MUSICA 12 Gennaio Gen 2016 1100 12 gennaio 2016

Bowie, la sua morte ha chiuso il cerchio d'artista

L'addio del Duca bianco (foto) è qualcosa di immane. Un elegante dissolversi. Coerente con la sua missione. Bulimico, fatuo, avido, ci lascia per non lasciarci.

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Mazzi di fiori per David Bowie lasciati dai suoi fan a Londra.

«O in questo modo o in nessun modo».
Il mondo si sconcerta sul testamento a tradimento di David Bowie, quel Lazarus nel quale il morente canta della sua morte preparandosi a vivere in eterno: e, di colpo, tutto è chiaro adesso, tutto non ha più veli, né enigmi, né confini (guarda la gallery).
C'è qualcosa di immane in questo addio di Bowie, qualcosa che vincola, dovrebbe vincolare un artista per il solo fatto di sentirsi tale.
C'è il cerchio che si chiude, il riscatto di ogni sé, la conferma di una missione che va oltre qualsiasi altro significato, ambizione, dimensione.
L'UOMO DELLE OSSESSIONI. Non scherzava il Camaleonte, l'Uomo delle ossessioni, dei personaggi discutibili, delle proiezioni di sé oltre sé.
Al di sotto di ogni abisso, oltre ogni depravazione, al di là di qualsiasi trionfo, l'Artista muore come ha vissuto, nella coerenza di una missione.
C'è in questo congedo epico la cesura suprema tra due secoli, l'Ottocento romantico e il Duemila della scomposizione di ogni realtà.
TUTTO IL SECOLO RACCHIUSO. C'è tutto un XXI secolo di inusitata concentrazione, di brevità insostenibile, la cui post modernità ha scatenato una scena artefice di quella che in modo inappropriato consideriamo cultura “bassa” mentre cresceva ribollente, convulsa, contraddittoria, debordando oltre gli intenti, i significati, le prospettive.
Solo in questo secolo di frenesia mercuriale, di avanguardie come frutti pronti da cogliere, poteva accadere che una generazione di ragazzi usciti dai sobborghi della ricostruzione industriale, in aperta guerra contro il capitalismo borghese, diventassero multinazionali in carne e ossa, e si quotassero in Borsa, e divorassero tutto lungo la loro strada, restando affamati ma mutando la loro fame.
UN LASCITO SUPREMO. Perchè Blackstar è l'elegante dissolversi di un Artista che resta bulimico, che usa gli ultimi mesi di una vita che sa svanire, che sente svanire, e che pure sottrae a tutto ciò che non sia quell'atto supremo, quel lascito artistico.
La coerenza di una missione.
In Lazarus ci sono accenni all'“uccello azzurro”, e adesso è chiaro cosa voleva dire David, è disvelata l'allusione a Bird, a Charlie Parker da cui tutto partì, da cui il suo stesso saxofono partì, così come a Bukowski.
QUESTA È VERA ARTE. Nella verità cade l'ultima maschera, lascia la spoglia dell'artista-uomo senza più filtri, prima e ultima volta; ma questo lo abbiamo potuto sperimentare solo quando l'artista non è stato più, il velo è caduto un istante dopo che la sua anima è volata via. Questa è Arte. E questa è missione.

Il mondo oggi non è vuoto, è più pieno di prima

Brixton pound notes, una moneta locale usata soltanto nel quartiere di Brixton a Londra, con il volto di David Bowie.

Bowie non va via, il suo Canone è troppo esteso, resterà a comprometterci di lui e a raccontarci di noi; ma è un Canone novecentesco, scia di un secolo che pure sentiamo dissolversi.
Ora, nella ragnatela di messaggi, di telefonate attonite, ci ripetiamo che il mondo è un po' più vuoto: ma in realtà è più pieno di prima, perché si piange una scomparsa che in realtà è un lascito, una eredità così vasta, così complessa da esigere nuove interpretazioni, feconde stagioni di ridefinizioni del Canone.
TESTIMONE DI SE STESSO. In questa inevitabilità della riscoperta, propria dell'Arte che si impone per prova ontologica, che è in quanto c'è e non lascia in pace, possiamo rispettare la perennità di uno che, dopo avere vissuto come feticcio di se stesso, è spirato facendosi testamento di se stesso. E testimone di una temperie irripetibile.
L'altro paradosso, dolente e squisito, è che il lutto planetario rende la scomparsa un affare maledettamente privato: sulla terra, oggi, ci sono un miliardo di Bowie, ciascuno la sua percezione diversa e irrimediabilmente intima. Quando una presenza si dilata a tal punto, non può che implodere nell'infinitamente piccolo, nell'ineffabile più profondo e inaccessibile. Nella verità.
VECCHIO EPPURE INTEGRO. David Bowie, dissoluto, fatuo, avido di tutto, ci lascia per non lasciarci.
Ci ferisce come un artista rigoroso, implacabile verso se stesso fino alla fine.
Divenuto vecchio, ma solo per l'anagrafe, senza cedere, anzi recuperando in pieno il senso di una integrità.
È stato da più parti rievocato l'incontro televisivo in Italia con uno sconclusionato Adriano Celentano che pretendeva di coinvolgerlo in prospettive salvifiche: Bowie fu ironicamente spietato.
Ma è lo stesso uomo che rifiutò onorificenze per le quali i nostri menestrelli borghesi ucciderebbero la mamma.
NON ERA UN PREDICATORE. Il suo Canone è di strabordante densità, ha perforato ogni attualità, ma sempre seguendo coordinate culturali, non di rado poetiche: non era uno che predicava.
Le nostre coscienze canterine sono l'esatto contrario.
Non ce n'è una che non si senta investita del dovere di riscattare l'universo: ma a chiacchiere.
E con una spocchia che l'altero Bowie non conosceva.

Ha concentrato il proprio ego, Twitter è lì a dimostrarlo

David Bowie con la seconda moglie Iman Mohamed Abdulmajid, sposata nel 1992.

Smaltite certe aberranti infatuazioni di gioventù, ha concentrato il proprio ego: improbabile sorprenderlo garrulo su Twitter a vagheggiare persecutori e complotti, a inflazionare vittimismi irrilevanti, a proporre analisi politologiche imbarazzanti, letture mistiche da catechismo.
Quanto si atteggiano i canterini nostrani!
Quanto sono naif nel loro essere blasé.
Quanto improbabili nell'ostentare spiritualità (con l'ultimo cofanetto in grembo).
QUANTI TRENI PERDUTI. E quanti treni hanno perduto, fin da quando, alla fine degli Anni 60, si ritrovavano in casa le avanguardie di Londra e di New York, che soggiogate sbarcavano a Roma, la contaminavano, la conquistavano facendosene conquistare.
Che ne è stato di quel coraggio, di quei nuovi ragazzi che parevano disposti a fare la loro parte anche in una Italia che rinasceva di nuove pelli?
Certo, il nuovo millennio non consente sedimentazioni di capolavori, è questo un Kronos che divora senza ritegno i suoi figli.
SENATORI CHE SI SONO DIVORATI. Ma se pure i giovani possono godere di qualche attenuante storica per la loro timidezza, per la mancanza di carisma e fantasia di chi non ha ali di rabbia e di poesia, che pensare di senatori divorati da se stessi, appesantiti da troppi dischi senza una ragione, senza prospettive né retrospettive, senza il senso di un'etica artistica, la consapevolezza di una responsabilità da tramandare?
Forse l'unico che si è sottratto a un conformismo di ritorno, che si sarebbe salvato anche in senilità, era Lucio Battisti (che, vedi caso, Bowie riconosceva come un parigrado, un genio senza cittadinanza).
Oggi tutti questi emuli caserecci parlano di loro che piangono Bowie: se non era per lui non sarei mai diventato chi sono.
INVADENTE IN MORTE COME IN VITA. Ma nessuno si pone il problema di un esempio invadente in morte così come fu ingombrante in vita.
La sconfitta del tempo bisogna conquistarsela, non basta agitare spettri di sé, non serve essere eroi per un giorno soltanto.
Bisogna preparare la propria eredità per renderla inesauribile: «Voi sapete che sarò libero». Non importa quanto si è stati dissoluti, con chi si è scopato, quali pelli si sono indossate, quali opere si sono sbagliate.
Importa meritarsi la morte, viatico di eternità.

Twitter @MaxDelPapa

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