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MUSICA 11 Giugno Giu 2016 1500 11 giugno 2016

Musica, quando il cantante le suona al giornalista

L'ultimo attacco è firmato Pausini. Prima di lei Guccini, Venditti, Dylan e Cave. Quanti duelli tra gli artisti e i giornalisti. Storia di un rapporto complicato.

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Ma quanto siamo suscettibili. Che potrebbe essere detto dai giornalisti verso i cantanti, ma anche dai cantanti verso i giornalisti, o magari dai giornalisti, oppure i cantanti, verso loro medesimi, in un peraltro improbabile accesso di autocritica.
Il fatto è che nessuno sta più al suo posto, nessuno fa il suo mestiere, reporter che si mettono a gorgheggiare, cantanti che si mettono a informare, più o meno, e così non si capisce più niente.
Quello che è sicuro è che tutti sono suscettibili, perché tutti si pigliano maledettamente sul serio.
SEMBRA AMY, È LA PAUSINI. Così, una Laura Pausini, che ricordavamo profetessa delle solitudini per i Marchi che se ne sono andati e non ritornano più, può levare il dito medio en plen air, manco fosse una Ami Winehouse, all'indirizzo di non meglio precisati scribacchini che avrebbero dubitato della sua capacità di riempire San Siro, e che da parte loro arrivano al grottesco di contendersi la falange: «Ce l'aveva con me», «Scherzi, ero io il bersaglio». Prosit.
La Pausini mediana è solo l'ultima tappa - fino a ieri, domani è un altro scazzo, si vedrà - di un percorso sinuoso, ambiguo, morboso, comunque sempre accidentato tra chi canta e chi racconta, chi fa musica e chi la spiega, coi primi che non gradiscono rilievi al di sotto della beatificazione e pigliano d'acido appena una penna si concede una seppur pallida, cauta, diplomatica perplessità.
VIVA IL 'GIORNALISTA EMBEDDED'. Diciamola tutta: in Italia una critica libera, anche irriverente, si è vista poco per non dire mai: tutti fingono di rimpiangere Lester Bangs, ma il modello che tira è quello del giornalista complice, politico, a braccetto col musicante, Franco Zanetti di Rockol ha coniato la perfetta definizione di 'giornalista embedded', che abitua alla venerazione l'artista il quale, al primo scarto di autonomia, giustamente non capisce e non si adegua, lo considera un tradimento e risponde per le rime.
D'altra parte, il giornalista è spesso mellifluo e, invece di motivare il perché di un pollice verso, gioca tra le parole oppure scade nella carognata da gossip, nel colpo basso che c'entra niente con l'analisi di un'opera, che non saprebbe impostare.
Così, fra le troppe cene omeriche prima di un concerto (e quindi di una recensione), fioccano però le tirate insofferenti, polemiche, a volte ingenerose verso gli stramaledetti giornalisti.

  • L'Avvelenata di Guccini.

Guccini-Bertoncelli, Venditti-Caffarelli: gli scontri eccellenti

La madre di tutte le canzoni è, naturalmente, la imperitura Avvelenata di Guccini, che nel 1976 se la pigliava con Riccardo Bertoncelli, sempre pronto, nell'ottica del cantautore di Pavana, «a sparare cazzate». Per non essere da meno, Antonello Venditti individuava anche lui nel suo mirino un critico infame, Enzo Caffarelli, silurandolo con Penna a sfera (era il periodo dell'Antonello più politicizzato, e il testo pareva una lenzuolata in brigatese).
IL NUNVEREGGAEPIÙ DI GAETANO. Più beffardo, ma non meno feroce, il sempre rimpianto Rino Gaetano, che nel 1978, tra quelli che «nunreggaevapiù», aveva infilato gente come Maurizio Costanzo e Gianni Brera, però per non sbagliare ci aveva aggiunto pure lo stesso Guccini.
Nell'assai più estesa versione originale, poi limata, gli strali raggiungevano anche Indro Montanelli.
Due anni dopo, nel suo ultimo album Rino sarebbe tornato sulla questione, in modo più generale, con Ping Pong, amara considerazione sul giornalismo in sè, con quel verso anticipatore, «Adesso un sagrestano cambia sesso...».
LA CARTA STRACCIA DI ZERO. Nel 1979 fu Renato Zero a togliersi qualche macigno dalle scarpe, anzi dagli zatteroni.
Arrivato al successo dopo anni di incomprensioni e di critiche che non erano critiche ma squallori, incideva un provino provvisoriamente chiamato Giornalisti, talmente violento che si preferì non farlo uscire nell'album EroZero e rimandarlo fino al 1991, quando uscì, rititolato Carta Straccia e ricantato, nella raccolta La Coscienza di Zero: a quel punto le immagini più urticanti erano state purgate, e in particolare un verso quasi tardoromantico come «Sensazionale/e intingi il tuo pugnale» aveva sostituito, edulcorandolo, l'assai più truce e sarcastico «Sensazionale!/Un negro omosessuale!...».
Il rapporto di Zero verso la stampa peraltro non si sarebbe mai placato, e lui ancora oggi non rinuncia mai a far pesare i colpi bassi ricevuti nei primi anni di carriera.

  • Io se fossi Dio, Giorgio Gaber.

Quando Giorgio Gaber malediceva i giornalisti

Quasi troppo facile ricordare la tirata di Giorgio Gaber che in Io se fossi Dio i giornalisti li malediceva senza mezzi termini, accusandoli (ovviamente) di mentire, di fare cattivo uso della libertà, di rendere vittima il carnefice e viceversa - e si era nel 1982, anni luce prima del giornalismo-spettacolo.
Gaber a sua volta era stato massacrato nel 1970 da un Enzo Tortora particolarmente polemico, e nel 1981 aveva accettato, forse pentendosene, una audiointervista al vetriolo di Sergio Saviane, uscita in floppy disc allegato all'Espresso (si trova ancora in Rete).
VASCO CONTRO SALVALAGGIO. Così come è perfino inevitabile ricordarsi di Vasco Rossi che, andando al massimo, preferiva andare fino in Messico piuttosto che «incontrare quel tale... quel tale... che scrive sul giornale», alias Nantas Salvalaggio che gli aveva dato dello sballato.
Fu un colpo di genio e di successo, anche se non si è mai capito bene chi ci marciasse di più, di sicuro il buon Vasco ringraziò il Padreterno trovandosi materiale fresco su cui costruire il proprio mito.
Anche Rossi, peraltro, certe stilettate non le ha mai dimenticate e ancora nell'ultimo album, Sono innocente, invita, nel brano eponimo, a «sparargli ancora», con evidente allusione alle pallottole di carta, più o meno stampata.
Meno conosciuto invece il caso del rapper Clementino, che tre anni fa se la prese col giornalista dell'Espresso Riccardo Bocca, e immaginatevi cosa ne uscì fuori.
GLI STRALI DI AXL ROSE. Certo, i toni erano meno solenni di quelli di un Bob Dylan che nella sua Ballad of a thin man tratteggiava un archetipico Mr. Jones che, con la sua matita in mano (siamo nel mitico 1965 di Highway 61 Revisited) davvero non capiva mai un accidente di niente, non importa in quale stanza entrasse.
Amati odiati giornalisti da odiati amati cantanti, che se potessero gli farebbero la pelle, come Nick Cave in Scum (1986), o almeno gli romperebbero le ossa, come voleva fare Axl Rose quando, a nome dei Guns'N'Roses tutti, li sfidava, Get in the ring, nel 1991, con tanto di nomi e cognomi.
Ovviamente, se si parla di polemica, non poteva mancare Morrissey, che nello stesso anno, in Journalists who lie sistemava un bel po' di tizi che gli avevano voltato le spalle.
Ma la più suscettibile di tutti è, per nobili lombi, l'ex prémiere dame Carla Bruni, che qualche anno fa aveva annunciato anche lei un pezzo contro quei poveracci di giornalisti.
Può darsi che poi l'abbia inciso sul serio. Ma non se n'è accorto nessuno.

Twitter @MaxDelPapa

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