REPORTAGE 9 Marzo Mar 2016 1100 09 marzo 2016

Parigi, settimana della moda donna con lo spettro Isis

L'ombra degli attentati svuota la settimana della moda donna. Poco pubblico, poche star. Solo gli italiani affollano la kermesse. Che però rimane in sordina.

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da Parigi

Per la prima volta dal 2008 a oggi, ma con un tono e una cupezza ben diverse da allora, a Parigi si sono trovati taxi durante la settimana della moda donna che chiude il 9 marzo 2016, peraltro con l’italiana Miu Miu.
Si sono trovati anche alberghi last minute, tavoli nei ristoranti “branché”, cioè di tendenza, e da Colette - il concept store che detta la linea quasi a ogni altro nel mondo, punto di riferimento dello stile occidentale insieme con la fiorentina Luisaviaroma e Dover Street Market a Londra - non c’è più folla di compratori stranieri ad accalcarsi sulle rampe di scale che portano al bistrot o al reparto abbigliamento come un tempo.
SI PARLA LA NOSTRA LINGUA. Per la verità, fra i suoi piani si sente parlare quasi esclusivamente giapponese o italiano: due buyer che dall’accento si direbbero romagnoli tracciano con molto impegno il profilo della nuova cliente «di alta gamma» di oggi, domandandosi come fare a convincere le chiattone di mezza età che entrano nelle loro boutique, e che sono le ultime rimaste a farlo, a «sentirsi delle gran fighe» quando la natura matrigna e le troppe tagliatelle al sugo le hanno trasformate in una galleria di trumeaux.
Si parla molto italiano anche a Première Classe, la fiera di tensostrutture bianche che deturpano le Tuileries e che vorrebbe strappare il primato nella cosiddetta “moda di ricerca” alle milanesi White e Super.
Ovunque si sente parlare italiano fra gli espositori, e molto si parla italiano fra i visitatori.
LE VENDITE? SI FANNO. La bella Paola d’Arcano, ex venditrice di brand di lusso diventata una delle designer più ricercate dalle ragazze che invece limitano l’apporto di tagliatelle, si dice davvero stupefatta del poco affollamento: ha venduto, bene, le sue scarpe modello salomé in broccato, oro e velluto a compratori di Dubai, Kuwait City e Roma.
Quando passo a salutarli, la coppia di Leit Motiv, Juan Caro e Fabio Sasso, reduce dalla sfilata a Milano, sta facendo un ordine a una coppia di italiani.
Sono contenti della visibilità parigina; sarebbero più contenti se fosse un po’ più ricca e affollata.
Ma se gli italiani, buyer, giornalisti, produttori o operatori del settore ritengono quasi imprescindibile mostrare faccia, sorriso e ricco cappotto a Parigi - guai a non esserci perché «Parigi è Parigi», come scrivono ispirati ogni mattina dai loro account Instagram postando invariabilmente un’immagine della Tour Eiffel e della spianata del Trocadéro - gli “americani a Parigi” si sono invece visti poco.
STRANIERI POCO PRESENTI. Poco gli spagnoli, poco i Paesi della fascia africana e mediorientale del Mediterraneo per ovvie ragioni; poco, in proporzione, anche i cinesi.
E non solo per il rallentamento dell’economia cinese e il colpo di maglio assestato dal governo di Xi Jinping alla regalistica di lusso.

Siamo produttori di tre quarti della moda francese che sfila a Parigi

L’onda lunga degli attentati di Daesh e del Bataclan su cui paiono ancora addensarsi le ombre terribili della carneficina si sente fin troppo anche a quattro mesi di distanza, come non sarebbe stato possibile verificare nella ben più contenuta settimana della moda maschile di gennaio.
La folla in attesa agli ingressi si concentra sui marchi francesi, amatissimi come Hermès che ha sfilato nel maneggio della Garde Republicaine, a due passi dalla Bastiglia e dalla Bibliothèque de l’Arsenal fondata nel Direttorio, oppure Chanel.
RIVALITÀ SENZA SENSO. Ma le star presenti sono relativamente poche in proporzione a soli cinque anni prima, e il dato più rilevante è proprio la costante, e ora dal confronto più spiccata, presenza di italiani.
La rivalità fra le settimane della moda di Milano e di Parigi inizia ad avere sempre meno senso, perché gli ultimi rimasti a smaniare per presentare moda a Parigi, per comprare moda a Parigi, e molto e soprattutto per trascorrere tre o quattro giorni a Parigi siamo noi. Les italiens.
Noi che siamo anche i produttori di tre quarti della moda francese che sfila a Parigi.
LA GRANDEUR DIPENDE DA NOI. È dura riconoscerlo, e infatti i francesi non lo faranno mai, ma molto devono, per la loro grandeur, al magnifico spettacolo offerto da Valentino e dalla moda così impalpabile eppure presente, così leggera eppure pensosa, così pronta ad accompagnare, carezzandole, cancellandole, le nostre incertezze di oggi.
Molto devono alla coppia Prada-Bertelli. Ad Alessandro Dell’Acqua che disegna Rochas e la produce in Italia, o a Giambattista Valli.
O a Renzo Rosso che ha rilanciato la maison Martin Margiela e salvato John Galliano da un triste declino.
O a Roger Vivier e Elsa Schiaparelli, due monumenti dello stile francese a cui Diego Della Valle ha ridato dignità.
NESSUNO CE LO RICONOSCE. Quando diciamo che l’Italia non ha più nulla di cui vantarsi e che «un altro pezzo se ne va», dovremmo anche pensare a quanto della nostra produzione si mette in mostra a Parigi, e contribuisce a mantenerne intatta l’allure.
E se nessun altro ce lo riconosce, dovremmo farlo, con orgoglio, noi.


Twitter @fgiacomotti

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