SANREMEIDE 14 Febbraio Feb 2016 0154 14 febbraio 2016

Sanremo 2016, le pagelle finali del Festival

Un'edizione destinata all'oblio. Che premia Gli Stadio. E non trova talenti. Campioni più presunti che veri. E comici da piangere. Resterà solo Bosso. Foto.

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Chi ricorda la superbellona della scorsa edizione di Sanremo? Si chiamava Rocio, Rocio Morales, e c'è da scommettere che chi sta leggendo, dopo un attimo di confusione, starà pensando: ah, sì, è vero, mi pare. L'anno scorso c'era Rocio, quest'anno c'è Garko – pardon, Ghenea, Madalina Ghenea. È un giochino, ma utile a dimostrare che Sanremo è al capolinea della sua storia, avanza di pura inerzia e nulla di lui si trattiene; giusto la faccia del bravo presentatore, ma solo perché con una abbronzatura come quella è difficile scordarla, oltre al fatto che per tre anni di fila resta la stessa.
CANTANTI CONSEGNATI ALL'ANONIMATO. A parte Conti, che edizione dopo edizione implode nella sua granitica banalità, il resto è fungibile a cominciare dai cantanti. Consegnati a un anonimato preventivo. Tutti bravi, tutti fortissimi, ma com'è che dal giorno dopo non se ne ricorda più nessuno?
La storia di Sanremo è fatta di canzoni come diapositive, immagini sonore rimaste conficcate nella memoria collettiva: cari amici vicini e lontani, grazie dei fior, Modugno che sa 'volare' a braccia spalancate, gli anni del reflusso e del riflusso, i festival in minore tra fricchettoni («voglio l'erba, voglio l'erbavoglio») e strazianti meteore dalla coda lunga («Hop hop hop somarello, trotta trotta il mondo è bello»), Rino Gaetano col cilindro, Ramazzotti coatto di periferia, Cutugno più fiero d'un marò di essere «un italiano vero», Vasco Rossi sbomballato che va «al massimo» al Roxy bar, Morandi, Ruggeri e Tozzi (in canotta) che vogliono dare di più, Renato Zero che rinasce da Vecchio e chi più ne ha più ricordi.
MANCA IL PERDENTE DI SUCCESSO. Adesso, siate sinceri, chi ricorda più un momento delle ultime quindici, venti edizioni? E anche questa passerà all'oblio anziché alla storia. Perché di nuovi prodigi non ne sfornerà. Perché tutti sono un po' cloni di tutti e manca il reietto, il perdente di successo, la voce imperfetta che spacca il cuore. Perché tutto scorre, tutto è bello, ma perfino le tette di Madalina diventano espressive come lo sguardo di Gabriello nello scorrere immobile di ciò che non esiste.

Le pagelle finali

I conduttori

Carlo Conti – È come quelle stelle nere (di abbronzatura) che, a forza di concentrarsi, risucchiano tutto intorno a loro e la luce che mandano arriva da un nonluogo che non è più. Sicuri che Sanremo non rischi la stessa implosione? Pregi e difetti sono arcinoti, possiamo però dire delle sue occasioni sprecate. David Bowie, se doveva essere 'omaggiato' come in apertura di festival, era meglio dimenticarselo proprio. In piena kermesse è mancato a 93 anni un italiano, un italiano vero: quel Renato Bialetti papà dell'omonima, storica caffettiera e, in definitiva, un po' di tutti noi. Se davvero Sanremo ha pretese di autobiografia nazionale, si poteva o no rivolgere un affettuoso saluto all'omino coi baffi? E non era il caso di convocare almeno per un'ospitata l'ultimo Grande di Sanremo all'alba dei suoi 80 anni, invece di cavarsela con un saluto di circostanza? Ma Conti l'ombra lunga di Pippo la teme, altroché se la teme. Voto: 6-

I collaboratori – Ciascuno a suo modo ha fatto la figura del bello/a e impossibile e qui va fatta una considerazione. Nel festival dei diritti civili risolti da un nastrino arcobaleno, non si capisce la pervicacia di certo vallettume in funzione d'attaccapanni di lusso (al netto dell'autoironia obbligata di Garko). È una tara atavica di Sanremo, ma non è possibile credere all'impossibilità di colmare la forbice tra la bruttina stagionata e irritante, modello Littizzetto, e il soprammobile mirabile alla Madalina. Siccome di alternative in gamba, e non solo di coscia, non ne mancano - vedi Virginia Raffaele nei panni di se stessa -, l'unica è concludere per la grettezza, ovvero non le cerchiamo, che poi bisogna pagarle. L'anno prossimo, al festival tutti con il nastro rosa. Voto: 5-

Virginia Raffaele – Non è una valletta e non è una velina. Conferma in extremis di poter essere anche una spigliata co-conduttrice, dirottata a puntellare Conti nella latitanza degli altri due; ma definitivamente giostra da incursore armato di maschere antinoia e rianima un festival in coma vigile. Rischia di restare invischiata negli elogi sperticati che la sommergono, la sparano sopra a Noschese: non esageriamo, l'immenso Alighiero nei suoi diecimila travestimenti non cedette una sola volta alla volgarità, alla facile tentazione del sopra le righe; altri tempi, la Rai non gliel'avrebbe mai permesso e del resto lui non ne aveva bisogno. Virginia è molto brava, può diventare grandissima se impara a misurarsi, a toglier via qualcosa, a non caricare la caricatura, a sostituire la gag massiccia con il lampo surreale. Voto: 7 ½

I vincitori



Stadio – Formula usurati sicuri, saranno contenti Vasco, Verdone, l'anima benedicente di Dalla, la prima Repubblica, il Mundial 1982, il riflusso e, data l'età, reflusso gastroesofageo. Evidentemente, anche a Sanremo la fase della rottamazione è andata, è il momento della riscoperta delle convergenze parallele, capisci a me. Voto: 6

Francesca Michielin – A 21 anni tra i big, addirittura seconda: o è la nuova Mina, o qui gattamorta ci cova: se la tifate, fate bene ma poi non dite che Sanremo non vi piace perché qui siamo alle piccole Pausini crescono. Voto: 6 Caccamo-Iurato – Le perplessità sconfinano nello sconcerto, perché la canzone è veramente, ma veramente brutta e loro veramente ma veramente insulsi. Si vede che c'era bisogno di rinverdire la gloriosa tradizione dei trottolini amorosi. Voto: 4

I cantanti

I campioni – Più presunti che veri, vecchia storia, quelli autentici a Sanremo ci vanno fuori concorso. Molti ad inseguire calligraficamente antichi fasti (Ruggeri, Stadio), altri con la sciagurata idea di fare il lifting anche alle canzoni, affidandole ai 'giovani che sanno cosa piace ai giovani', con l'unico effetto di riuscire decrepiti. Qualcuno esce meglio di quando è entrato, come Annalisa che sembra avere raggiunto una sua maturità. Qualcuno conferma il suo status di promessa mai davvero sbocciata, come Morgan, e qui i noti problemi c'entrano fino a un certo punto: è che molti funzionano meglio come fenomeni televisivi che come artisti puri. Alcuni vivacchieranno oltre i talent, per altri la favola s'era già estenuata prima di questa passerella. Voto: 5

Le nuove proposte – Molta fuffa da talent, come al solito, e un paio di belle speranze, non a caso finite nell'unico casino di questo festival emolliente: Gabbani e Miele non sembrano avere particolare personalità, ma hanno saputo produrre qualche bagliore, qualche palpito di interesse. Solo che ormai, dato quel che è successo, li intervistano sempre insieme: forse si fidanzeranno e l'anno prossimo torneranno in duetto, dududu dadada. Voto: 6-

Le canzoni – Persa a tempo debito la sua verginità canora, che poi era quella di Gigliola Cinquetti che non aveva l'età ma non vedeva l'ora, Sanremo vive di compromessi da molto tempo, diciamo dalla prima globalizzazione di fine Anni 80a: non può rinunciare al proprio canzonettismo figlio del melodramma, però fiuta tendenze, ritmi, mode e cerca di farle convivere. Così si spiegano le edizioni a pacchi di Whitney Houston , le schegge di rock addomesticato, i primi vocalizzi col salto di quinta, o addirittura, nel caso di Tiziano Ferro, di sesta/quarta («Di se/ee/re..»), che avrebbero spalancato la strada, via talent, agli Scanu e i Mengoni. Infine, smaltita l'orgia di Anastasia, Rihanna e Beyonce nostrane (o di rap alle vongole, che sarebbe ora di archiviare una volta per tutte), sembra di nuovo il momento di stilemi più ampi, orchestrali, linee melodiche non più frastagliate ma sinuose, fluide, coi crescendo canonici, enfatizzati dalle varie Noemi, Dolcenera, Arisa, la stessa Annalisa.
Poi è anche questione di cicli, di compositori da festival, quelli che più hanno inflazionato gli ultimi festival si chiamano Kekko e Sangiorgi che sono dei neomelodici spietati. Si scorge comunque un timido ritorno alle 'canzoni da cantare' ed è un ritorno in qualche misura significativo: i brani di questa rassegna non incideranno nella memoria, ma possono costituire una chiave di lettura per il futuro prossimo. Più che mai pessimi i testi, pare assurdo che nessuno ne capisca il valore: d'accordo che di Bigazzi non ne nascono più, ma ogni movimento vocalico puro è meglio delle atrocità liriche sentite anche stavolta. Voto: 5

Lo spettacolo

Gli ospiti – Alcuni evitabili, pure perdite di tempo come i comici e un paio di ectoplasmi più o meno imposti dalla rete. Altri liquidati – chissà perché - troppo alla svelta per poter esprimere alcunché. Resta l'incanto oltre la gravità di Roberto Bolle. Restano i pesi massimi, che possono piacere e non piacere, ma su una cosa crediamo non sia lecito discutere: la dimostrazione di una caratura diversa rispetto agi emuli attuali. Elton John non si è sprecato, ma non gli serve più di un pianoforte per trasportare il festival a un altro livello. Elisa ha incantato con la semplicità di una grande, i Pooh suscitano sciocche battute da social sui cateteri ma quando lo sentiremo più un inno come Dammi solo un minuto? Renato Zero è totemico, ma si porta addosso la sostanza di un carisma che sembra uscire da un'epoca improbabile: e invece è appena ieri. Voto: 7

I comici – Mai vista una qualità così uniforme: facevano tutti piangere. Voto: 4

Lo show – Polarizzato fra sprechi ed economie, Sanremo resta una cornucopia per tutti. Il solo fatto di parteciparvi assicura un gettone di presenza (50mila euro per ciascun big, circa 20mila per le nuove proposte, i conti fateli voi), oltre al tiro promozionale e alla filiera di occasioni che si sviluppa. Denaro che naturalmente si disperde per mille rivoli aziendali, senonché resta un'opportunità da uno su mille - ed è per questo che quell'uno merita critiche anche dure, all'occorrenza. Poi ci sono, giustamente, i cachet delle star che oscillano dalle 550mila euro di Conti alle 2-300mila dei superospiti strapagati per reclamizzarsi, fino alle più contenute decine di migliaia di euro del parco vallette: a ciascuno il suo, anche se in misura minore che in passato: i due vincitori di Sanremo giovani, quello ufficiale, Gabbani, e l'altra per così dire morale, Miele, escono con due ep, quasi a voler tastare un terreno infido. In un contesto simile, Sanremo, senza comici, senza cantanti, senza conduzione (o, se si preferisce, con conduzione a pilota automatico) fa il meglio degli ultimi 12 anni, arriva a 11 milioni, mette idealmente un telespettatore su due davanti all'Ariston. Cosa concludere se non che la noia paga, che la quantità oltre un certo limite non diventa qualità ma fa audience? Per diritto di cronaca, registriamo una scenografia reminiscente di antiche modernità da Premiatissima 1983, mentre diversi addetti ai lavori hanno contestato una resa sonora non adeguata alle esecuzioni dal vivo. Sono le logiche televisive, alle quali tutto il resto si piega. Voto: 5 ½

Ezio Bosso – Suoi sono gli spasimi dell'anima che resteranno in una settimana evanescente. E, sì, proprio per la sua malattia: per come ha saputo incarnarla, trasformandola in poesia. Noi non dimenticheremo le sue smorfie su filo di quella musica esile e indomabile: l'uomo-uccello strabuzzando gli occhi frullava ali invisibili sopra il pianoforte, sopra la sua stessa vita ed era l'unico sano: malati noi, ad assistere sgomenti, offesi dalla nostra normalità impacciata. Voto: 10

Le pagelle della quarta serata

Le pagelle della terza serata

Le pagelle della seconda serata

Le pagelle della prima serata

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