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LA MODA CHE CAMBIA 23 Ottobre Ott 2016 0908 23 ottobre 2016

La cultura pop non deve essere non cultura

La lezione degli Angela e di Pirelli e il cattivo esempio della fiction Rai I Medici.

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Una scena della fictionRai I Medici.

Fra i molti modi possibili per fare cultura pop, cioè popolare nel senso più nobile del termine, dunque diffusa e accessibile a tutti, ve ne sono due diametralmente opposti.
Il primo è quello di facilitarne l’accesso, di renderla come si dice «edibile», mangiabile, pur senza stravolgerla, senza edulcorarla, senza aggiungerle coloranti o toglierle sapidità nell’idea che facendolo si trasformi in un boccone indigesto per chi, per miliardi di motivi, con la cultura scolastica e con l’accademia ha avuto poco o nulla a che fare.
Il secondo è invece proprio quella di semplificarla, di addizionarla di oli di palma e di soluzioni color di rosa, trasformandola in una di quelle torte di matrimonio che, sotto l’apparenza fastosa, nascondono un pan di Spagna già secco e che infatti, dopo il primo assaggio, vengono abbandonate nel piatto con un moto di delusione anche da chi viene invitato raramente ai matrimoni e avrebbe mangiato quella torta con piacere.
LA CULTURA COME BENE DA CONDIVIDERE. Il primo criterio, visto che siamo in metafora pasticciera ribattezziamolo «l’approccio della crostata di frutta appena tagliata», è quello onesto, volonteroso, che reputa la cultura un bene da condividere e moltiplicare. Prevede risorse intellettuali importanti, rigore e attenzione nelle scelte e molta disponibilità personale.
È l’approccio che in Italia hanno adottato Unipol, Accor o Pirelli aprendo biblioteche aziendali ricche e variegate e favorendone l’utilizzo con iniziative condivise.
Sulle reti televisive nazionali la perseguono per esempio la 'dinastia Angela', Piero e il figlio Alberto, ma anche tanti programmi di informazionE, fiction e para-fiction realizzate dalla Bbc e diffuse sulle stesse reti Rai (Rai3, Premium, Rai5).
I MEDICI, PACCOTTIGLIA DA SOUVENIR. L’approccio della torta di matrimonio farlocca è invece quello scelto dalla fiction de I Medici: un’ottica snob, elitaria, che, considerando forse non nelle intenzioni ma nei fatti il grande pubblico una massa di pecoroni interessati solo all’intrattenimento spiccio, al panem et circenses, dunque non meritevoli di vera divulgazione storica e scientifica ma di paccottiglia da souvenir, azzera il senso dell’evoluzione storica, altera fatti e personaggi e perfino panorami per perseguire la logica unica e scellerata della scena di sangue al minuto tre e della scena di sesso al minuto 15, quando l’attenzione del pubblico inizia a scemare e non è ancora arrivato il momento dello stacco pubblicitario.
Non plagerò il giudizio che lo storico Franco Cardini ha già espresso sulla fiction, sebbene abbia seguito con grande attenzione il suo scambio al vetriolo con una delle case di produzione della serie, la Lux Vide, e con grande gioia il suo unico giudizio positivo, espresso nei confronti dei costumi disegnati da Alessandro Lai.
UNA STORIA DI POTERE E MALAFFARE QUALUNQUE. Mi domando però perché siano stati scelti i Medici, e non magari i Gonzaga o gli Sforza oppure i Riina, per raccontare una storia di potere e malaffare qualunque in cui i Medici sono poco più di uno spunto, l’importanza economica e politica della cultura nel periodo poco più di uno slogan, e per di più addizionata di usi borghesi moderni e di un interclassismo economico e sessuale che ha fatto scattare il campanello di allarme perfino in chi, come la signora rumena che mi aiuta in casa, nulla sa dei Medici, ma ha trovato altamente sospetto quel gran baciarsi per strada fra gran signori e popolane in tempi dichiaratamente remoti, e insopportabilmente difficile da seguire il continuo flashback attorno ad azioni in realtà del tutto identiche e riassumibili nel solo atto della corruzione, riproposto in continuazione e in ogni luogo.
Ho letto che i fiorentini si sono parecchio irritati per le inquadrature del Corridoio Vasariano, di un secolo successivo ai fatti narrati e per altri, numerosi svarioni. E so che parecchi signori in età sono corsi a sfogliare il libro di storia del liceo per capire come mai non ricordassero l’avvelenamento di Giovanni de' Medici da cui la fiction prende le mosse.
IL SILENZIO DELLE FEMMINISTE. Personalmente ho trovato incredibile che le tante, supposte, intellettuali femministe di cui il nostro Paese sarebbe popolato non abbiano fiatato per una sceneggiatura che, “modernizzando” i rapporti fra sessi come è stato dichiarato da più parti, azzera di fatto, privandolo di senso e di importanza soprattutto presso il pubblico più giovane, il duro cammino compiuto dalle donne per affrancarsi dalla sudditanza economica, sociale, culturale e sessuale nei confronti dell’uomo (Cosimo de’ Medici che si strugge per la lavandaia mentre lei scappa e gli si nega avrebbe dell’incredibile, non fosse ridicola).
FICTION E STORIA, I LIMITI DEL CONTRABBANDO. Intendiamoci, il cinema di ogni tempo ha contrabbandato fiction per storia, e tutta la produzione hollywoodiana degli Anni 40 e 50, i Maciste e le 'Tuniche' dei Victor Mature sono lì a dimostrarlo, insieme con la parodia feroce che ne hanno fatto di recente i fratelli Coen nell’irresistibile Ave Cesare.
Nessuno, però, ha mai spacciato quella pochade come fiction storica. Nessuno, soprattutto, l’ha mai fatto in Italia dove, al contrario e molto spesso per opera del grande Ettore Bernabei, fondatore della Lux Vide da poco scomparso, la divulgazione è stata coniugata con il rispetto dell’intelligenza e del (direi legittimo) desiderio del pubblico di apprendere, oltre che di divertirsi.
Nel caso de I Medici, superficiale fiction nel nome di una famiglia famosa, sarebbe bastato indicare a chiare lettere che «i fatti narrati sono frutto di libera sceneggiatura» e non scegliere il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio per presentarla in pompa magna, di fatto accreditandola.
L'ESEMPIO DELLE BIBLIOTECHE AZIENDALI. Fra l’altro, anche il cosiddetto grande pubblico dimostra di saper selezionare e scegliere bene, se gli si offrono le condizioni per farlo: proprio nelle tre biblioteche aziendali Pirelli a cui si accennava nelle prime righe di questo articolo, la scelta dei volumi da acquistare e sui quali costituire un servizio di prestito, presentazioni e discussioni è stata affidata a un collettivo interno in cui compaiono impiegati, dirigenti e operai.
D’accordo, qualcuno avrà voluto fare il gradasso e vi ha inserito l’Ulisse di Joyce che persino noi specialisti di letteratura abbiamo faticato a digerire e di cui ricordiamo soprattutto il primo e l’ultimo capoverso, quello di Molly con la camicia da notte macchiata.
Ma oltre a Proust e Calvino, fra le migliaia di libri da leggere e vivere vi sono anche Camilleri, Roald Dahl, Malvaldi.
Le biblioteche si trovano vicino al bar, all’ingresso della fabbrica. I primi prestiti si contano nell’ordine della ventina al giorno, a dimostrazione che, in condizioni favorevoli, anche i soliti dati sulla «non lettura» degli italiani possono essere corretti.
Tutto il mondo è fatto per finire in un bel libro, come scriveva il teorico del Simbolismo, Stephane Mallarmé.
Ma non tutta la storia merita di finire in una brutta fiction.

Twitter: @fgiacomotti

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