9 Gennaio Gen 2017 1237 09 gennaio 2017

Non piangete Bowie, il Duca è risorto per non morire

Si è intinto nel mondo come un biscotto nel latte. E alla fine quella tazza ha preso il suo sapore. David non se ne andrà.

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Il 10 gennaio sarebbe un anno senza David Bowie. Sarebbe, perché in realtà l'artista delle mille fasi e dalla curiosità implacabile non si è mai separato da noi, autentico convitato di pietra del 2016 e, c'è da crederlo, di chissà quanti altri anni che verranno. Molti, troppi sono i musici e gli istrioni spariti nel calendario appena stracciato, ma nessuno come Bowie è rimasto, in una incessante sequela di eventi postumi: dalla traumatica dipartita a poche ore dall'ultimo disco, Blackstar - una regia spietata della propria fine, che solo Bowie, forse, poteva inscenare - alla scoperta di un album significativo e stratificato, ancora alla vigilia dei 70 anni mai compiuti, fino alle continue epifanie, dischi dimenticati e recuperati, la mostra itinerante, David Bowie Is, giunta infine in Italia, a Bologna, poi a Roma, i tre inediti tratti dal musical Lazarus, che idealmente completavano la raccolta di Blackstar (e la completavano in modo magistrale), appena riuniti in un Ep postumo. Le perenni rievocazioni, il rimpianto inesausto, la nostalgia di un popolo di orfani senza confini, le cicliche scoperte, o attribuzioni, di significati sommersi nella simbologia e nelle liriche dell'ultimo album.

L'"ADDIO" DEL 2003 E IL RITORNO. Bowie è risorto per non morire, si diceva, e c'è riuscito da par suo. Ma non è solo questo. Per molti artisti, la morte è davvero la prova del nove dell'immortalità: è all'atto della scomparsa che si capisce se un autore diventerà o meno imprescindibile. Per molti, l'oblio sopraggiunge inesorabile dopo qualche settimana; per qualcuno, come Bowie, la fine non fa che rafforzarne la presenza e l'importanza. In realtà, lui era morto nel 2003, quando subì sul palco una crisi cardiaca quasi fatale. E morto sarebbe rimasto almeno per un decennio, sino alla resurrezione di The Next Day, uno dei suoi dischi più sorprendenti, curati e inaspettati. I tre anni dopo il ritorno, malattia compresa, hanno definitivamente consegnato alla leggenda uno che già le apparteneva. Lo hanno fatto senza l'armamentario tipico della nostalgia, della riscoperta dei dischi andati (avvenuta dopo la morte): il Bowie degli ultimi due album tutto ha fatto tranne che amministrare il proprio mito. Sono lavori freschi, densi, complessi, con spiragli aperti, come sempre, sul futuro.

Questo profeta del futuro è stato un artista perennemente fuori dal suo tempo, forse perché non si è mai stancato di anticiparlo e, insieme, di stravolgerlo

La stessa mostra itinerante si poneva come un ponte, qualcosa che riassumeva una vicenda ancora lungi - così si pensava - dall'essersi conclusa. Ora sappiamo perchè: perché la storia di Bowie non si sarebbe esaurita nella sua dipartita ma lascerà scie nel tempo che verrà. Paradossalmente, perfino. Questo profeta del futuro è stato un artista perennemente fuori dal suo tempo, forse perché non si è mai stancato di anticiparlo e, insieme, di stravolgerlo. Un solitario immanente nell'epoca delle grandi concentrazioni - di pensiero, di mentalità, di tendenze, di conformismo. Uno che non si è mai aggregato ad alcuna moda o tendenza (casomai le determinava), tantomeno politicamente: un libertario a tutto tondo che prediligeva l'indipendenza, l'autonomia dell'individuo (c'è un bel saggio di Robert Dean Lourie che ne tratta), e che seppe riscattare, una volta tanto in modo convincente, la fosca parentesi berlinese delle suggestioni nazistoidi che avevano avvolto un uomo precipitato fuori di sè.

UNA CREATIVITÀ CONTROVERSA E INQUIETA. La rockstar Bowie è stata in realtà un liberale-liberista-libertario, non solo e non tanto per la sua vicenda esistenziale e professionale, non solo per il suo incredibile senso degli affari che lo aveva portato a quotare se stesso in Borsa, quanto per la assoluta autonomia con la quale si è sempre affermato, negato, riproposto, almeno pari all'idiosincrasia per le masse, le folle, i tumulti e le omogeneizzazioni organizzate; con Prezzolini, avrebbe potuto dire che «la politica non la fa la gente per bene», e il suo disimpegno impegnato ha sempre determinato qualcosa in più: una incisione nel tessuto artistico e culturale, una presenza imponente in una scena senza confini. Negli anni della maturità, complice una malattia che lui aveva saputo trasformare in un buen retiro di privatezza, aveva recuperato quel senso, d'altronde mai perduto del tutto, dell'isolamento, della dispersione fra i libri più vari, alla caccia di scoperte personalissime. Una dimensione nella quale era cresciuto, preadolescente problematico e disadattato, fino a trovare una sua strada, avventurosa, arabescata, in un mondo della musica che non lo ha mai potuto contenere fino in fondo, che volentieri sconfinava nelle arti grafiche, visive, nel cinema, sempre col marchio di fabbrica di una creatività controversa e inquieta. Ecco perché Bowie è morto senza morire: si è intinto nel mondo come un biscotto nel latte, e alla fine quella tazza ha preso il sapore suo. Non se ne andrà.

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