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LA MODA CHE CAMBIA 19 Giugno Giu 2016 0800 19 giugno 2016

L'era dei diktat è finita, vestitevi in pace

Domina l'incertezza. Vince chi dimostra di non averne, reinventandosi ogni giorno

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Un frame del 'documentario' parodia 'I pavoni di Pitti'.

Essendo la moda un linguaggio, in anni di social network il modo di proporsi diventa vincente rispetto al prodotto.
Da qualche giorno, il mondo della moda scarica ossessivamente un documentario finto-naturalistico sulla storia e le imprese dei 'Pitti peacocks', i'pavoni di Pitti'. L’ha realizzato la redazione di Darlin', e la sovrapposizione fra l'immagine dei giovinotti azzimati in completo avio tre pezzi, panama e scarpe bicolori, e una voce narrante di impostazione oxfordiana che evoca l'«ossessione dei pavoni di accoppiarsi a marchi di prestigio» è piuttosto esilarante. In caso non lo conosceste ancora e aveste voglia di dargli un'occhiata, questo è il link.
A OGNI EPOCA I SUOI PAVONI. È realizzato davvero bene. Peccato, però, che non racconti nulla di nuovo. I pavoni di Pitti, molti dei quali stazionano nel cortile centrale sotto il sole per ore come escort a caccia di clienti e a ben guardare con obiettivi non tanto diversi dai loro (una foto e un'apparizione su un giornale, un ingaggio, un invito a una festa importante dove scattarsi un selfie e farsi notare), sono spesso ridicoli, ma non lo sono di certo di più di quanto lo fossero i petit maitres de la mode che frequentavano i salons parigini nel Seicento, i 'macaroni' inglesi del Settecento, con le parrucche a uovo incipriate alte sessanta centimetri e i nei posticci di seta, gli Incroyables post rivoluzionari, i dandy ottocenteschi fino alla prima ondata di 'pavoni' nella Swinging London.
Tutte le epoche hanno avuto i loro pavoni, e tutte le società li hanno al tempo stesso blanditi, detestati e amati. Nel Trecento, in Francia, venne approvata una legge che impediva ai pavoncelli del periodo di portare scarpe e stivali con punte troppo lunghe (talvolta superavano i trenta centimetri), perché indossandole mettevano a rischio l'incolumità propria e altrui. I pavoni di oggi sono ostinatamente rétro (nella showroom milanese della griffe di sartoria napoletana Kiton, un tempo palazzo Ferré, i venditori mostrano una serie di completi tre pezzi, cioè giacca-pantalone-panciotto, destinati «al pubblico più giovane»); molto spesso sono del tutto ignoranti di moda e si esprimono in un inglese di fantasia e in italiano sgrammaticato, ma sono del tutto innocui.
NÉ DIKTAT NÉ TENDENZE. Non girano per le strade bastonando i passanti come facevano i rakes inglesi, per esempio. Al contrario, pur nella loro becera ignoranza, rappresentano un volto vitale ed entusiasta in un sistema moda che ovunque, in ogni forma, mostra segni di sgretolamento e di cedimento. Non esistono più diktat, non esistono più tendenze, non esistono più porti, cioè mercati, sicuri. La stessa moda non sa più chi, come e che cosa approcciare, e in quale modo. Domina lo styling, anche spinto fino all'estremo della costruzione agender in passerella, mentre la ricerca del tessuto, o per meglio dire del 'tessuto di ricerca' si è fatta ossessiva, quasi un cliente scegliesse una giacca rispetto a un'altra solo in virtù di una grammatura di pochi micron di cashmere o seta di meno rispetto a un'altra.

Senz'arte né parte, ma con milioni di follower: i blogger vincenti

Gaetano Marzotto, presidente di Pitti Immagine.


Ovunque domina l'incertezza, e chi mostra di non averne fa centro: uno di questi blogger, di questi pavoni senz'arte né parte ma con qualche milione di follower, può fatturare in contratti pubblicitari quanto una delle tante piccole testate tradizionali che invece arrancano applicando gli stessi vecchi modelli di business, ed erodendo quote di mercato anche ai grandi giornali che continuano a vendere pubblicità a pacchetto, una pagina dopo l’altra, un modulo dopo l’altro, ostinandosi a non capire che la moda e il modo di acquistarla e di viverla è completamente cambiato e che sarebbe ora di cambiare anche il modo di raccontarla.
PITTI DIVERSIFICA I LINGUAGGI. Pitti ha diffuso i dati di affluenza della 90esima edizione appena conclusa, segnalando compratori in crescita del 2,5% rispetto a giugno 2015 per un totale di 30mila visitatori totali di cui quasi 9mila esteri, fra cui inglesi e cinesi in netta crescita, una ripresa della Russia e un calo drastico solo dalla Francia, forse a causa degli scioperi in corso e degli Europei di calcio. Quello che non ha detto, ma che gestisce da anni attraverso molte iniziative differenziate e trasversali, è appunto la profonda trasformazione del modello di business per tutti, aziende, buyer, media, a cui offre al tempo stesso feste paludatissime e sontuose (vedi la cena del Centro di Firenze per la Moda Italiana al Rondò di Bacco di Palazzo Pitti), la moda sperimentale di Gosha Rubchinskiy e l'approccio pop delle installazioni alla Fortezza da Basso, ossessivamente riprese dai tiggì nazionali e internazionali che devono pur raccontare questa disgraziatissima moda in forma semplice e, se possibile, appetibile.
Nulla sarebbe più sbagliato, più sciocco, che proporre un solo riferimento, una sola formula, come fanno molte vecchie e non più gloriose testate, a un pubblico ondivago che sperimenta anche due o tre stili e modelli alla settimana. Per questo, non mi sono affatto stupita quando, un paio di sere fa, mi sono trovata davanti un paio di questi 'pavoni' rivestiti in stile alternativo a un incontro-Ted sul ruolo del collettivo Vetements allo storico locale Plastic di Milano (l'invito a parlare di semantica della moda non nel mio ateneo ma a tarda sera nella discoteca dove, neanche diciottenne, avevo visto per la prima volta Gaultier e Boy George alla consolle mi aveva intrigato molto).
Nel mondo occidentale attuale, del tutto fluido, privo di ruoli definiti in forma e temporalità stabili, è infatti del tutto possibile che chi indossa un panciotto in lino la mattina, la sera infili una t-shirt nera senza maniche, una giacca oversize e un paio di jeans superskinny e vada a confrontarsi in pubblico sulla persistenza eventuale del ruolo della moda nella società, e sulla figura atipica del designer Demna Gvasalia e del modello/artista/attore Paul Hameline nell'immaginario dello stile e dell'arte di oggi, domandandosi magari perché Balenciaga, maison di punta di una multinazionale come Kering, abbia voluto affidare la direzione creativa a gente così e non a uno dei designer tanto carini, tanto rasserenanti, che popolano le nostre tiepide e inutilmente costosissime scuole di moda. Solo dieci anni fa, non lo avrebbe fatto.
VINCE CHI SI INVENTA QUOTIDIANAMENTE. Avrebbe «trovato il proprio stile», come si diceva allora e qualcuno dice tuttora, e avrebbe continuato a interpretare il ruolo che gli era stato assegnato o che aveva voluto autonomamente assegnarsi. Ora, alla faccia di chi sostiene che la chiave del successo sia la consistency, cioè la ripetitività talvolta ossessiva dello stesso modello, tutto è lasciato alla libera interpretazione quotidiana, che nella moda significa al libero styling, cioè capacità di mescolare i linguaggi e le suggestioni. Se la moda è il linguaggio non sempre più chiaro e diretto ma di certo più semplice, in quanto visivo, immediato e muto, lo styling non può che essere il contraltare unico possibile a una società dominata dai social network e all'opportunità di guadagno che viene data a chi sa dominarli. Inventandosi ogni giorno un ruolo, cioè un abito, un habitus, un habit, diverso.

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