Paolo Benvegnù2
27 Febbraio Feb 2017 1223 27 febbraio 2017

Paolo Benvegnù e l'inquietudine come destino di "H3+"

Nuovo disco per il cantautore indipendente. Un'opera che scava nell'anima di chi suona e di chi l'ascolta.

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Hannah è diventata Anna e lega col suo filo d'amore Earth Hotel a H3+. La molecola di un nuovo universo, pieno di mondi da scoprire, che trasforma un figlio in un padre, lo disperde nella sua immensità e in quella lo fa rinascere. Ed è così che comincia un disco epocale, con una voce che entra: «A nuova vita...». Arpeggi di corde (chitarre) controappuntati da arpeggi di corde (archi), e c'è un cavaliere antico, che non rinuncia a dischi di classica modernità: partoriti per esistere. Restare. Imporsi.

FANTASCIENZA IN FORMA DI NOTE. La fantascienza tutta umana, troppo umana di H3+ vive di suggestioni esistenziali e, come per ogni disco di Paolo Benvegnù, letterarie e questa volta la musa è quella di Ezra Pound, le cui coordinate, dal modernismo al vorticismo, sembrano ispirare una scelta raffinata e insieme più asciutta, più diretta che in passato. Gli sfoghi degli album precedenti paiono relativamente risolti, c'è una scrittura dritta, con armonizzazioni precise, modulazioni più semplici e proprio per questo maggiormente incisive, con melodie che escono rafforzare rispetto alle armonie e si stagliano in modo abbagliante.

UN FLUSSO CONTINUO DI ATMOSFERE CANGIANTI. H3+ si può leggere come una raccolta di canzoni (straordinarie), oppure come un flusso continuo di atmosfere cangianti e potenti, dove gli squarci musicali sorprendono, avvolgono e restano - ascoltare per credere - impressi nella mente; è l'album che da Benvegnù si aspettava dopo tanta carriera, dove la semplicità si fa punto d'arrivo e pare chiudere non solo la trilogia intrapresa con Hermann, ma un intero percorso partito da Piccoli Fragilissimi Film: come quello, H3+ è disco anzitutto di chi lo canta, seppure con una maturità e una sicurezza per natura di cose diverse, dove il vissuto pesa in tutti i suoi giorni, in tutte le difficoltà di una carriera mai ammiccante, mai scesa ad accomodamenti di sorta, non di rado, anzi, autolesionista per amore di una libertà inguaribile.

H3+ si può leggere come una raccolta di canzoni (straordinarie), oppure come un flusso continuo di atmosfere cangianti e potenti

«Cerco il posto dove nasce il sole»: c'è molto sole nell'album, astro ricorrente in una continua rivendicazione di luce, che può scaldare e bruciare, accecare e guidare, che sa uccidere e medicare. La prima parte di Macchine risente di marcate influenze Radiohead; si aspetta una accelerazione tipica, che invece tarda: il crescendo è lento, graduale, denso, mentre Paolo testimonia: «Di certo non ho visto ancora niente». Quindi la canzone si apre in spaziali riverberi metropolitani, ma non esplode, si trattiene nelle sue articolazioni raffinate. Come se non ci fosse più bisogno di arrembare per dire quel che si ha da dire, per farsi ascoltare: il brano si estenua sulla prima delle lunghe code strumentali evocative di paesaggi romantici e inafferrabili, che caraterizzano il lavoro.

UN ARTISTA ORIGINALE E RICONOSCIBILE. Goodbye Planet Heart è un giusto omaggio da David Bowie, e anche uno "scherzo" musicale che sulle ritmiche sintetiche di Ashes to Ashes si sviluppa naturalmente in traiettorie originali. L'artista canta ormai senza indecisioni, ha sviluppato un suo stile personale e riconoscibile e qui c'è tutto lui, sia nei giochi lirici - «Disobbedire alla disobbedienza» - che nell'apertura di un inciso proiettato verso l'eredità degli Scisma, soprattutto quelli della maturità, ritrovati poco più d'un anno fa. Olovisione In Parte Terza è un altro momento memorabile che fiorisce nella primavera radiosa di una melodia stupenda. Gronda musicalità questa ballata in forma di ricerca dove il canto esige la verifica dell'altro, «Se tu sei, allora sono anch'io». Emerge in tutta la sua chiarezza la conferma strutturale di un lavoro a togliere, dove ogni nota è essenziale e gli arrangiamenti (che qui possono ricordare il miglior Lucio Dalla, quello da Com'è Profondo il Mare a Futura), improntati a una raffinatezza mai leziosa, sono in tutto al servizio della bellezza dell'inciso.

SE QUESTO SONO IO, FULCRO DELL'OPERA. Se Questo Sono Io, con il suo incedere d'altri tempi, è, a parere di chi scrive, il nucleo di tutto il lavoro: questo mettersi di fronte a se stesso, questo ammettersi in un modo mai così leale, spietato, lirico. E ispirato: l'incontro di parole e musica, che si superano le une le altre e infine si abbracciano in una composizione straordinaria per essenzialità e potenza, è qui per restare; si pone una volta e per sempre come una delle pagine fondamentali dell'intera produzione di Benvegnù. Quattrocento Quattromila è il primo momento davvero agitato e sembra segnare un ritorno alle atmosfere a volte convulse di Hermann, nelle sue scansioni spezzate, nelle pause cariche di tensione, nelle «vertigini e tempeste» che avvolgono un uomo «inspiegabilmente vivo» - e la voce controlla il trasognamento con la forza dell'esperienza e della speranza.

MUSICISTI CHE PORTANO IN ALTRE DIMENSIONI. Dopo, parte un'altra scia strumentale che rapisce, porta in dimensioni sconosciute, soprendentemente incise dai tagli di una chitarra dalle vibrazioni quasi garage. Come se i musicisti, di tanto in tanto, volessero sbizzarrirsi in una complessità che comunque c'è, perché la cifra di Benvegnù, del suo gruppo, è troppo elevata per consentire banalizzazioni. E i musicisti meritano la menzione, uno per uno: Andrea Franchi, omnistrumentista d'immenso talento, torna alle chitarre, lasciando i tamburi al nuovo Ciro Fiorucci, che con Luca "Roccia" Baldini al basso ricrea una sezione ritmica di rara raffinatezza e duttilità; alle tastiere Marco Lazzari, grande inventiva e studi classici, consente soluzioni sempre nuove, cangianti: in particolare va ascoltato all'organo, dove sa creare irresistibili sapori rétro.

Paolo Benvegnù negli studi di Radio popolare

Se gli album precedenti erano raccolte di ottime, a volte grandi canzoni, questo è un disco di grandi canzoni che non hanno bisogno d'altro che di loro stesse per rifulgere. Parlano oltre le loro parole, raccontano di uno che ha messo insieme ogni fatica, ogni sofferenza del vivere, raccogliendo una serenità conseguente, e mai dimentica, di ciò che è stato. Accogliersi, incontrarsi, accettarsi in un mistero che è troppo più immenso di noi, e che pure, se vogliamo, possiamo custodire in noi. Perché niente possiamo perdere lungo il viaggio: curvature claustrofobiche riaffiorano in Boxes, dentro un tribalismo ritmico ricamato da un organo in controluce, mentre il canto si fa cavernoso come raramente si è sentito da Paolo.

L'INQUIETUDINE COME DESTINO. La raggiunta serenità non è mai definitiva, l'inquietudine è un destino, una camicia di forza dell'anima; è memoria genetica della sensibilità, i demoni a volte si rilassano: mai si spengono. Subito trasfigurati in Slow Parsec Slow, che apre la sezione finale del disco con nuove sorprese. Il tempo, il battito resta lento, solenne, su uno schema d'arpeggi di tastiere. Squarci del sole riemergono nelle parole e nella melodia che gradualmente si staglia prima di evaporare in una nuova coda sorprendente, a riecheggiare ancora certe fughe free di sapore boweiano, grazie anche al sax di Steven Brown dei Tuxedomoon, insospettabile ospite del disco.

ECHI DI CLASSICITÀ ISPIRATI DA TENCO, BINDI, MODUGNO. In Astrobar Sinatra il sole, questo sole onnipresente, consolante e minaccioso, finalmente "esplode" ed è un'altra perla antica, nell'accezione nobile, che si proietta a ritroso nella classicità di un Tenco, un Bindi, un Domenico Modugno. E ci vuole coraggio per cantare di questo, e in questo modo, nell'epoca dei Kekko e dei Sangiorgi che intossicano i Sanremo. Ma qui siamo davvero in un altro universo. Di accordi epici, puri, di melodia dalla grande personalità, Astrobar Sinatra è preghiera che s'innalza fin dove può essere ascoltata; nel suo addio sembra svanire un amico che non sai più se sia sempre lui, se e quanto sia cambiato. Ed è cambiato, lo senti, lo avverti, ma la sua devozione no, quella ancora accompagna chi lo incontra nel suo viaggio personalissimo e universale.

Questo è un disco di grandi canzoni che non hanno bisogno d'altro che di loro stesse per rifulgere

Ma è tempo di andar via: «Ho ingannato le ombre...», ed ecco, in No Drinks, No Foods, la catarsi, attesa, immancabile, che chiude ogni disco di Paolo. Ed è già eco, pura voce che sorride, arpeggi di acustica e, sotto, un piano discretissimo, delicato; poi la canzone si disvela, ed è un'altra classicità che vive della propria bellezza. «Tutto è luce, tutto s'illumina» e il canto raggiunge ispirazioni definitive per poi riscuotersi, sciogliendosi negli atomi di una vita che non smette mai di annientare e ricreare. Volano tre quarti d'ora densi come la materia da cui l'universo scaturì, brevi come l'attimo che consuma l'eternità.

ALBUM PARAGONABILE AGLI ULTIMI LAVORI DI BOWIE. E in verità è difficile raccontare un album del genere, tanto quanto è difficile non cascare dentro le sue spire, le spirali sinuose, spregiudicate: dovessimo tracciare un paragone, H3+ ha la stessa sfrontatezza poetica degli ultimi due album di David Bowie e consente a Benvegnù di sfogare tutta la sua carica lirica in momenti di ballata davvero irraggiungibili: Se Questo Sono io, Olovisione In Parte Terza, Astrobar Sinatra, arrivano per occupare un posto non solo nel canzoniere dell'artista, ma nella intera tradizione della canzone d'autore italiana: sono esempi dimenticati di una maestria compositiva che non ha bisogno di raffronti, spiegazioni: s'impone al solo ascolto, non lascia margini d'incertezza, di discussione.

UN DISCO FRESCHISSIMO E IMPEGNATIVO. E dire che, a detta dell'interessato, almeno altri due brani particolarmente riusciti sono rimasti fuori dal disco, come se questo contenesse già abbastanza motivi per farsi ricordare (aspettiamo, pazienti). E li contiene. Anche chi conosce l'artista, chi lo segue da sempre, si troverà tramortito da questo lavoro nuovo, freschissimo e impegnativo, orgoglioso come non mai. Disco che sposta ancora l'asticella di un talento che ogni volta pare aver detto tutto il possibile e invece ti regala il sollievo poter garantire a cuor leggero, senza paura di esagerare, che H3+ è un album universale.

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