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LA MODA CHE CAMBIA 26 Giugno Giu 2016 0900 26 giugno 2016

La creatività rifiuta il razzismo della Brexit

Un voto dettato dalla xenofobia, dallo spregio delll'altro, che la moda non capisce.

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«Be', con il colpo che ha preso la sterlina, se Burberry dovesse chiudere adesso il bilancio delle vendite all'estero farebbe risultati boom», dice l'amico banchiere vedendo un gruppetto di analisti della moda intento a commentare la Brexit davanti a un caffè al Gigi Bar di Stresa, a pochi chilometri dal distretto di Varese i cui industriali prevedono già perdite per decine di milioni non solo nel tessile, ma anche nella meccanica (dai 6 agli 11 milioni in meno solo nel 2016).
BREXIT SENZA SENSO. Tutti si domandano come i cittadini inglesi, che importano praticamente tutto, compresi gli abiti di Burberry che fanno realizzare in buona parte in Italia, abbiano potuto pensare di ricavare un beneficio dall'uscita dall'Europa.
Ne parlano davanti al caffè titubanti, incerti. Nessuno di loro ha ancora capito quanto di questo processo di sgretolamento dell'Europa, a cui Bruxelles sta cercando di mettere riparo invitando il Regno Unito ad accelerare le procedure per l'uscita, assumendo dunque una posizione netta per evitare che il contagio si propaghi immediatamente ad altri stati, li toccherà davvero, li riguarderà in prima persona, determinerà il futuro dei loro figli, che è invece il motivo per il quale Boris Johnson ha vinto e David Cameron ha perso.

La moda non riesce a capire il razzismo e la xenofobia

Sostenitori del Leave.

Da quel referendum votato con lo stesso spirito animoso dell'amante insoddisfatta che rompe la relazione con un whatsapp salvo accorgersi di non poterne fare a meno, e tentando quindi inutilmente di correre ai ripari, la moda non si sarebbe mai aspettata un risultato come questo, e non perché reputi i cittadini inglesi più furbi di quanto si siano dimostrati.
Come molti, moltissimi e come il premier britannico dimissionario Cameron prima di tutti, non ha preso e continua a non prendere in considerazione il peso della questione dell'immigrazione nel voto, la fobia del diverso, che invece è stato determinante soprattutto nelle città lontane da Londra, culturalmente meno evolute, meno cosmopolite e al tempo stesso più esposte al disagio sociale che nasce dalla mancata gestione di questo problema.
LA FORZA DEL PROCESSO CREATIVO. La moda, cosmopolita per natura e per forza, non pensa che l'immigrato rubi necessariamente il lavoro a un autoctono, non ritiene le culture altrui automaticamente disprezzabili; ma, attenzione, non lo fa perché viva nella stessa atmosfera privilegiata e ovattata che trasmette attraverso le sue campagne pubblicitarie sofisticate.
Al contrario. Non riesce a capire il razzismo, la xenofobia, lo spregio dell'altro per il colore della pelle, perché nessuna di queste cose, nemmeno il credo religioso purché non diventi una minaccia, di certo non l'orientamento sessuale, hanno una benché minima importanza nel processo creativo che è alla base della sua stessa esistenza. Nella moda, anzi, vige il principio opposto.
La moda che non subisse influenze da ogni ambiente, ogni cultura, ogni evoluzione della società, non sarebbe moda ma costume, esaurendosi in certe sagre paesane del gnocco fritto e dell'asparago selvatico che Matteo Salvini frequenta con gioia. Non solo.

C'è più sogno europeo nel reparto creativo di qualsiasi brand che a Bruxelles

La moda che tanti esecrano, che giudicano frivola, crudele, selettiva, è tutte queste cose perché è innanzitutto e profondamente meritocratica. Nella moda, a nessuno importa da dove arrivi purché tu abbia delle buone idee.
Magari le sfrutta fino a prosciugarle, ma se vali ti offre tutte le chance che vuoi. Non è così in quasi nessun altro settore.
Volete una controprova? Credete che John Galliano o lo scomparso Alexander mcQueen, figlio di un tassista nella Londra violenta, avrebbero avuto qualche opportunità di carriera nella City anche avessero studiato nelle migliori università con le stesse borse di studio che avevano ottenuto invece alla St Martin?
Eppure, fior di banchieri si sono arricchiti grazie alle vendite delle loro collezioni. Credete che qualcuno avrebbe dato retta a quel genio di Riccardo Tisci, timido, privo di appoggi, se avesse tentato una carriera nell'immobiliare?
LA MODA SENZA PREGIUDIZI. E se doveste incontrarlo la sera per strada non tendereste ancora a scansare Demna Gvasalia, con quei tratti duri della sua origine slava e lo sguardo un po' svagato, se non sapeste che è il direttore creativo del collettivo di tendenza Vetements e di Balenciaga e che forse non potete permettervi gli abiti che crea?
La moda non capisce le ragioni profonde della Brexit perchè Rifiuta quelle ragioni. Per questo ha senso che si batta per contrastarle, come sta già facendo da anni con tutti questi esempi, e con una comunicazione sempre più trasversale, e per questo avrebbe senso che l'Europa, prima ancora di intimare alla Gran Bretagna di levarsi dai piedi quanto prima, rivedesse, insieme con la propria immane, costosissima struttura, che è stato uno degli argomenti vincenti di Johnson, le politiche sull'immigrazione e sulle opportunità, e i doveri, che offre e che impone, o che dovrebbe imporre, ai nuovi venuti. C'è più sogno europeo e integrazione nel reparto creativo di qualsiasi brand della moda che nel centro di Bruxelles.

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