito del suo passato di militanza?
R. No, questo genere di pentimenti sono sciocchi. Anche io sono appartenuto a un periodo storico, quello che è stato fatto negli Anni 70 era assolutamente necessario. Non mi sembra d’aver costruito una carriera su questo o di aver fatto male a qualcuno: è stato semplicemente un percorso intellettuale e personale di liberazione. Per cui lo rivendico assolutamente.
D. Pensa che le cose siano migliorate negli ultimi decenni?
R. Secondo la legge dei grandi numeri l’umanità ha fatto dei piccoli passi in avanti, anche se viene continuamente ributtata indietro dall’onda. Ci sono delle grandissime zone di libertà, di civiltà, di convivenza che anche solo poco tempo fa erano impensabili: non ci sono più i servi della gleba nella Pianura padana. Anche se magari la servitù tocca agli ultimi arrivati.
D. Rispetto al passato, ai tempi delle grandi ideologie, la sinistra sta meglio o sta peggio?
R. La sinistra ha le idee molto più confuse. Non ci sono più le spaccature della Guerra Fredda, che quantomeno rendevano le cose chiare, seppure con aspettative diverse per noi di qua e per loro al di là della Cortina, che subivano il regime. Ma quando sono caduti i muri, se ne sono creati altrettanti.
D. Per esempio?
R. Basta pensare a come viene considerato il mondo islamico. Quando io ero giovane avevamo il mito del viaggio: molti partivano per l’Oriente, recuperavano dei furgoncini spaventosi e percorrevano tutta l’Asia. Oggi tutta quella zona è proibita, pochi possono andarci e comunque mi chiedo che senso avrebbe farlo. Tutta l’idea che il mondo fosse nostro, che fosse accessibile, è completamente franata.
D. Era più difficile essere giovani negli Anni 70 o oggi?
R. Essere giovani è sempre difficile. Per me è stato di una difficoltà pazzesca, insormontabile. Mai rimpiangere i vent’anni. Se penso quanti anni ho perso per liberarmi delle oppressioni subite nei primi anni della vita…Davvero, ci ho messo 50 anni.
D. Quali oppressioni?
R. Quella personale, quella religiosa, quella famigliare. Qualsiasi tipo di coercizione alla quale ero stato abituato. È stata una lunga lotta di liberazione che mi ha reso forte, ma mi rendo conto anche di quanta sofferenza mi ha causato e di quanto tempo ho dovuto impiegare in questa lotta cieca.
D. Oggi c’è qualcosa in cui vale la pena di credere?
R. Il mondo è diviso in oppressi e in oppressori: non so se c’è un’ideologia che lo sostiene e lo ricorda. Ho letto per esempio la bellissima Enciclica di papa Francesco che parla del prendersi cura della casa comune e mi chiedo perché la sinistra non ha questa stessa capacità di parlare a tutti quanti, in modo anche semplice, o la chiarezza di vedute del pontefice. Nessun politico italiano è capace della sua lucidità: né a destra né a sinistra.
D. Anche lei ha riscoperto la fede, come Giovanni Lindo Ferretti?
R. Non sono credente nel senso comune, diciamo che non mi pongo il problema. Certo, è ovvio che l’equilibrio planetario non lo hanno inventato gli uomini e che c’è un equilibro che regge tutto. Poi se si vuol dargli un nome… Io penso che la religione sia un fatto personale, non ho bisogno di intermediari per guardare verso l’alto.
D. Cosa pensa della conversione di Ferretti?
R. Il fatto di essere una creatura libera mi dà la libertà di non rispondere a tutte le domande, tra cui questa.
D. Avrà un’idea.
R. È ovvio che ho opinioni molto precise su quello che ha detto Ferretti, ma le tengo per me. Non voglio diventare un anti-Ferretti. Io sono un suo amico e quello è un ruolo che non voglio giocare.
D. La fa arrabbiare che il nome dei Cccp venga fuori sempre quando Ferretti va ad Atreju o in altre occasioni pubbliche?
R. Mi lascia indifferente: le mie idee sono così chiare che non vengono scalfite. Se qualcuno vuole parlare male dei Cccp lo può fare: di fatto all’epoca tutti ne parlavano male.
D. Voi due siete ancora amici?
R. Sì, assolutamente sì.
D. Dopo essere stato il cantore del comunismo alternativo italiano, Ferretti ha ripudiato la sinistra e ora si professa di destra. Lei si riconosce ancora nella sinistra?
R. Assolutamente no. Per me la sinistra non esiste, io non la considero proprio: io non vado a votare, non leggo i giornali, non guardo la tivù.
D. «Non studio non lavoro non guardo la Tv, non vado al cinema non faccio sport. Io sto bene, io sto male, io non so come stare»: viene da citare una canzone che suonavate trent’anni fa esatti.
R. Semplicemente oggi non sono assolutamente interessato alla sinistra italiana.
D. Però è stato alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia nel 2015, con Veltroni.
R. Sì, ma è un’altra cosa. Io sono molto affezionato agli elettori della sinistra, nei quali mi riconosco, quasi somaticamente: li guardo e vedo la loro storia. Nutro affetto per loro, anche per il loro smarrimento. Invece non sono assolutamente interessato ai dirigenti.
D. E Veltroni allora?
R. Sono rimasto molto sorpreso anche io da Veltroni. È un uomo di cultura, ha una storia legata alla cultura che non conoscevo.
D. Come vi siete conosciuti?
R. Un giorno stavo andando a fare un concerto con i Csi e mi è squillato il telefono. Era Veltroni che aveva letto il mio libro e mi faceva un sacco di complimenti. Mi sono stupito molto: quanti politici in Italia leggono i libri? E un libro come il mio? Invece uno come Veltroni, che potrebbe chiamare i più grandi scrittori del mondo, trova la voglia e il tempo di chiamare me.
D. Poi avete presentato il libro insieme?
R. Sì, è stato disponibile a venire a Reggio Emilia e questa cosa mi ha colpito molto. Poi certo, Reggio è un posto che ama e conosce bene la Festa, quindi gli avrà fatto anche piacere.
D. Magari avrà avuto anche i suoi interessi.
R. Quando qualcuno apprezza il mio libro io lo ascolto molto volentieri. Questo non è un libro fatto per una minoranza, vorrei che leggessero tutti. E un po’ sta succedendo: da destra a sinistra, credenti e miscredenti.
D. L’ha chiamata anche qualcuno di destra? Qualche politico?
R. Persone comuni sì. Politici no: i politici non hanno mica tempo di leggere.
D. Uno che è stato a lungo militante si sente spaesato senza un’idea politica di fondo?
R. No, io sto benissimo. Vivo in mezzo ai boschi, mi sembra un ottimo punto di osservazione rispetto al mondo. Negli Anni 70, da adolescente, ero molto affascinato dall’idea di giustizia sociale che incarnavano il comunismo e il pensiero marxista. Ma l’ho vista sfumarsi pian piano, incarnarsi in volti che non mi sono piaciuti niente: i grandi dittatori monumentali degli anni 80 fino ad arrivare alle persone incravattate di oggi, che non sono meno pericolose.
D. Ha perso interesse per la politica tout court?
R. Se la politica è quella che viene espressa dal parlamento italiano non mi importa nulla. Se si intende quello che regola i rapporti tra le persone e il vivere civile è ovvio che quell’interesse non può esaurirsi. In questo senso la politica è una delle uniche armi di difesa che hanno i deboli, non va dimenticato.
D. Ferretti ha scelto la destra come nuovo orizzonte culturale.
R. Se la sinistra non mi interessa, la destra io non la vedo nemmeno. Li detesto anche fisicamente.
D. E come fa a gestire il suo rapporto con Ferretti?
R. Mah, ci vediamo poco. E quando hai avuto un rapporto così lungo e così forte come il nostro, questa storia va molto oltre le categorie comuni. Molto oltre le chiacchiere da bar. È come avere un fratello con cui si è in disaccordo completo: è comunque tuo fratello.
D. D’altronde in fin dei conto lei e Ferretti avete fatto un percorso simile: dopo molto impegno vi siete ritirati dal mondo.
R. Vivere in maniera isolata non è un modo per ritirarsi dal mondo, ma per entrare nel mondo.
D. Il suo ultimo disco però è stato finanziato col crowdfunding. La speranza per il famoso potere del popolo la vede in qualche movimento dal basso?
R. Non vorrei sembrare spocchioso, ma le campagne che si facevano una volta, stando al caldo del focolare, a parlare dei diritti degli altri, non mi interessano.
D. Non c’è nessun movimento, anche straniero, che abbia suscitato il suo interesse negli ultimi anni?
R. Non lo so, non seguo abbastanza. Pur di stare lontano dall’immondezzaio che c’è in giro ho tagliato i ponti con tutto quello che ha a che vedere con la comunicazione. Ma ho le orecchie dritte, e quello che mi interessa davvero arriva: per esempio l’Enciclica.
D. La musica le interessa ancora, ne ascolta?
R. Ne sento poca, ma per circostanze banali: lo stereo rotto, i cavi che mancano o cose del genere. Ho scoperto di recente che mi piace molto la sinfonia di Shostakovich che si chiama Leningrado: ho dovuto ascoltarla a lungo prima di orientarmi in suoni così lontani dai miei. E chissà quanti altri ce ne sarebbero da scoprire: a volte è proprio solo una difficoltà intellettuale.
D. Voi una volta producevate anche dischi: avete scoperto artisti come i Marlene Kunz. Mentre cambiava lo scenario politico, com’è cambiato quello musicale?
R. Non sono esperto, ma direi che 30 anni fa c’era molto più interesse per la musica: era una buona spinta per la vita delle persone, era un aiuto. Ora questo mondo è grandemente finito e quindi è difficile approcciarsi alla musica: non entra nella vita delle persone. O quantomeno entra meno di una volta.
D. Pensa che la musica non impatti più la gente?
R. Ho scoperto che si entra molto più in relazione con le persone attraverso i libri che con le canzoni. È molto più emozionale un libro.
D. Si dice il contrario, normalmente.
R. No. Scrivere un libro significa guardare ogni lettore a tu per tu negli occhi. Io ho avuto delle risposte molto sentite, molto forti con il mio libro: mai mi era successo su un Cd. E si allarga anche la fascia di età a cui ci si rivolge: dai ragazzi agli anziani.
D. Qualcuno si chiede voi – i Cccp prima e i Csi dopo - siate diventate ricchi con la musica.
R. Da che cifra parte la ricchezza?
D. Non saprei dire.
R. Diciamo che mi sono sempre mantenuto. I primi tempi con i Cccp sono stati di una povertà terribile, totale. Poi, dopo cinque o sei anni, le cose hanno iniziato a funzionare. Ora non è che navighi nell’oro, ma sono riuscito a fare sempre solo quello che mi piaceva. Questo però è un mestiere che non ti dà certezze: ogni giorno devi rinnovare. Se pensi ai soldi, meglio fare l’idraulico o l’artigiano.
D. Lei invece cosa farà nel futuro?
R. Mi interessa scrivere, ho un po’ di progetti in mente. Voglio abbandonare la musica per un po’, anche se lei non abbandonerà me.

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