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MUSICA 17 Giugno Giu 2016 1309 17 giugno 2016

Red Hot Chili Peppers, il disco della maturità

Basta successo sbracato, hollywoodiano, dissociato. Con l'album The Getaway arrivano malinconia e profondità. Senza porsi il problema di invecchiare.

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I Red Hot Chili Peppers.

C'è stato un tempo in cui Anthony Kiedis minacciava di diventare quello che Iggy Pop era stato.
Iggy è ancora qui e fa dischi in cui pensa alla morte, Anthony ha messo su un'aria da vecchio reduce tossico, ma forse non vuol saperne di restare uno scheletrone condannato ad agitarsi.
I Red Hot Chili Peppers si affidano a Danger Mouse e Nigel Godrich per ritornare al futuro o proiettarsi nel passato. The Getaway, che esce venerdì 17 giugno 2016 dopo cinque anni da I'm With You, capolinea di una striscia di album francamente non esaltanti, è un disco diverso, è un limbo.
Suona pulito, pieno, potente e cristallino, suona di una malinconica modernità ripiegata all'indietro, cerca tanta melodia, concede qualche funk per non smentirsi e qualche rock per onor di firma.
UN PUNTO E A CAPO. È un lavoro difficile da catalogare. Lo puoi stroncare alla svelta sulla sfiducia: ah, la solita tamarrata che si cambia d'abito; oppure lo puoi ipotizzare come un punto e a capo, e di solito i punto e a capo si mettono quando uno decide che una fase è chiusa e un'altra si apre e insomma accetta di non bastarsi più, si rimette in gioco.
Disco sospeso, anche perché cresciuto, per diretta ammissione di Flea, il bassista dai denti di ferro, sull'aborto di un altro disco, con altri brani, che non funzionavano.
Danger Mouse voleva altro, tutti volevano altro, non l'ennesima pantomima, non un'altra replica dei Peppers che da una ventina d'anni campavano di rendita, in modo sempre più sfacciato, su Blood Sugar Sex Magik. Ci voleva un punto e a capo.
C'È PURE ELTON JOHN. E allora ben venga Elton John che suona e firma, e si sente, un brano (Sick Love), ben venga la reminiscenza proustiana Anni 80 di Go Robot, ché ci mancano solo i globi rotanti, ben venga la routine scintillante di The Getaway subito, in apertura, e la già ascoltata Dark Necessities col chours dall'apertura ariosa, e il terzo singolo We Turn Red, più pesante nelle cadenze, ossigenate da sottofondi di chitarre e tastiere dilatate, e una The Longest Wave che punta senza vergogna al cuore.
E se l'impressione è quella di un purgatorio sospeso tra echi di Fiorucci, Mtv, un cheesburger da Wendy e le corsie di un megastore pieno di giocattoli elettronici, se i terminali al plasma si riflettono in un maxi schermo tutto lampadine e retrologici giochi di luce, non resta che concludere che questo è quanto i Red Chili Peppers volevano, oggi, adesso, subito: riproporsi quali musicisti-testimoni carichi ormai di una memoria che possono, che sanno disciogliere in atmosfere cangianti, nostalgiche, vagamente ripiegate: Feasting on the Flowers e Detroit alzano il tiro, richiamano i vecchi ragazzi in servizio, ma non c'è tempo di abituarsi, This Ticonderoga rallenta, si avvolge in spirali che sboccano dritte in Encore, a struttura discendente per consacrarsi allo spleen.

I Red Hot non sono morti, lunga vita ai Red Hot

La cover dell'album The Getaway dei Red Hot Chili Peppers.

Nascevano nel sudore, nell'estetica del rock dissociato, nei calzini applicati sui membri come stupidi preservativi; adesso Kiedis canta col piglio della saggezza rugginosa, in The Hunter sfiora quasi, pericolosamente, lo spettro di Dylan - e parla di decomposizione, qualcosa che, lo senti, sale dall'anima e non puoi più sfuggirle.
Neanche più lo vuoi.
La finale Dreams of a Samurai per un sentiero di piano epico si avventura in una selva oscura di scie chitarristiche, effetti, aperture di tastiere dal sole malato e polveroso che durano poco, durano un attimo e subito il cielo riprecipita in una twilight zone, nell'imbuto della rassegnazione, che la voce canta su un motivo semplicissimo. Perché non le occorre di più.
ROCK STEMPERATO. I Red Hot non sono morti, lunga vita ai Red Hot. Che potranno piacere e non piacere in questo disco, ma va loro datto atto di qualcosa: non sono più i soliti del successo sbracato, hollywoodiano, losangelino, il loro funk bianco, il loro rock sempre meno alternativo, hanno saputo stemperarlo in un suono, e in canzoni, concepite in qualche limbo del quale restano prigioniere, sì, ma perché l'hanno scelto, come detenute orgogliose.
Un po' disco, un po' folk stranito, un po' elettronica cum grano salis, un po' Red Hot Chili Peppers ma senza esagerare, questo 11esimo album mescola le carte e saluta molta storia, senza rinnegarla.
È lavoro di trapasso più che di maturità, ma la sua transizione è gestita con misura, malizia e non senza una certa densità creativa.
IMPARARE A STAGIONARE. Il genere di lavoro che suona bene dappertutto, nelle cuffie come nel traffico, al centro commerciale come a casa tua, però con dignità e in uno spirito che può ricordare le contaminazioni di Beck invece dei Radiohead.
Sia come sia, Anthony Kiedis non pare abbia intenzione di finire come Iggy Pop, né come Mick Jagger, né come Anthony Kiedis.
Lui, il gruppo, hanno cominciato a porsi il problema di invecchiare, smentendo chi li sospettava di non esserne capaci.
Perché bisogna arrivare a imparare anche questo. Emanciparsi, stagionare, guardarsi allo specchio e dire: questa musica, questo suono non parlano più di me, per me, non mi servono più a fare altri milioni (che comunque faremo), ho bisogno d'altro.
Se poi l'abbiano trovato o meno, se questo sia un nuovo percorso o un semplice rifiatare, ci vorrà del tempo a capirlo. Ma The Getaway, disco attesissimo con moltissimo scetticismo, riesce a conquistarsi i suoi ripensamenti, a rivendicare un diritto all'ascolto e perfino al riascolto, a meritarsi una sospensione cautelare del giudizio.
In questi tempi senza tempo, in questa fine del tempo che non partorisce più dischi epocali e divora quei pochi degni di sconfiggere il tempo, esistere è già una bella dimostrazione di vita.


Twitter @MaxDelPapa

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