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MUM AT WORK 30 Gennaio Gen 2016 1400 30 gennaio 2016

Chiamateli ''nuovi padri'', ma non mischiamo i ruoli

Cambiano i pannolini e accudiscono i figli. Purché non si approprino della maternità.

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I ''nuovi padri'' aiutano le madri nella cura della famiglia. Senza confondere i ruoli.

Chi sono i cosiddetti “nuovi padri”?
E cosa fanno di tanto diverso rispetto alle precedenti abitudini?
F. M. racconta la sua storia: «Prima la mattina mi alzavo, andavo al lavoro, poi in palestra. La sera cenavo con mia moglie. Se avevo tempo libero, giocavo al computer o uscivo con gli amici».
E adesso? «La mattina ci svegliamo e in un’ora e mezza dobbiamo prepararci in quattro. Di solito ci svegliamo prima io e mia moglie, facciamo colazione e ci vestiamo. Ma mentre siamo impeganti in una di queste operazioni, capita che apra gli occhi anche uno dei due piccoli e diventa tutto più complicato».
UN COLLABORATORE. Lui è uno di quei padri che accompagna «i figli a scuola, do da mangiare, cambio i pannolini. Ma mi sento più un “collaboratore” della mamma, che dirige i lavori della famiglia. Io eseguo».
Cioè? «Se dovessi tenere a mente tutte le pratiche di figli e casa, avrei la testa occupata e con il lavoro che faccio non me lo posso permettere. Dirigo un reparto di otto persone e se domani andassi dai miei superiori a dire che devo gestire io la vita di due figli, loro mi risponderebbero che la mia carriera finisce qui».
CARICO DA ALLEGGERIRE. Ecco, il nodo cruciale della conciliazione casa-lavoro passa anche per la “nuova” disponibilità dei “nuovi” padri.
Nodo che tutte le coppie prima o poi devono affrontare.
Cioè il carico di cura. Di solito a rimetterci è l’impiego della mamma, perché contribuisce meno al bilancio familiare.
Ma questi “nuovi padri” potrebbero contribuire ad alleggerire il carico di cura delle mamme, liberare spazio mentale e tempo quotidiano dedicato a casa e figli, quindi aiutarle a conciliare?
Probabilmente il problema è nella parola “aiuto”.
BISOGNA CONDIVIDERE LA CURA. I padri non devono aiutare le madri, ma condividere con loro il lavoro di cura che deriva dal fare figli.
Fino a che la regia del film familiare sarà a esclusiva firma delle madri, e i padri si limiteranno ad “aiutare”, probabilmente nulla cambierà davvero. Quindi non bastano questi nuovi padri?

Il lento processo verso la co-genitorialità

Maurizio Quilici, giornalista, autore di Grandi uomini piccoli padri e presidente dell'Istituto di studi sulla paternità (Isp) spiega a Lettera43.it: «Il lavoro di trasformazione va fatto insieme. Credo si debba parlare di co-genitorialità: vuol dire che i compiti vanno condivisi d’accordo nella coppia».
Per Quilici il nostro è un Paese che si muove a rilento, ma dei piccoli passi avanti si stanno facendo.
STEREOTIPI DA SUPERARE. «Pensiamo ai congedi parentali così poco utilizzati in Italia. È forte lo stereotipo, soprattutto in certe parti d’Italia, che deve essere il padre a portare i soldi a casa e la madre a occuparsi dei bambini. Lui contribuisce mantenendo la famiglia. Ma si iniziano a vedere padri che collaborano. E questo è un grande passo avanti».
Quilici sottolinea: «Sono contrario al “mammo”, ma sono favorevole all’elasticità dei ruoli. Non dobbiamo “maternalizzare” la paternità. Quello che succede è l’intercambiabilità dei ruoli».
ASSISTONO PURE AL PARTO. Che cosa fanno i cosiddetti “nuovi padri”? «Cambiano i pannolini, accudiscono i figli, cullano, giocano. Sembrano azioni scontate, ma segnano un cambiamento generale dell’essere maschio, nella quale rientra anche la libertà di esprimere le sensazioni e le emozioni», continua il presidente dell’Isp.
Non a caso il 92% di padri decide di assistere al parto.
«Per esempio all’ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina a Roma nascono poco meno di 5 mila bambini all’anno e nel 96% delle nascite il padre è presente», racconta il giornalista.

Ma se tutti sono disponibili a recitare da mamma, chi fa il padre?

Insomma, secondo Quilici bisogna prendere il buono, «ma non ribaltare i ruoli: il padre che si sostituisce o che fa il duplicato della mamma non va bene. Deve rimanere una diversità dei modelli».
Bisogna però anche farsi delle domande.
La sociologa Marina D’Amato, professoressa a Roma Tre e alla Sorbona, ha scritto in Ci siamo persi i bambini: «La tendenza alla indifferenziazione dei ruoli fa sì che uomini e donne siano disponibili a fare la mamma, ma nessuno faccia più il padre»
COMPLICITÀ O EGEMONIA? Raggiunta a Parigi da L43, D’Amato commenta così la massiccia presenza dei padri in sala parto: «Se è una scelta di lei che in quel momento è la protagonista assoluta dell’evento e che la vive come un sostegno, perché uno sguardo e una mano le possono portare alla mente un ricordo o un’emozione mentre si prova un dolore che attutisce anche la mente, va benissimo».
Una scelta di complicità. Ma non sempre è così.
«Se invece diventa un elemento di capacità maschile di avvicinarsi al femminile al punto di condividere il momento apicale della maternità, allora no. È, forse, l’ennesima piccola grande perversione del desiderio inconscio, diffuso, di un’egemonia maschile, che inconsapevolmente vuole appropriarsi anche del parto».


Twitter @francesca_gui

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