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INTERVISTA 15 Aprile Apr 2016 1355 15 aprile 2016

Cannes, Avati: «Il nostro flop? Colpa delle commedie»

Nessun italiano sulla Croisette. Escluso anche Bellocchio. Pupi Avati a Lettera43: «Film d'autore senza spazio. I festival? Scollegati dal circuito commerciale».

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Il 2015 era stato l'anno della grande abbuffata: tre italiani sulla Croisette, in corsa per la Palma d'Oro.
Un risultato con pochi precedenti, un raggio di luce in una fase storica non troppo positiva per il cinema italiano.
Il 2016 è quello della grande delusione: nessun film o autore italiano in concorso nella selezione ufficiale del Festival di Cannes; la beffa subita da Marco Bellocchio, tra i papabili della vigilia con Fai bei sogni ma escluso dalla lista; la speranza, ancora da confermare, di vedere La pazza gioia di Paolo Virzì alla Quinzaine des Réalisateurs; la consolazione di avere Pericle nero di Stefano Mordini nella sezione Un certain regard.
UN PASSO INDIETRO. Inutile negarlo, per il cinema italiano è un passo indietro. Ma forse la verità sta a metà strada tra l'entusiasmo del 2015 e la delusione del 2016.
Perché, probabilmente, la tripletta di selezionati con Nanni Moretti, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, aveva illuso. E l'assenza di nomi quest'anno è, almeno in parte, un caso.
«Alla fine gli autori italiani che possono ambire a un invito al concorso di Cannes sono sempre quelli», ha commentato il regista Pupi Avati a Lettera43.it, «se avessero avuto un film quest'anno sono certo che ci sarebbero stati».
Certo, l'assenza di Bellocchio ha spiazzato anche lui: «Ero convinto fosse un film adattissimo a Cannes».

Il regista Pupi Avati (©Getty Images).

DOMANDA. Nessun italiano in concorso nella selezione ufficiale. Una delusione?
RISPOSTA.
Una delusione enorme, ma è anche la conferma che nella prevalenza imbarazzante di film di genere commedia, il cinema d'autore italiano è stato relegato a una presenza inconsistente. Basta guardare i listini delle società di distribuzione, dove gli autori non hanno più spazi.
D. Una volta non era così?
R.
Fino a tre, quattro anni fa, società come Medusa e Rai Cinema sostenevano in modo massiccio il cinema di qualità. Poi sono subentrate le commedie e questi film corali che è evidente trovino qualche difficoltà a essere selezionati per i Festival.
D. Ci si aspettava che Fai bei sogni di Bellocchio fosse in concorso, invece no.
R.
Mi stupisce e dispiace. Dal 1963 a oggi ha dimostrato di avere una continuità e una coerenza rare e ammirevoli.
D. In 12 mesi si è passati da avere tre autori italiani in concorso a zero. Un passo indietro preoccupante?
R.
Sì, anche perché i tre autori dell'anno scorso sono i soliti. Una volta gli autori cinematografici tra cui scegliere erano diversi, ora se non c'è un film di Garrone, Sorrentino o Moretti, si fa fatica ad avere un italiano in lizza.
D. Questa tendenza ad avere sempre gli stessi candidati non è un po' tipica di Cannes? Almodovar, Penn, Jarmusch, Loach, i Dardenne... I nomi sono sempre i soliti, no?
R.
Sono le creature, i compagni e gli amici più affini al gusto del direttore Thierry Frémaux, che riassumono meglio la sua visione del cinema. Ed è anche corretto. Sono convinto che se i tre italiani citati prima avessero avuto un film, sicuramente sarebbe stato incluso. Mi stupisce manchi Bellocchio, ripeto.
D. L'ha sentito?
R.
L'ho chiamato quando ho letto che era tra i papabili, per rallegrarmi. Ero contento anche per una questione generazionale, perché è un autore non più giovanissimo che continua a fare il suo cinema, e questo è apprezzabile. Speriamo si rifaccia con gli incassi, perché credo che molti dei film in concorso faranno fatica a trovare spazio nelle sale. Magari non Almodovar, ma Loach e i Dardenne...
D. È un problema di distribuzione?
R.
Soprattutto di un esercizio che si è risolto quasi totalmente nella multisala. Il monoschermo, che era riservato al cinema d'autore, è ormai pressoché inesistente, a Roma città ce ne sono meno di una mezza dozzina. E la multisala è veramente il nostro problema più grande.
D. Insomma, Cannes non fa bene agli incassi?
R.
È un Festival che non guarda certamente al mercato e una Palma d'Oro non si traduce certo in un successo commerciale. Io nemmeno mi ricordo il titolo del film che ha vinto a Cannes. Questo dimostra che i Festival non sono più funzionali.
D. Prima lo erano?
R.
Una volta un premio serviva a premiare la qualità, ma anche a promuovere un film, che dopo aver vinto un Leone d'Oro a Venezia usciva nelle sale. Ogni volta che io sono andato a Venezia e i miei attori hanno vinto un premio, io ho visto che il film andava meglio.
D. E ora non è più così?
R.
Ora la distribuzione guarda da un'altra parte, e il discorso vale anche per i nostri premi. Non è che il David di Donatello sposterà gli incassi del film che vincerà. Una volta c'era comunicazione tra premi e mercato, oggi un film che ha vinto a Cannes, invece, qualche problema lo trova.
D. Non è che il cinema d'autore è diventato troppo autoreferenziale?
R.
Troppo un'altra cosa rispetto a quello distribuito nelle sale, che ha poca qualità e poca ambizione. Guardate i cast, per esempio, sono sempre gli stessi attori che passano da un film all'altro.
D. Neanche scelte come quella di George Miller, reduce dal successo di Mad Max: Fury Road, presidente di giuria a Cannes, o l'incetta di candidature ai David fatte da Lo chiamavano Jeeg Robot possono riavvicinare i Festival al pubblico?
R.
Ecco, Lo chiamavano Jeeg Robot è un film di grandissimo coraggio e spregiudicatezza, non è certo da annoverare tra le pigre commedie italiane di questi anni, e anche Perfetti sconosciuti è una macchina perfetta: un film che rispetta il genere, ha dialoghi molto ben scritti e interpretazioni molto buone. Lì c'è un livello qualitativo di un certo tipo.
D. Quindi si può intercettare il pubblico anche facendo bei film.
R.
Certo, io non vivo il pregiudizio di quelli che vanno a vedere solo i film dei Dardenne. Al contrario, io sono per il cinema popolare. Ma popolare e di qualità.
D. Questi film recenti sono una speranza? Il cinema italiano ci sta provando?
R.
Ancora troppo poco. Sono eccezioni che non confermano certamente la regola. E penso che questa idea di ripiegare continuamente sulla stessa commediola non paghi neppure più. Gli incassi dei film di Natale sono stati molto deludenti: oggi solo Zalone è garanzia di successo al botteghino.

Twitter @GabrieleLippi1

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