Violenza Genere 160601103956
LA MODA CHE CAMBIA 5 Giugno Giu 2016 1000 05 giugno 2016

I femminicidi ai tempi dei social network

Genitori impreparati crescono figli instabili. Facebook e Instagram amplificano tutto.

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Nel 70, 80% dei casi il femminicidio è preceduto da atti violenti o persecutori.

È possibile che la mattanza di donne attualmente monitorata in Italia e nel resto dell'Europa con l'agghiacciante precisione di una tac sia una piaga atemporale, e che il computo fosse spaventoso anche venti, trenta, cinquanta o cento anni fa, quando il tema era quasi del tutto irrilevante e gli evidenti omicidi compiuti da mariti, amanti, fidanzati venivano derubricati come incidenti domestici.
QUALCHE VOLTA I LIVIDI ERANO TROPPI. Adolescenti, tanti di noi avevano amici le cui madri, inspiegabilmente sbadate, continuavano a cadere dalle scale e a scivolare sui pavimenti, sbattendo la testa. Talvolta, scivolavano anche le figlie. In un caso, la dose di sbadataggine riscontrata sul volto e sulla schiena di una nostra amica ci parve eccessiva, per cui ne parlammo ai nostri genitori (avevamo 16 anni) e nelle settimane successive ci presentammo a uno a uno, accompagnati, davanti al magistrato del tribunale dei minori per testimoniare a favore della sua perfetta prontezza di riflessi.
SI PARLAVA POCO DI VIOLENZA DOMESTICA. Il padre della sbadatissima, gallerista di nome, uomo clamorosamente viziato, non riusciva proprio a rendersi conto di non aver esercitato un proprio diritto ma di aver commesso un reato grave. Si era all'inizio degli Anni 80, di violenze domestiche si parlava molto poco. Ma soprattutto, non c'erano i social network.
Ho infatti la netta impressione che, al di là di una tolleranza familiare e di un'educazione largamente deficitaria sulla parità di genere nei confronti dei figli maschi, che è uno degli argomenti giustamente più dibattuti in questi mesi e di certo giustificati in un Paese dove le madri crescono il primogenito nella convinzione di essere un infallibile genio servendolo di tutto punto, i social network e l'apparente protagonismo che offrono abbiano esaltato, galvanizzandole, personalità fragili, ingigantendone sia i successi sia i (non di rado tanti) fallimenti, rendendoli intollerabili perché virtualmente pubblici, passibili di commenti e di beffe.

La dittatura del selfie

Una manifestazione contro il femminicidio.

Non è un caso che Roberto d'Agostino abbia dedicato alla dittatura del selfie e alla distorsione della percezione di sé di cui Facebook, instagram e Twitter sono fra le cause più evidenti, la prossima puntata del suo programma Dago in the Sky, una serie dedicata al «rinascimento digitale» in onda il mercoledì sera su Sky Arte.
«FICTION DI SE STESSI». «Ormai, tutti si vivono come fiction di se stessi», dice: «E se la vita è una battaglia fra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, il selfie è la via più semplice per consegnare agli altri un'immagine diversa di noi stessi». Un «disturbo mentale di massa» che, nel momento in cui si salda con i commenti, i suggerimenti e i like degli amici veri o presunti, rischia di degenerare in un disturbo mentale vero e proprio.
La cronaca ci consegna vittime di troll che finiscono per suicidarsi, ma anche stalker che si caricano di aggressività contando i like alle foto della coppia di cui non sono più parte.
I FALLIMENTI VENGONO MESSI IN PIAZZA. Quella che un tempo sarebbe stata una separazione vissuta fra le mura di casa, gestita alla peggio al bar sotto casa fra le pacche sulle spalle degli amici, agli occhi di questi ego ipertrofici, allevati fra mille premure, si trasforma in una rappresentazione per le masse, nella denuncia pubblica della propria fallibilità. E per questo si trasforma in un'onta da lavare esattamente come il delitto di onore di un tempo, nel sangue.
Incolpare i social network per una deviazione che si manifesta attraverso una piaga sociale ma che è frutto di scelte personali sarebbe del tutto privo di senso. Ma proprio per evitare che i social si trasformino in uno strumento in grado di rafforzare personalità già innaturalmente esaltate, andrebbe promossa una campagna sulla parità di genere innanzitutto fra le famiglie.
SERVONO GENITORI CHE EDUCHINO ALLA PARITÀ DI GENERE. Affiancare ai corsi prematrimoniali degli stage genitoriali, perché i figli, naturali o adottati, non vengano cresciuti in modo diverso a seconda del sesso di nascita.
Per assicurarsene il successo, la loro frequentazione potrebbe essere legata agli incentivi familiari, alle graduatorie per l'accesso ai nidi e alle scuole materne. E, come accade in molti altri Paesi europei, compresa la cattolicissima Spagna, andrebbe promossa una chiara, serena educazione sessuale fin dalle scuole materne, perché i bimbi non diventino adulti nella convinzione che il 'pisellino' sia un inestimabile tesoro e la 'patatina' una parte di sé da nascondere con vergogna.
Siate sicuri, il caso Boettscher insegna, dietro ogni stalker c'è una madre debole, che compensa il proprio senso di inadeguatezza convincendosi di aver generato un essere eccezionale, da ammirare e adorare senza riserve. E consegnandogli, insieme con se stessa, la convinzione che le donne siano nate per compiacere l'universo maschile.

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