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REPORTAGE 5 Aprile Apr 2016 1531 05 aprile 2016

Il Belgio dopo gli attentati: la dura vita dei musulmani

Insultati e aggrediti: i cittadini musulmani in Belgio sono sempre più ai margini. Saïd e Hajib: «Colpa dei media e della politica, basta associarci ai terroristi».

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da Bruxelles

A due settimane dagli attacchi terroristici di Bruxelles del 22 marzo, la violenza non è finita. A prendere il sopravvento ora è quella verbale, psicologica, ideologica.
Dopo le proteste di centinaia di hooligan e neonazisti a piazza della Bourse, diventata il simbolo della commemorazione alle vittime delle stragi, le autorità belghe hanno impedito la manifestazione del gruppo francese di estrema destra anti-Islam 'Génération identitaire', convocata per domenica 3 aprile sulla piazza comunale di Molenbeek.
A essere nel mirino di estremisti e razzisti non è tanto il quartiere che ha ospitato alcuni kamikaze degli attentati in Francia e in Belgio, quanto i suoi abitanti, soprattutto se di religione musulmana.
Così a Bruxelles, dopo le vittime delle bombe, si iniziano a contare quelle della discriminazione e dell'islamofobia. Negli ultimi sette giorni sono circa 10 i casi di aggressioni verbali e fisiche denunciati dai musulmani belgi al Ccib, Collectif Contre l'Islamophobie en Belgique.
«Ieri una ragazza che indossava il velo ha raccontato di essere stata insultata da un tassista che ha anche cercato di investirla», racconta Saïd Zayou-Enouari, che lavora al comune di Schaerbeek, un altro quartiere ad alta concentrazione musulmana e oggetto in questi ultimi mesi di numerosi blitz della polizia: da qui il 22 marzo sono partiti i tre kamikaze delle stragi di Bruxelles. «Molte persone mi raccontano di aver paura di uscire di casa, alcune sono state insultate nella metro, sugli autobus, per strada, solo perché hanno iniziato a parlare in arabo o portavano il velo».

La comunità musulmana «non esiste, è una invenzione dei media»

Molenbeek, quartiere di Bruxelles.

Saïd, 40 anni, ha vissuto 20 anni in Marocco e 20 in Belgio, si sente di appartenere a entrambi i Paesi, ma non alla comunità musulmana: «Non esiste, è solo una invenzione dei media per poter stigmatizzare e puntare il dito contro qualcuno dopo gli attentati», racconta a Lettera43.it.
Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Le Soir, per un belga su due, l'equazione «rifugiato-musulmano-terrorista» è tutt'altro che un'aberrazione. Anzi, quattro belgi su 10 ritengono che la comunità musulmana sia «abbastanza complice» dei recenti atti terroristici.
«I TERRORISTI NON ERANO RELIGIOSI». «I media devono smettere di parlare della comunità musulmana belga associandola agli attentati, conosco persone che vengono dalla Turchia, dall'Algeria, dall'India, sono musulmane ma non appartengono a una comunità in quanto della stessa religione. Creando un gruppo che non esiste, l'islamofobia prenderà il sopravvento», continua Saïd, «la separazione tra belgi e musulmani è proprio quello che vuole l'Isis, vuole farci sentire isolati nel nostro stesso Paese, e l'Occidente deve impedirlo».
Inoltre «questi terroristi non erano nemmeno religiosi», osserva, «non andavano in moschea, non frequentavano le scuole arabe (madrasse), molti bevevano, spacciavano droga, erano delinquenti, però la stampa continua a ricondurre le loro vite alla religione musulmana, che loro stessi hanno strumentalizzato».
IL RAMMARICO DI HAJIB. La rabbia e il dolore che prova Saïd sono duplici: «Non capisco perchè siano state uccise persone innocenti, e soffro perché i killer erano musulmani e ora tutti noi siamo costretti a rendere conto di qualcosa di orribile che condanniamo fortemente».
Hajib Elhajjaji
, 33 anni, musulmano, nato e cresciuto in Belgio da genitori marocchini, era in ufficio la mattina degli attentati. Oltre a essere ingegnere meccanico è vicepresidente del Ccib, così uno dei suoi primi pensieri è stato quello di condannare l'accaduto e scrivere un comunicato contro gli attentati. «Ma in pochi l'hanno ripreso», racconta a Lettera43.it, «in questi giorni ho contato 25-30 organizzazioni musulmane che solo in Belgio si sono schierate contro ciò che è successo: docenti, imam, moschee, giovani hanno scritto comunicati, fatto dichiarazioni, ma nessuno li ha pubblicati o ripresi», dice con rammarico Hajib.
I RISCHI DELLA RADICALIZZAZIONE. La sensazione è quella di essere vittime due volte, perché belgi e perchè musulmani: «L'unica cosa che accomuna questi terroristi è che sono tutti giovani, solo uno era andato all'università, gli altri si sono fermati alla secondarie», osserva Saïd, «vivevano a Molenbeek, un quartiere dove la disoccupazione e la criminalità sono elevate, e senza un bagaglio culturale adeguato in appena tre mesi sono stati radicalizzati».
Secondo Hajib, «più che un problema religioso è un problema politico, sociale». Le domande sono tante, e le risposte devono ancora arrivare: «Vogliamo capire come è possibile che il governo belga abbia ricevuto informazioni su questi terroristi dalla Turchia, dall'Olanda, e non abbia agito per tempo».
DISAGIO SOCIALE E IGNORANZA. Così come poco è stato fatto in questi anni per ridurre il malessere sociale ed economico di alcune fasce della popolazione.
A Bruxelles la disoccupazione è al 7%, ma a Molenbeek supera il 30%: «Il disagio e la discriminazione sono altissimi e molte persone non possono nemmeno permettersi di lasciare il quartiere perchè altrove gli affitti sono proibitivi», spiega Hajib.
«L'unica cosa che non dobbiamo fare è quindi focalizzarci solo sulla sicurezza, bisogna lavorare sulla costruzione di nuovi modelli, sull'inclusione sociale e politica», ricorda Saïd, consapevole quanto questo sia «un lavoro molto più costoso rispetto al rafforzamento dell'intelligence».

Le responsabilità dell'estremismo religioso e della politica

Salman Bin Abdulaziz Al Saud, re dell'Arabia Saudita.

Una denuncia che non vuole minimizzare il ruolo svolto dall'estremismo religioso e dalle sue interpretazioni più radicali. Perchè anche l'islam ha le sue responsabilità.
Anzichè dire sempre Allah akbar (Dio è grande, ndr), Hajib ricorda come ci siano per esempio altri 99 nomi per chiamare il Dio dell'islam, e uno di questi è Al-Wadud, (Colui che ama, ndr), «perché Allah è amore», «è creatore del bene» (An-Nafi), «è clemente» (Ar-Ra'uf), «è colui che perdona» (Al-'Afuww).
LE SFIDE DELL'ISLAM. La consapevolezza è che «dobbiamo lavorare per la modernizzazione della nostra religione, migliorare il tipo di educazione religiosa, fare in modo che gli imam che predicano nelle moschee non arrivino da fuori ma abbiano vissuto e studiato in Belgio e conoscano la realtà dei propri fedeli. Magari si potrebbero istituire dei master di teologia ad hoc nelle università», suggerisce Saïd, «ma per questo abbiamo bisogno dell'aiuto del governo belga e di tutti i politici».
«Come l'Ue reagirà agli attentati è una sfida per tutti», conclude Saïd, «l'unica occasione di riscatto e di vittoria davanti al regime del terrore è riuscire a convivere con l'islam e con la minoranza musulmana. Un esempio di integrazione che possiamo dare a tutti i Paesi musulmani, una lezione di vita per tutti».
GLI AFFARI CON L'ARABIA SAUDITA. Senza dimenticare, ancora una volta, che è la politica la prima cosa che deve cambiare.
Quello che succede in Siria e in Iraq, da dove l'Isis ha lanciato la sua controffensiva all'Occidente attraverso i foreign fighter made in Europe, «non può essere ignorato».
Così come «non possiamo far finta di non avere ancora le immagini delle torture del carcere iracheno di Abu Ghraib dentro di noi, non possiamo più fingere che quello che succede dall'altra parte del mondo non ci colpisce, perché entra nelle nostre case, nelle nostre tivù, nelle nostre vite», dice Saïd, che ricorda come «tutti noi stiamo ancora pagando le conseguenze della guerra fatta in Iraq, la questione palestinese irrisolta, ma soprattutto quel supporto dato all'Arabia Saudita da parte dell'Occidente: uno dei regimi più repressivi e oscuri al mondo con i quali la Francia e il Belgio fanno affari da anni».
I CONTI CON IL SALAFISMO. Un regime che predica il salafismo, «non proprio uno dei migliori» esempi di islam. Per quanto l'invito è di non generalizzare, è stato lo stesso ministro francofono belga Rachid Madrane, responsabile dell’Aiuto alla gioventù e delle Case di giustizia, a denunciare «l’incoerenza dei Paesi occidentali».
«Il peccato originale, in Belgio, consiste nell’aver consegnato le chiavi dell’islam nel 1973 all’Arabia Saudita per assicurarci l’approvvigionamento energetico», ha detto Madrane intervistato dal giornale belga La Libre.
«Come si fa a precipitarsi a Riad per firmare contratti economici, sapendo bene che è uno dei Paesi che fa il doppio gioco sulle questioni legate all’islam?», si è chiesto il ministro.
Una domanda alla quale i politici belgi ed europei devono ancora dare una risposta, prima di stigmatizzare i cittadini in base al loro credo religioso.

Twitter @antodem

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