Marcella Marmo, non sono Elena Ferrante
CULTURA 14 Marzo Mar 2016 1700 14 marzo 2016

«Vivi nascosto», elogio di Elena Ferrante

Il mondo è pieno di scrittori fighi, aggiornati, presenzialisti e sempre connessi. L'anonima autrice napoletana è L'amica geniale di tutti noi. L'analisi di Lia Celi.

  • ...

Chiunque sia Elena Ferrante, è una filosofa.
Fermi, non correte subito a compulsare le biografie dei/delle docenti di filosofia della provincia di Napoli a caccia di concordanze letterario-biografiche con la misteriosa autrice della saga di Lila e Lenù, sulla cui identità si fanno più congetture che sul nascondiglio di Matteo Messina Denaro, e con gli stessi risultati.
Elena Ferrante è una filosofa nel senso etimologico di amante e praticante della saggezza, in particolare quella epicurea, di cui proprio intorno al golfo di Napoli, da Posillipo a Ercolano, fiorirono circoli di modissima fra politici e intellettuali 2 mila anni fa.
ANTIDOTO AL SUPER EGO. Uno dei più celebri precetti di Epicuro (a quanto sembra realmente vissuto, non un nom-de-plume) era il lathe biosas, «vivi nascosto», un precetto che oggi in Italia mettono in pratica solo la Ferrante e Messina Denaro, ma di cui nell'antichità amavano adornarsi con civetteria tanti vip che appendevano il proprio ego ipertrofico all'ingresso del circolo epicureo per poi riprenderselo puntualmente all'uscita.
Elena Ferrante è il lathe biosas di una persona che si rifiuta di accettare il duro contrappasso per cui, se scrivi libri di enorme successo, devi accettare che ti si rompano i coglioni dalla mattina alla sera, e, se il successo rimbalza Oltreoceano, anche di notte, causa fusi orari.
Lungi da me insinuare che scrivere libri sia faticoso come fare il minatore, un modo di «vivere nascosto» pochissimo epicureo.
PUBBLICHE RELAZIONI ASFISSIANTI. Sta di fatto che oggi per il mestiere di scrittore vale ancora la ricetta di Hemingway, 1% ispirazione e 99% traspirazione; solo che il sudore non te lo strappano la tensione creativa, il travaglio artistico, il labor limae alla ricerca della perfezione, ma le pubbliche relazioni, nelle accezioni più varie.
Presentazioni, reading, convegni, interviste, rilascio di opinioni su questo o quell'argomento, su questo o su quel medium, mass o social; e se non hai una pagina Facebook o un account Twitter sei snobsoleto (volevo scrivere tutti e due gli aggettivi, ma si fondono in un neologismo perfetto); se ce li hai ma non li aggiorni continuamente, con un selfie insieme a Kasparov o con un tweet su Ballando con le stelle, sei lento.
MA LAMENTARSI NON È CONSENTITO. Per non parlare del look: nella società dello spettacolo lo scrittore, e soprattutto la scrittrice, è valutato anche per il suo aspetto, esposto in locandine, risvolti di copertina, ospitate televisive e presenze fisiche a eventi; ma c'è chi vorrebbe poter mettere la propria faccia su quello che scrive, e basta.
Ribadisco, non rischi la silicosi o il crollo di una galleria sul groppone, e se oggigiorno l'unico vero peccato mortale è spoilerare, l'unica vera bestemmia è lamentarsi del fatto di essere cercati, richiesti, interessanti.

Così si può scampare ai fan di Lila inviperiti

La copertina del libro 'I Giorni dell'abbandono' di Elena Ferrante.

Il banalissimo problema è che di tempo per scrivere - non post, tweet, articoletti eccetera - e scrivere bene, magari meglio che nel libro precedente, ne resta poco.
«Vivere nascosti» diventa una necessità, oltre che una forma di autodifesa, e mica soltanto psicologica.
OCCHIO AGLI AMMIRATORI. Non sono solo gli scrittori «eretici» alla Salman Rushdie a rischiare la pelle: Conan Doyle, dopo aver fatto morire Sherlock Holmes ne L'ultima avventura, veniva assalito per strada dagli ammiratori del detective, incazzati come l'infermiera di Misery non deve morire, e fu costretto suo malgrado a resuscitarlo.
Immaginiamo la povera Elena Ferrante continuamente importunata dai fan di Lila inviperiti per... no, non voglio commettere il peccato mortale di cui sopra.
Allora pensiamo alla sorte di J. K. Rowling che ormai da anni fa per mestiere l'addetta stampa di Harry Potter e non può lasciarlo al suo destino, anche se vorrebbe tanto.
UN PERNACCHIO SONORO. La fama planetaria di Ferrante, che prima della tetralogia de L'amica geniale aveva scritto altri libri belli e fortunati (il primo, L'amore molesto, nel 1991), è un pernacchio sonoro a tutto ciò di cui si autoconvincono gli scrittori di oggi: che bisogna essere «personaggio», possibilmente figo, aggiornato, presenzialista, sempre connesso, affiliato a una conventicola; che si deve fare squadra con altri scrittori, andare da Fazio, dibattersi ogni singolo minuto della propria vita per non farsi sommergere dai flutti dell'oblio.
È BENE CHE RESTI COSÌ. Con la sua difesa della sua vera identità, tanto più cocciuta quanto più il successo esplode assieme alla curiosità, Ferrante, chiunque sia, diventa l'ideale amica geniale di ogni scrittore, aspirante o in carica: un modello scomodo e controcorrente, incoraggiante ma provocatorio, brillante e caparbio come la sua Lila, e altrettanto inafferrabile.
Ed è bene che resti tale. Ma grazie lo stesso a Marco Santagata del Corriere della sera, che dopo una meticolosa indagine alla ricerca della «vera» Ferrante, l'ha identificata in Marcella Marmo, docente di Storia all'università di Napoli e saggista sopraffina: con tutta probabilità Santagata ha toppato, ma ci ha fatto scoprire una donna intelligentissima di cui ora abbiamo voglia di leggere tutto.
E che forse per salvarsi dall'improvvisa notorietà dovrà cercarsi urgentemente uno pseudonimo.


Twitter @LiaCeli

Correlati

Potresti esserti perso