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CAMPAGNA 24 Febbraio Feb 2016 1940 24 febbraio 2016

Petaloso, quando i social possono cambiare la lingua

La parola inventata dal piccolo Matteo è trending topic. Così può entrare nei dizionari.

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C'era una volta un bambino che immaginava un mondo «petaloso». Potrebbe iniziare così la favola del piccolo Matteo di Copparo, in provincia di Ferrara. E se dovesse esserci il lieto fine, il merito sarebbe del web.
La sua maestra, Margherita Aurora, era rimasta incantata da quell'aggettivo mai visto prima di quel compito assegnato ai suoi alunni di terza elementare, e l'aveva mandato all'Accademia della Crusca. Ma solo per scoprire che non spetta agli studiosi della lingua italiana decidere se una parola può entrare nel vocabolario.

A FARE LA DIFFERENZA È L'USO. Dalla Crusca hanno spiegato che a fare la differenza, per un termine comunque «ben formato», è la sua diffusione. E allora via alla gara. Nel giro di poche ore i social si sono riempiti di «petaloso», diventato trending topic numero 1 in Italia.
«È la prima volta che capita con questa virulenza», ha spiegato a Lettera43.it Vera Gheno, collaboratrice e social media manager dell'Accademia, che è su Twitter dal novembre 2012 ma non aveva mai visto numeri così impressionanti: «In meno di 24 ore abbiamo guadagnato 3 mila followers, con 80-100 menzioni all'ora».
SUL SITO DELL'ACCADEMIA UNA SEZIONE SUI NEOLOGISMI. Non è la prima volta che la Crusca viene interrogata su un neologismo. Sul suo sito ha addirittura una sezione dedicata. C'è una cloud, con le parole più gettonate dagli utenti, e la redazione sceglie quelle di cui occuparsi: «Di solito ci soffermiamo su termini già in uso, già presenti, seppur da poco, sui dizionari. Rispondere ai quesiti di chi inventa un termine che rimane circoscritto a un contesto familiare sarebbe troppo dispendioso, ma questo caso era così particolare che era impossibile ignorarlo. Così la nostra responsabile del settore, Maria Cristina Torchia, ha deciso di rispondere direttamente al piccolo Matteo».
UN FENOMENO VIRALE. La lettera è stata condivisa su Facebook dalla maestra, approdando su La Nuova Ferrara. L'Accademia è stata menzionata nel tweet lanciato dal profilo del quotidiano e si è limitata a ricondividerlo. Rendendo il fenomeno virale (per inciso, anche questo è un neologismo, o meglio, una risemantizzazione funzionale di cui la Crusca si è occupata di recente). «Stefano Guerrera, ideatore di 'Se i quadri potessero parlare', è stato tra i primi a dedicare un'immagine alla parola, poi è arrivata la Lego, infine persino i politici». Presidente del Consiglio compreso: «Questo è un progetto che potremmo definire 'petaloso'», ha detto Matteo Renzi introducendo al Piccolo Teatro di Milano il progetto per il posto Expo 'Human Technopol'.

Lì dove non può la Crusca (che non fa vocabolari dal 1923) possono i social media. Whatsappare, twittare, googlare, selfie, hashtag, doppia spunta, meme. Sono tutti già presenti, con i loro nuovi significati, sui dizionari. «Spesso sono termini tecnici che derivano dall'inglese», ma in questo caso è diverso. Perché i social non hanno inventato la parola, ma senza di loro sarebbe stata impensabile la sua diffusione.
«NON È UN FENOMENO NEGATIVO». «Mi occupo di diffusione mediata dal 2000», ha spiegato Vera Gheno, «e non credo sia un fenomeno negativo che rovina l'italiano. La lingua si adatta al mezzo da sempre. Coi social si è creata per la prima volta la possibilità di scrivere in maniera informale, molto vicina alla lingua parlata». Per esempio, «una frase come 'se lo sapevo non venivo' è accettabilissima se scritta su WhatsApp». L'importante è saper distinguere i contesti: «I sistemi di autocompilamento come il T9, per esempio, possono impigrire, suggerendo l'uso di una parola più banale. Ma se una persona conosce bene la lingua la saprà usare comunque bene in un altro contesto».
«PUÒ ESSERE UNA FAVOLA BELLA». Quella di Matteo, insomma, ha «tutti gli elementi per essere una favola bella». Sarà perché è quella di un bambino, o «perché la parola ha un senso di ottimismo e la primavera è in arrivo», ma persino lo Zingarelli ha aperto all'introduzione della parola tra le sue pagine.

D'altra parte, se l'edizione 2014 è stata quella di «inzitellito», «cocopro», «bling bling», «ludopatia» e «zoccolaggine», non si capisce perché non auspicare un 2016 «petaloso».
I BAMBINI INVENTANO PAROLE DA SEMPRE. Intanto, vada come vada, i bambini continueranno a inventare nuove parole: «Ho una figlia di otto anni», ha raccontato la Gheno, «e anche lei lo faceva. Imparano per analogia, così, dal sostantivo sedia, spesso nasce il verbo sediarsi. E poi hanno una particolare predilezione per il suffisso -oso: ciuffoloso, bamboloso, abbraccioso».
L'hanno sempre fatto, ma una volta non c'era Twitter.

Twitter @GabrieleLippi1

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