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MUM AT WORK 9 Aprile Apr 2016 1400 09 aprile 2016

Madri senza lavoro, non è la crisi il vero problema

La recessione non ha aumentato il numero di donne inattive. Il nodo è culturale.

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L’occupazione femminile è bloccata, in stand-by: a febbraio 2016 secondo l’Istat 50 mila donne sono diventate neet, inattive. Non cercano un impiego, nè si formano.
Siamo sempre lì: c’è poco lavoro per tutti. Così dai dati emerge un numero sconvolgente: 2,3 milioni di donne rimangono “imbrigliate” nella famiglia, perché per loro non è possibile far funzionare il lavoro sia a casa che in ufficio.
Tra queste il 40% è diplomata o laureata. Insomma: sprechiamo capitale umano. Che tradotto in parole povere vuol dire qualità della vita inferiore per la singola donna e per la sua famiglia, perdita di una persona attiva per la società e capace di spendere per i consumi. Un fallimento.
UN FENOMENO CHE VA OLTRE LA CRISI. «Le donne inattive in Italia sono sempre state tante e sicuramente ci troviamo di fronte ad un fenomeno più ampio, che non riguarda solo le donne, ma anche i giovani», spiega a Lettera43.it la professoressa Manuela Naldini, autrice per Il Mulino di La transizione alla genitorialità.
Ma lo spettro della mancata conciliazione fa capolino. La crisi e la mancanza di lavoro non c’entrano poi così tanto. Le donne, oltre alla difficoltà comune di trovare un lavoro, hanno un’enorme muro da abbattere. Quello del carico di cura.
«Ho elaborato dei dati con una collega spagnola e ho evidenziato che la crisi non ha aumentato il numero delle donne inattive», continua la professoressa Naldini. Che nel suo recente libro ha affrontato un tema particolare, quello della “genitorialità”.

Naldini: «Le coppie che si dicono paritarie non lo sono realmente»

Per la politica woman-oriented della vicepresidente del Senato Valeria Fedeli “genitorialità” vuol dire suddivisione dei compiti, collaborazione tra i due partner in maniera equivalente.
Come spiega Naldini nello studio, “genitorialità” vuol dire anche altro: è un nuovo modo di essere padre e madre, più “esperti”, quasi “formati” perché i figli nascono più tardi, si decide di averli.
DINAMICHE SQUILIBRATE. «Abbiamo intervistato in tutto 25 coppie con titolo di studio elevati e con buoni impieghi, coppie che si autodefinivano “paritarie”, ma lo sono all’italiana perché comunque la donna fa di più in casa (siamo sul 40-60) e le abbiamo intervistate prima (circa a 6 mesi dalla gravidanza) e dopo il parto (più o meno quando il bambino aveva 1 anno e mezzo) e ci siamo resi conto che con la nascita del primo figlio si torna a dinamiche squilibrate», spiega Naldini. «La donna diventa madre e per essere una “buona mamma” si deve dedicare - secondo il senso comune - h24 al figlio, come se fosse un self service. Il padre invece spesso assume il ruolo di “collaboratore”, aiutante. Ovviamente continua a lavorare, mentre la madre riduce l’orario e in un caso, tra le intervistate, decide di lasciare il lavoro».
UN PROBLEMA CULTURALE. Un lavoro che paga bene, per il quale quella donna aveva studiato, un lavoro nel quale si identificava. «Noi ci siamo stupiti, pensavamo che nessuna avrebbe lasciato il posto», racconta Naldini.
Insomma, coppie paritarie “all’italiana” dopo la nascita del primo figlio diventano coppie tradizionalmente squilibrate: le nuove mamme si 'devono' dedicare al 100% al nuovo nato, secondo il modello ideale che hanno in testa. E i padri che intendono prendere congedi sono penalizzati e derisi sul posto di lavoro.
Il problema della cura dei figli è quindi, prima di tutto, culturale.
LO SPARTIACQUE DELLA MATERNITÀ. «Queste donne, che quasi sempre aspettano i 30 per rimanere incinta, hanno studiato, hanno cercato un buon lavoro proprio per avere una stabilità sicura prima di mettere fare famiglia», dice Naldini.
Hanno lavorato tutta la vita e sono sempre state “pari” al partner, ma dopo la nascita del bambino qualcosa si spezza.
E l’essere madri non permette più, per il contesto sociale, lavorativo, culturale di essere pari al compagno.
«E queste sono coppie con un buon livello di istruzione e retribuzione», conclude Naldini, «immaginate cosa avviene nelle famiglie dove il lavoro della donna è accessorio fin dall’inizio e dove il livello culturale è inferiore».

Twitter @francesca_gui

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