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SPIRITO ASPRO 14 Maggio Mag 2016 1032 14 maggio 2016

Ma quale Salone del libro, ci vuole quello del lettore

In Italia tutti scrivono. In pochi consumano. E a vendere sono soprattutto i libroidi.

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Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschino col sindaco di Torino Piero Fassino al Salone del libro 2016.

«Ma sei al Salone?» È la domanda inevitabile in questi giorni per chi ha a che fare anche lontanamente con libri e affini.
Normale: se hai un amico nel settore arredamento gli chiedi se va al Salone del Mobile, se è viticoltore o ha un'enoteca ti aspetti che corra a Vinitaly, se hai un amico sessuofobo e integralista gli domandi se va al Family Day - o forse no, perché se hai amici di quel tipo probabilmente sei sessuofobo e integralista anche tu e al Family Day ci andate insieme.
UNA FACCENDA DELICATA. Ma col Salone del libro di Torino la faccenda è più delicata. Specie se non sei un editore o un lettore, i due estremi della catena alimentare legata al libro, ma stai nel mezzo, cioè sei uno scrittore o un autore di quelli che Gian Arturo Ferrari, direttore editoriale della Mondadori (nonché presidente della casa editrice cui appartiene questo giornale), ha battezzato «libroidi», tipo biografie dei Vip, ricettari, sciocchezzai e opere di Bruno Vespa, che nella loro inesistente dignità letteraria rappresentano per l'editoria italiana quel che i cinepanettoni sono stati per il cinema italiano: un traino, un rompighiaccio che ne incrementa le quote di mercato.
CRISTO VENDE PIÙ DI ASIMOV. Insomma, se aspettavamo che il minuscolo segno più nel mercato del libro nei primi mesi del 2016 ce lo procurassero gli scrittori di libri, stavamo freschi. Il merito, stando alle statistiche, va ai libroidi, cioè ai manuali per la preparazione di esami e concorsi, a romanzi impegnati dai titoli tipo Ti amo, ti odio, ti penso, poi vado a fare shopping da Tiffany e incontro un altro meglio di te, ai ricettari Sushi per il tuo gatto e, sorpresa, ai libri sul cristianesimo, più popolari di quelli di fantascienza, anche perché in effetti basta rileggere il Vangelo per rendersi conto che Gesù Cristo è quanto di più simile a E.T. sia mai apparso sul nostro pianeta.

Quest'anno io non ci vado

Ressa fuori dal Lingotto per entrare al Salone del libro di Torino.

No, non sono al Salone del Libro. Anche se sono autrice sia di libri che di libroidi, nonché lettrice degli uni e degli altri (l'unico ruolo che non ho mai rivestito per ora è quello di editore, e non ne sento la mancanza).
A questo punto l'interlocutore esige una spiegazione. Ma non è facile. Perché è vero che questo weekend sono impegnata per lavoro, e un lavoro bello e importante che ha a che fare col teatro.
NON TUTTI HANNO IL VIAGGIO PAGATO. Ma dirlo fa brutta impressione. O sembro una snob che vuole evitare il kermessone commerciale del Lingotto, o una rosicona mitomane che inventa scuse pateticamente grandiose per mascherare il fatto che nessun editore l'ha ritenuta tanto necessaria da invitarla, magari pagandole le spese del viaggio (cosa che non va data per scontata, se non sei un Vip), o una spilorcia che sì, bella la cultura, ma tenersi in tasca i soldi dell'andata e ritorno a Torino ha altrettanto valore estetico.
UN GIRONE INFERNALE. Ora, tutte e tre le ipotesi sono fondate quanto il mio impegno teatrale. È vero che, più che il Salone del Libro, per l'ego normalmente ipertrofico dello scrittore, che sia il pezzo da novanta delle classifiche o l'esordiente autore di un libroide sulle virtù antiage della pastinaca, è un girone infernale.
Sono andata al Salone nel 2015 e sono stata colta da un attacco di agorafobia: è, effettivamente, un kermessone commerciale, un intricato e vertiginoso labirinto di stand al centro del quale ti viene il sospetto sia appostato un gigantesco Minotauro metà uomo e metà Fabio Fazio che crea e distrugge successi letterari.
DECINE DI EVENTI IN CONTEMPORANEA. Decine di eventi in contemporanea, dall'incontro con lo scrittore curdo perseguitato alla comparsata della star televisiva, al seminario con lo chef autore di un ricettario di cucina molecolare, gente che sciama da una platea all'altra, anche se la fila più lunga era quella per la toilette, che, almeno l'anno scorso, non era decisamente all'altezza della manifestazione, specie tenendo conto che il bagno è tradizionalmente uno dei luoghi più legati alla lettura.

Per non andarci non serve essere snob

Gli scaffali del Salone del libro di Torino.

Insomma, non c'è bisogno di essere snob per non avere tutta questa voglia di andarci.
Certo, se un editore mi avesse invitato… ma lo fanno solo con i super-autori o con chi ha un libro in imminente uscita su cui si punta moltissimo, e anche in quel caso spesso devi insistere perché ti rimborsino le spese.
PIÙ SCRITTORI CHE LETTORI. Tanto se dici di no, pazienza, se c'è qualcosa che non manca in Italia sono gli scrittori. I lettori abituali, invece, restano pochini. Abbastanza da riempire il Lingotto come un uovo - in questi giorni sono tutti concentrati lì, infatti nel resto d'Italia fino a lunedì non si vedrà in giro nessuno che legge - ma non per fare dell'Italia un Paese colto.
BISOGNA INVITARE I LETTORI. Gli italiani che leggono, cioè quelli che comprano più di un libro all'anno, loro sì che andrebbero invitati con tutti gli onori al Salone del libro, a tenere conferenze e incontri in cui raccontano a un'attenta platea composta da chi scrive o pubblica libri come gli è nata l'idea di diventare lettori, dove trovano l'ispirazione per sfogliare un libro, se stanno già pensando di leggerne un altro, e alla fine autografano i libri degli scrittori presenti, perché i best-reader sono molto più rari dei best-seller.
Se qualcuno inaugurerà il Salone del lettore, giuro che ci vado. Anche a mie spese.

Twitter @LiaCeli

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