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LA MORTE 25 Giugno Giu 2016 2246 25 giugno 2016

È morto il regista Giuseppe Ferrara

Da Cento Giorni a Palermo al Caso Moro, il coraggio e il verismo di un regista contro.

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Il regista Giuseppe Ferrara, 'uomo contro' del cinema italiano, è morto il 25 giugno a Roma per un arresto cardiorespiratorio. Malato da tempo era stato ricoverato al Policlinico Umberto I a Roma.
Il 15 luglio avrebbe compiuto 84 anni.
Dal 'Sasso in bocca' a 'Cento giorni a Palermo', dal 'Caso Moro' a 'I Banchieri di Dio', tutta la filmografia del regista nato a Castelfiorentino è sempre stata orientata al cinema civile di impegno e inchiesta sulla storia d'Italia.
Applaudito per la forza visiva e tematica dei suoi documentari, amato per il coraggio delle sue scelte narrative, criticato per un verismo che sconfinava nell'imitazione della realtà, riconosciuto tardivamente per la capacità di adattare il suo linguaggio alla struttura televisiva della fiction degli anni '90.
OTTANTA OPERE IN 10 ANNI. Diplomato nel '59 si getta a capofitto nella militanza documentaria e nel corso di un decennio girerà oltre 80 opere, spesso ispirate ai temi della disuguaglianza, dei drammi che lacerano il Sud e la Sicilia, dell'omertà mafiosa.

Paladino di cause morali e politiche che segnano il '900

La locandina del film Il caso Moro diretto da Giuseppe Ferrara.

Acuto osservatore della realtà ma anche delle evoluzioni del nostro cinema si cimenta come critico con monografie molto tempestive su Luchino Visconti e Francesco Rosi pubblicate tra il '64 e il '65. Cesare Zavattini (con cui collabora ai 'Misteri di Roma' del '63) lo induce a modificare la sua tecnica di racconto, a scoprire le riprese con la macchina in spalla, a farsi 'testimone partecipe' anziché 'spettatore imparziale'.
Da questa nuova consapevolezza che diventa anche scelta politica (sarà tra i cineasti più attivi nell'associazione degli autori, Anac) nasce lo stile che lo porterà al grande salto nel lungometraggio.
DALLA MAFIA AI SERVIZI SEGRETI. Il primo film del '69 è 'Il sasso in bocca' che sposa documenti d'archivio e finzione ricostruita per fotografare la realtà quotidiana della violenza mafiosa e a quei temi rimarrà a lungo legato fino al suo film più celebre e spettacolare, '100 giorni a Palermo' del 1985 con Lino Ventura nell'uniforme del generale Dalla Chiesa.
Ma la tenace battaglia di Giuseppe Ferrara contro le storture della società italiana punteggia tutti i suoi lavori. Così il polemico (e censurato) 'Faccia di spia' del 1975 (con Adalberto Maria Merli e Mariangela Melato in un ardito mix di documentario e finzione) rintraccia i fili oscuri dell'ingerenza dei servizi segreti e della Cia nelle vicende interne dello stato italiano fin dalla fine della guerra; mentre il vibrante 'Panagulis vive' (fiction tv adattato per le sale in versione ridotta nel 1980) segue le gesta del patriota greco ucciso dal regime dei Colonnelli.
IL SUCCESSO CON IL CASO MORO. Arriverà all'apice della notorietà ma anche delle polemiche con il suo 'Caso Moro' del 1986 in cui Gian Maria Volonté si cala nei panni dello statista democristiano con impressionante verismo la trascina anche il film in un calco della realtà che ha ormai preso le distanze dall'oggettività documentaria per sposare un cinema di tesi e di denuncia.
È la strada che caratterizza tutta l'opera successiva di Giuseppe Ferrara, spesso realizzata grazie alla Rai, ma altrettanto spesso osteggiata in mille modi. Basta scorrere i temi delle fiction e dei film successivi per capirne le ragioni: 'Narcos' sui loschi legami internazionali della droga; 'Giovanni Falcone' del 1993, 'Segreto di stato'(1995) sul ruolo dei servizi segreti tra la strage di Ustica e quella di Bologna, 'I banchieri di Dio' del 2002 con Omero Antonutti nei panni di Roberto Calvi, l'inchiesta tv 'P2 story' su Ligio Gelli, fino a 'Guido che sfidò le Brigate Rosse' del 2007 sull'omicidio del sindacalista Guido Rossa.
Il suo ultimo lavoro, una miniserie poliziesca 'Roma nuda' scritta da Tomas Milian e girata nel 2013 resta ad oggi inedita grazie a dissesti produttivi.

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