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DIATRIBA 18 Aprile Apr 2016 1609 18 aprile 2016

Lucio Battisti e il fascismo, leggenda priva di fondamento

Una studentessa riesuma voci mai realmente sopite. Ma non c'è nulla di vero. Ecco perché.

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Lucio Battisti in una foto Anni 70.

La faccenda è nota: Lucio Battisti in odore, anzi in tanfo, di neofascismo, di braccia tese, di finanziamenti a Ordine Nuovo.
Suo malgrado l'ha riesumata, beata innocenza, una studentessa ragazzina e il prof che non ha gradito, le ha messo 4: irritato, pare, dalla superficialità e dai risolini della giovanotta.
Manco a dirlo ne è uscito un surreale cafarnao, forse servirà un referendum per capire se il professore è stato “repressivo” (benché di sinistra) o se la sciagurata rispose in modo sguaiato a una leggenda metropolitana. Che poi è fatta di più sottoleggende, una leggenda-Matrioska, per svariate ragioni.
VOCI PRIVE DI FONDAMENTO. La prima è che ancora oggi, a quasi 18 anni dalla scomparsa, nessuno, tranne probabilmente la vedova, ma sarebbe inutile interpellarla, sa come e perfino se votasse Lucio Battisti.
Secondo Mogol, che forse un po' lo conosceva, la faccenda è del tutto priva di fondamento e anzi a Battisti, per dirla tutta, nun je ne poteva fregà de meno: «Bastava non girare col pugno chiuso e automaticamente eri schedato come fascista».
Allora come se ne esce questo venticello che ancora oggi ignare risorse studentesche raccolgono? Anzitutto, siamo già al grappolo delle microleggende, c'è la faccenda dei «boschi di braccia tese» (copyright proprio Mogol: chi altri?), che però, nelle intenzioni del paroliere, era semplicemente una forte immagine poetica senza implicazioni di sorta.
QUELLA FOTO FATTA GIRARE AD ARTE. Poi c'era la famigerata fotografia di Lucio col braccio teso, fatta girare ad arte.
Solo che risaliva a una occasione, nei primissimi Anni 70, nel quale dava l'attacco all'orchestra.
Terzo sospetto, quello dei soldi girati ai neocamerati, ma qui era proprio Battisti, perfettamente informato, a riderne: «Chi mi conosce sa che faccio fatica perfino a offrire un caffè...».
Per dare un'idea dell'urgenza politica di Lucio, basterà un aneddoto: una sera, a casa di Caterina Caselli, c'è Craxi che parla e parla e racconta e rivela, al che, a un certo punto, Battisti, che era rimasto sempre zitto, sbotta rivolto alla moglie: «A Grà... è mejo de Dallas!».
Pensa te se un burino di genio univerale come lui poteva perdersi nelle bassezze delle faziosità.
UNA STORIA DI FRAINTENDIMENTI. Che poi Lucio qualche volta abbia scontato gli equivoci o i fraintendimenti da Giulio (Rapetti), è vero: c'era quella canzone, Io ti venderei, che una sera, fatta ascoltare in anteprima a un gruppo di amici e amiche, provocò una mezza sollevazione delle signore, tutte femministe (correva l'anno infuocato 1976), con Mogol che invano si spolmonava a spiegare che no, quella non era mercificazione del corpo della donna, era la disperazione di un uomo sconfitto, cantata in così tante occasioni, da così tante prospettive, a volte, certo, con accenti machisti, ma destinati a franare proprio sulle impotenti pretese del maschio. Quando non si tingevano addirittura di denuncia per una condizione presociale, brutale, come nella lugubre, spaventosa Canzone della terra («Donna mia devi ascoltare...»).

Un universo poetico impregnato nell'amore

Lucio Battisti e Giulio Rapetti (Mogol) si conobbero nel 1965.

Volendo essere pignoli al limite dell'esegesi, si potrebbe osservare che i due hanno sempre difeso un universo poetico impregnato nell'amore, ma che sapeva aprirsi a raggiera a tematiche ecologiste e sociali.
In Gente per bene gente per male il protagonista è un diverso, un emarginato che ai sarcasmi dei ricchi odiosi preferisce, ingenuamente, la compagnia di una prostituta, trattata con estremo rispetto («Gentile signora, la posso accompagnare?»); nella celeberrima Canzone del sole, la perdita dell'innocenza di una fidanzatina viene risolta in un trasalimento che non degenera in moralismo quanto nella presa d'atto di una sconfitta; Perché non sei una mela, ormai a fine sodalizio, tradisce una insoddisfazione verso donne artificiosamente complicate, che in Una giornata uggiosa si dilata nel bisogno di «gente giusta che rifiuta d'esser preda di facili entusiasmi e ideologie alla moda».
LUCIO E GIULIO, DUE SPIRITI LIBERI. Una visione che non sarà di sinistra, scevra com'è di “problematizzazioni” e “contestualizzazioni”, ma che non può neanche venire rubricata nell'archivio dei nostalgici delle donne fattrici.
Difficile trovare due spiriti più liberi di quelli, ciascuno a suo modo.
Alla fine, l'immagine che condensa 15 anni di fusione tra Mogol e Battisti può stare in quella struggente, straziante alla fine di Dove arriva quel cespuglio: due ragazzi si mentono promettendosi una casa che non avranno mai, scende la sera, lui stende a terra il telo della moto e nel bosco si lasciano andare a un amore tenerissimo e un po' tragico.
Lucio concreto, interessato solo alla musica; Giulio visionario, fautore di un ambientalismo ante litteram – sua l'idea del giro d'Italia a cavallo col partner, come in una estemporanea conquista di un far west un po' all'amatriciana.
I FURORI DI OPPOSTE MILITANZE. Lucio chiuso, arroccato, ossessionato da un giro di basso a notte fonda, Giulio manager, scafato nelle relazioni pubbliche e nella pubblicità.
Più esperto se c'era da barcamenarsi in una temperie non semplice, laddove l'altro, isolato dapprima in largo Rio de Janeiro, sul viale Romagna di Milano, restava apparentemente indifferente a tutto ciò che non fosse suggestione, atmosfera, respiro sonico.
E va detto che nessuno come questi due ha saputo intercettare e restituire le vibrazioni di una metropoli che cambiava, che, tra i botti e i fumi di guerriglie urbane, di furori di opposte militanze, rifiutava di lasciar morire sentimenti fatti di amori qualsiasi, di parcheggi che non si trovavano, di addii lucidi di pioggia, serate bugiarde al cinema, più o meno innocenti evasioni da una donna o un contesto urbano, alla ricerca di una purezza che entrambi credettero di raggiungere al Dosso prima di arrendersi alla disillusione della «Brianza velenosa».
I DISCHI NEL COVO DELLE BR. Cosa ci fosse di “fascista” in tutto questo, non è dato capire. Sempre Mogol, ogni volta che ritorna a galla questa leggenda fatta di leggende, oppone il solito commento: «Pensare che le Brigate Rosse avevano tutti i nostri dischi nel covo (di via Monte Nevoso, ndr)». Un'altra leggenda, a quanto pare. Ma anche quella ha resistito, per la semplice ragione che era confortante pensare che quei guerriglieri, indotti a brutalizzarsi al punto da «sparare ai simboli, alle divise, se poi dentro c'era un uomo noi che colpa ne avevamo?», potessero ogni tanto ritrovare una qualche umanità rifugiandosi in quei 33 giri che non volevano cambiare il mondo e l'unica rivoluzione che proponevano era quella dei sentimenti e di una musica meravigliosa.
Cara studentessa fuorviata, forse non leggerai mai queste righe ma, se invece ti dovesse capitare, troverai almeno modo di rimediare a quel 4 facendo ricredere il tuo severo professore.
Se ancora non si convince, ricordagli che, alla tua età, «l'universo trova spazio dentro me/ma il coraggio di vivere, quello ancora non c'è».

Twitter @MaxDelPapa

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