RECENSIONE 12 Marzo Mar 2016 1500 12 marzo 2016

Iggy Pop, c'è il fantasma di Bowie nel nuovo album

Esce Post Pop Depression: l'ultimo contorto, oscuro e lugubre lavoro dell'Iguana. In cui serpeggia il fantasma dell'amico Bowie. Un viaggio tra morte e rock vero.

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Alla fine, le idee più chiare sull'eterno sciroccato Iggy Pop, le ha sempre avute Iggy Pop: «Sai, io non sono mai del tutto di moda e mai del tutto fuori moda».
E voleva dire non solo della sua perennità oltre i tempi, della sua unicità imbarazzante, ma anche, forse soprattutto, dell'attitudine a essere ridimensionato, incompreso.
Frainteso come uno che non riesce a essere credibile a dispetto dei santi.
TRA FLOP E CAPOLAVORI. Se fa dischi di un certo orgoglio, anche coraggiosi, li liquidano alla svelta come gli spasmi di un vecchio.
Poi magari gridano al capolavoro per questo Post Pop Depression che invece è un modo contorto, interlocutorio per siglare una fine; una possibile fine, che poi non sarà perché quelli come Iggy non possono che andarsene come sono sempre esistiti.
Su un palco o comunque respirando musica, rabbiosa, furibonda, spirito sconsiderato di un rock mai di moda, mai fuori dalla moda.
NON CI SI PUÒ LAMENTARE. Oscuro, lugubre, questo sì, questo l'imminente nuovo disco lo è di sicuro.
Se non come ai vecchi tempi, non ci si può comunque lamentare.
Prendi il padre di tutti i punk, mettigli vicino una rockstar del XXI secolo, chiudili in un deserto e che ti esce? Il fantasma di David Bowie.
Quanto si agita in queste canzoni! È come se il suo amico Iggy ne cantasse una fine che sapeva, che come minimo presagiva, ricordando i luminosi sfasci berlinesi - Gardenia, il primo brano uscito in avanscoperta, ma pure German Days parla da sola, ovvero con quella sorta di inflessione, di vibrato che non sai mai chi dei due avesse raccolto da chi.
RISPECCHIARSI NELLA MORTE. È come se nella morte prematura dell'amico che lo salvò, l'ultimo grande amico, Iggy specchiasse la sua.
Le sue tante morti, ciascuna un ricordo, uno spettro. E adesso si affida a uno che potrebbe essergli figlio per l'ultimo hurrà.

Un album di faticosa mestizia, ora inferocita ora desolata

Post pop depression, il nuovo album di Iggy Pop.

Ma, naturalmente, non c'è solo la lugubre onda, e ombra, di un altro amico andato via.
Nel disco le declinazioni della mestizia, faticosa mestizia ora inferocita ora desolata, assumono lineamenti cangianti.
Affiora per esempio il volto (e pure gli acuti) di P.J. Harvey, la prima, diciamo fino a To Bring You My Love, nella sinuosa e ostica Vulture; affiora pure quello ossigenato dell'Iggy del 2001 in In The Lobby, che di fatto è una riscrittura di It's All Shit (su Beat 'Em Up), compresi, pari pari, i leak di chitarra.
ATMOSFERA POLVEROSA. Ma non è vero che questo sia un album solo dell'Iguana; è a lui intestato, ma la presenza del sodale Josh Homme è marcata un po' dappertutto, nelle scariche chitarristiche, nelle progressioni di accordi, nell'atmosfera cruda e polverosa che egli ha forgiato insieme a Dean Fertita, anche lui nei Queen Of The Stone Age, e senza trascurare il battito primordiale di Matt Helders degli Artic Mondays.
LA STELLA È ESAUSTA. Le due anime sconvolte, di Pop e di Homme, ancora vulnerato dal trauma del Bataclan che lambì, lui assente, l'altro suo gruppo, gli Eagles Of Death Metal, si fondono nel secondo brano licenziato in anticipo, Break In To Your Heart; si affastellano in American Valallah, dove la confezione musicale sembra più del leader dei Queens of the Stone Age su liriche squiete dell'eterna mina vagante di Detroit.
Che è stanca. Mortalmente stanca: «Non ho altro che il mio nome».
Esausto al punto da volersi dissolvere in un buen retiro sudamericano dopo aver mandato affanculo tutto e tutti ma proprio tutti: anche se stesso.

Ricorrente depressione e paura di invecchiare

Iggy Pop.

Cose che si dicono, che si sparano per promuovere un album che magari non sarà il canto del cigno di Iggy, ma che, come e più che all'alba dei 50 anni di Avenue B, testimonia della sua ricorrente depressione, della paura di invecchiare fronteggiata per una vita a colpi di controassalti furibondi.
Ha ragione lui: mai stato del tutto affidabile, mai completamente accettato, neanche quando trovò, fondamentalmente proprio grazie a Bowie, il modo di risalire dai suoi baratri e smise di alternare cliniche psichiatriche, bordelli tossici e fossi nei quali abbandonarsi dopo un concerto mentre tutti lo cercano, costruendo la sua nuova leggenda lontano dagli Stooges, specie all'inizio degli Anni 90 quando si rilanciò definitivamente, e in modo clamoroso, con l'inaspettato American Caesar.
MUSICA SOTTOVALUTATA. A quel punto si è trattato solo di amministrare l'Iggy di sempre, oramai con villa pacchiana a Kay Biscaine, bellezza latina mozzafiato a fianco e una serie di album di altalenante qualità ma inesorabilmente sottovalutati - su tutti proprio il violentissimo, ma vario e originale Beat 'Em Up, che vedeva la morte violenta del bassista Lloyd “Mooseman” Roberts, già dei Body Count del rapper Ice-T, tanto per non smentire il karma.
IGGY FORMATO HOLLYWOOD. Eppure l'Iggy formato Hollywood restava, resta un disadattato, un marginale, anche quando Donatella Versace lo noleggia per una sfilata e lui sale a cavallo di un amplificatore per «scoparlo».
O quando si produce in un imbarazzante omaggio a Madonna, fra il tributo e lo sberleffo, o va da David Letterman a ringhiare Mask sprizzando sudore nudo e acre sula folla - sempre quel fare cose che non si fanno là dove non vanno fatte - o si lancia sulla folla ancora a 69 anni, il corpo sempre più cadente nella sua palestrata tonicità, e si ferisce.
Lui è quello sbagliato, da ammirare e compatire, quello di cui avere sempre un po' di paura.

Vede la morte ovunque e la canta con brutale sincerità

Iggy Pop a torso nudo, come suo solito quando è in concerto.

Adesso Iggy è stanco, vede morte ovunque attorno a sé e la canta con l'abituale brutale sincerità, sia che s'imbarchi in una parodia disco in 4/4 (Sunday, che pare quasi inseguire Rod Stewart per oltraggiarlo fino alla grottesca coda di valzer orchestrale) o nel canto definitivo di Paraguay, freddo e impotente come un orgasmo che non viene.
ROCK AUTENTICO. Proprio queste vibrazioni a stiletto, quest'agitarsi di tende lacere dietro le quali indovini la morte, sono il valore aggiunto di un album che recupera lo spirito del rock autentico, fatto di suggestioni imprendibili più che di furori raggrumati, di malattie incurabili che non vuoi guarire perché sono parte di te, perché senza quelle sei niente.
Iggy è stanco, ha l'irrazionale paura, confessata anche di recente, di finire povero e invalido in un ospizio, proprio lui che ha passato la vita a mutilarsi in scena.
SCIAMANO DA PRENDERE SUL SERIO. E adesso ricorda un reduce dalle zanne che hanno addentato troppe cose, dagli occhi che tradiscono uno stress post traumatico risolto in saggezza, lo sciamano che forse questa volta vi deciderete a prendere sul serio.
Alla fine, Post Pop Depression è una scommessa: sulla vita che muore, su quel che ne resta, su un'altra bugia di Iggy che tutti disperatamente pretendiamo, perché un pezzo di noi non crepi insieme a lui.


Twitter @MaxDelPapa

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