Maria De Filippi Carlo Conti
11 Gennaio Gen 2017 1200 11 gennaio 2017

De Filippi, padrona (e non da oggi) di un Festival in crisi d'identità

Maria sarà a Sanremo 2017. Ma già negli anni passati chi vinceva le apparteneva. Della kermesse, fatta a sua immagine e somiglianza, oggi resta solo la lottizzazione. Che il duopolio con Conti consacra.

  • ...

C'è molto di Sanremo nella democrazia diretta di stampo settario e viceversa, molta democrazia diretta nel Festival: il ricorso alle giurie popolari, allo sovranità popolare, tutte belle cose che poi contano quello che contano, cioè niente. Perché alla fine vince chi deve vincere, perché scatta la lottizzazione, la spartizione, le "logiche" se preferite, perché trionfa appunto la logica del fatto compiuto, il mettersi d'accordo ai piani altissimi. Così si spiega la vocina dal sen fuggita, in realtà un ballon d'essai, di Maria De Filippi "la Sanguinaria" (Canale 5, Mediaset) a condurre accanto a Carlo Conti (rete 1, Rai) come a dire: già che ci siamo, che abbiamo condiviso tutto, già che Mediaset da anni non fa controprogrammazione per un motivo molto semplice, il Festival le serve.

VINCONO SEMPRE I "FIGLI DI MARIA". Quelli che alla fine vincono o almeno emergono sono suoi, provengono dalla scuderia De Filippi, dai suoi talent. Insomma, già che il Festival è diventato uno spettacolo televisivo per televisioni in teoria concorrenti, tanto vale gettare la maschera e farla sporca, sì, ma per farla pulita: sancire il duopolio, mettere una padrona effettiva a fianco al padrone di casa, e buonanotte ai suonatori. Idea non nuova, anzi già abbozzata ai tempi di Bonolis 2009, Maria alla serata finale con tutti i compromessi, i va e vieni da una rete all'altra, le "logiche" che premiavano i primi talentuosi o stalentati da talent e lui che a chi glielo faceva notare rispondeva beffardo: «E allora? Cosa cambia?». Giusto, cosa cambia? O più precisamente: che voce in capitolo avreste voi critici, voi commentatori, voi spettatori?

PADRONA, NON VALLETTA. Idea che in una decina d'anni è maturata, si è conclamata e ora sarà servita calda e spalmata sull'intera settimana festivaliera. A chi? Al popolo sovrano, che vota ma non decide, che guarda ma non depone, che viene interpellato sul fatto compiuto, che apprezza sempre e comunque, tanto i 10 milioni fissi sono una costante di marmo. De Filippi in Costanzo, in arte "la Sanguinaria", affiancherà Conti, l'Abbronzato della Riviera, come in un romanzo di Simenon; e non gli farà da valletta, condizione per cui è geneticamente negata. Sul palco dell'Ariston salirà da padrona, per consacrare un Festival sempre più a sua immagine e somiglianza (sua di lei), dove vince chi, grossomodo, le appartiene o se non vince lì vince comunque in giro, anche se di dischi da Sanremo se ne vendono pochi da molto più tempo di quanto non si sospetti, almeno dai tempi del Mundial '82.

Madaline Ghenea, Gabriel Garko e Carlo Conti sul palco di Sanremo 2016.

Non importa, perché Sanremo è Sanremo e, a questo giro, i dischi sono una variabile indipendente sempre meno influente, le case discografiche contano fino a un certo punto. Contano le "logiche" manageriali, televisive e compromissorie e già che si ipotizzasse la co-conduzione di Carlo & Maria era segno dei tempi, spregiudicatezza che non teme il giudizio, meno che mai quello del popolo sovrano (di guardare, di adeguarsi), ma neppure quello dei giornali. Che, difatti, ci vanno cauti, neutri più della Svizzera, cerchiobottisti, terzisti e paraculisti più che mai: la si presenta come una trovata sconcertante, originale, "che fa discutere", e poi ci si aggrapperà alla solita patetica interpellanza parlamentare di qualche deputato a caccia di un momento di gloria, che non lascerà traccia ma intanto rinfocola il caminetto sanremese dove tutto brucia, tutto scorre.

È CONCORRENZA ALL'ITALIANA, BELLEZZA. Ma sì, ma che sarà mai, ma che ci vuole a fare un C'è posta per Sanremo, un Amici di Sanremo? Ma lo sappiamo chi s'è imposto nelle ultime edizioni? Nel 2009 Marco Carta; 2010, Valerio Scanu; 2012, Emma Marrone; 2013, Marco Mengoni. Per non parlare della varie Alessandra Amoroso, Noemi, Annalisa, Moreno, Dear Jack, hai voglia, ce n'è da riempire un ponte a Po: tutti figli di Maria, in un modo o nell'altro. È la concorrenza all'italiana, bellezza: che si avvolge nell'abbraccio spiraliforme, tanto ci vogliamo tutti bene, siamo tutti amici alla fine, no? Forse che i nostri stessi collaboratori, che operano dietro le quinte, non ce li scambiamo, non ce li palleggiamo, non ce li prestiamo l'una l'altro?

TRIONFERÀ LA RETORICA DA FOTOROMANZO. Già ai tempi di Maria 1, chez Bonolis, si riportò che «la Rai aveva inteso omaggiare il successo di una trasmissione concorrente». Ma tu senti che bell'idea hanno questi delle "logiche", qualcosa che appartiene loro, cosa loro, roba da dare a bere al popolo sovrano, utenti, telespettatori, pagatori di canone, che infatti bevono, bevono. E nessuno fiatò. Adesso cosa si dirà? Probabilmente niente, non c'è neanche più bisogno di spiegare. O forse le solite cose, "ci divertiamo", "non ero preparata", "Dio, è stata una cosa così improvvisa", come quando si riceve la dichiarazione d'amore o si rimane incinta. Trionferà la falsa logica del "ci divertiamo", la retorica da fotoromanzo per cui "è una follia ma noi siamo un po' pazzi", l'arditismo televisivo del tipo "mi piacciono le sfide". Dietro qualsiasi faccenda ambigua, apparentemente incongruente o poco accettabile, affiora sempre la logica della "sfida". Ma le logiche vere sono altre e sono sotto gli occhi di tutti, ammesso che le si voglia vedere (e, magari, raccontare).

Sanremo sembra diventato una cosa aliena, tutta sua, dove i cantanti sono come non mai un pretesto, dove la dimensione televisiva stessa pare ormai superata

Sanremo nei suoi 66 anni di vita ha cambiato pelle tante volte, da radiofonico a prototelevisivo, a specchio della società che mutava, a ostaggio delle case discografiche, dei manager, della crisi, di Pippo Baudo, del ritrovato successo, della tivù, dei talent, di Maria, della serie: come si cambia, per non morire. Solo che a questo giro sembra diventato una cosa aliena, tutta sua, dove i cantanti sono come non mai un pretesto, dove la dimensione televisiva stessa pare ormai superata.

GLORIE STRAVECCHIE COME UN BRANDY. Il Festival coi suoi ripetenti da 15 edizioni, le glorie stravecchie come un brandy, i giovani usciti dai talent senza talento, le meteore, gli insulsi di passo, pare un incantesimo fine a se stesso, autoreferenziale, una ribalta più per i conduttori di due reti diverse di due network diversi. Qualcosa che non fa più vendere dischi, questo lo sappiamo tutti, ma non è questo il punto, un "fare soldi per fare soldi per fare soldi" (e debiti) le cui orbite, le cui "logiche" viaggiano altrove.

GODOT È ARRIVATO, SI CHIAMA MARIA. Già negli ultimi anni il Festival in quanto tale aveva perso identità e anche completamente senso, almeno quanto a dimensione musicale, e le edizioni di Conti in specie erano parse di trapasso, ferme, cristalizzate, uguali a se stesse, aspettando Godot. Godot è arrivato, si chiama Maria e, con il concilio di Sanremo che è stato siglato, sarà una spartizione irreversibile, la presa d'atto di forze, di "logiche" del tutto estranee alle aspettative e persino alle esigenze di un pubblico pavloviano. In fondo, l'orrifico spot di quest'anno coi feti che cantano Non ho l'età è dedicato proprio a loro.

Correlati

Potresti esserti perso