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MUSICA 3 Maggio Mag 2016 1151 03 maggio 2016

Radiohead, suicidio social per diventare un feticcio

La rockband scompare da Facebook e Twitter. Alla faccia degli esperti di marketing. Poi torna su Instagram. E lancia il nuovo singolo. Così tutti la venerano. Analisi di una dissolvenza studiata a tavolino.

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La pagina Facebook ''in bianco'' dei Radiohead.

Tutto si può dire dei Radiohead, ma non che non sappiano come esserci sempre, all'occorrenza anche mancando; sparendo, come il mondo ha traumaticamente scoperto in un sol colpo: d'improvviso sbiancati social e sito ufficiale, evaporato dalla Rete, il gruppo dell'Oxfordshire si è fatto virus e feticcio di se stesso e la sua strategia non poteva non colpire con impatto invasivo e devastante.
Perché se ti cancelli dal mondo virtuale commetti qualcosa in più di un suicidio: non ci sono io e non ci sei tu, ti tolgo l'acqua dal tuo mare, il contesto al quale ti avevo abituato non ti serve oltre, non puoi più far niente.
E questo brutale ristabilire i ruoli, tu pubblico, noi stelle che decidiamo anche il tuo destino, non può non sorprendere a far discutere da un complesso che aveva fatto di certo curatissimo basso profilo la sua cifra.
DIVISIONE TRA I FAN. Così alla platea planetaria dei fan non resta che dividersi: chi è deliziato e chi irritato, chi preoccupato e chi affascinato.
«Lo fanno solo per vendere di più», «Già, come se vendere di più fosse un crimine».
No, certo che no, non lo è affatto ma non può non suonare controverso questo palese escamotage di marketing da parte di artisti che si erano sempre posti oltre le logiche di una dimensione mercantile, se non addirittura come antagonisti al famigerato “sistema”.
AMBIGUITÀ O GENIO? Per esempio rendendo disponibili i loro dischi senza contropartita ovvero a offerta libera, trovata che a sua volta non aveva mancato di dividere tra chi, arraffando, sottolineava la squisita munificenza di simili artisti liberali e chi, invece, rilevava il buon viso a cattivo gioco in funzione pubblicitaria, stante il fatto che oramai gli album si potevano scaricare dappertutto assai prima della loro uscita ufficiale.
Per qualcuno, questa è ambiguità; per altri, è sensibilità al limite del genio.

  • Il post su Instagram era il preludio al lancio del nuovo singolo.

Confondere per confondersi è nella genetica del gruppo

Thom Yorke dei Radiohead, rockband inglese.

Sembra essere nella genetica dei Radiohead confondere per confondersi (e viceversa), già a partire dalla espressione musicale: per un critico snob come Alex Ross, che li pone senz'altro al livello dei compositori di musica classica contemporanea, altre voci si sono via via interrogate sull'effettiva consistenza di una ricerca sempre più derivativa, con quel legare sperimentalismi elettronici e visuali che fa molto, e molto deve, a certo prog Anni 70 cui in effetti i Radiohead sono stati ricondotti per le attitudini intellettuali.
MANCANZA DI FUOCO. Sicuramente è stato notevole scaturire dal calderone brit pop evolvendo nell'alternative rock per sfociare nella ridefinizione sintetica del rock dell'album Ok Computer, che teneva insieme il Miles elettrico con i Beatles più sperimentali e linee vocali ispirate a una sorta di canto gregoriano immerso in vibrazioni elettroniche; ancor più l'orizzonte si dilatava nei successivi Kid A e Amnesiac, che però principiavano a scontare la mancanza di un fuoco (un centro di gravità permanente, direbbe uno che se ne intende): in questa fase, gli episodi migliori restano quelli dove la ricerca di un tempo a venire non pregiudica una intensità dolorosa, uno spleen antico e universale, come in Knives Out.
DEPRESSIONE E DISPERSIONI. Dopodiché le analisi, le recensioni si scriveranno giocoforza sempre più nel solco di formule interlocutorie, come ad attendere un chiarirsi degli intenti.
Il “ritorno al rock” con Hail To The Thief fu salutato da ovazioni, ma anche percepito come un raschiare il barile del futuro, un pretestuoso abbarbicarsi a radici che non appartenevano.
Ma a quel punto il gruppo era già oltre la fama, con tutto ciò che ne conseguiva in termini di depressione, spaccature interne, dispersioni soliste, voglia di farla finita e orgoglio di non mollare, di durare.

Tweet di @radiohead

No logo, no global, no Rete e un po' frignoni

I Radiohead.

Di pari passo cresceva il ruolo di superstar-antistar del leader (lo è) Thom Yorke, le cui pose di Spennacchiotto rock accucciato in un angolo a frignare non sempre venivano accolte con favore (diceva Lucio Battisti: «Non capisco quelli che, per avere successo, si mettono a piagne: ma che, sei scemo?»).
Nel corredo della rockband perfetta, infine, non poteva mancare la pletora di buone intenzioni, buoni sentimenti, giuste cause che la scagliavano in cima alla hit parade delle ugole eque e solidali a battersela con Sting e gli U2.
Divenuti marchi a loro volta, i Radiohead sposeranno in un tour l'antimarchio “No logo” dell'ideologa no global Naomi Klein.
BISOGNO DI RIGENERARSI. Ma niente è per sempre. Può succedere a ex ragazzi con 30 anni di carriera alle spalle (e ormai a cinque dall'ultimo The King Of Limbs) di riscoprirsi musicisti brizzolati alle prese con la necessità di rigenerarsi.
E proprio di una tabula rasa sembra avere il sapore questo improvviso svanirsi da una Rete che pure i Radiohead hanno cavalcato con penetrazione speciale, secondi a nessuno nelle stesse tecniche di distribuzione dei loro dischi.
Preceduto da un sibillino comunicato che annuncia «qualcosa di mai fatto prima a livello musicale», questo moderno ed eterno giocare a rimpiattino, checché se ne voglia, non nasconde alcun significato politico, non propugna nessuna dissolvenza felice nel segno di un Eldorado presocial, è una cinica strategia pop che risolve con un malizioso rasoio di Occam il dilemma narcisistico-esistenziale di Nanni Moretti, «Mi si nota di più se non vado oppure se vado e mi metto da una parte?».
VIVERE NELLA PROPRIA ASSENZA. No, mi si nota di più se non esisto, se mi anniento: come un dio, io rockstar vivo nella mia assenza, e, proprio come un dio sono in grado di risorgere appena voglio (e voglio presto: già il 3 maggio 2016 alle 7 italiane la clip di un uccellino cinguettante rompeva l'autoembargo su Instagram e in seguito il nuovo singolo Burn the witch).
È lo show business, bellezza: puoi ostentare tutto il distacco che vuoi, ma dovrai sempre farci i conti, almeno fino a che resti un super gruppo democraticamente snob.


Twitter @MaxDelPapa

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