Chuck Berry 1972
19 Marzo Mar 2017 1039 19 marzo 2017

Muore Chuck Berry, l'inventore del rock and roll

Nero. Cattivo. Ribelle. Berry ha rivoluzionato la musica del 900. Sopravvivendo al tempo, a se stesso e al razzismo americano. Senza mai scendere mai a compromessi. Ispirazione per tutti gli artisti che hanno fatto grande la musica. E per ogni ragazzino si ritroverà in mano una chitarra per la prima volta.

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Doveva succedere, prima o poi, ed è successo: Chuck Berry saluta e se ne va. A novant'anni ancora stava in scena e ancora regalava il suo “passo del papero”, sia pure ridotto a una straziante pantomima. Ma Chuck era un uomo tutto d'un pezzo, un "negro" tutto d'un pezzo, fatto di orgoglio, cattiveria e genialità, e non si sarebbe mai arreso. Fino alla fine. Lo hanno trovato dove era nato, dove sempre era vissuto. St. Louis, Missouri. Forse. Perché, se l'anagrafe ne collocava la nascita il 18 ottobre del 1931, dentro una famiglia povera con cinque o sei fratelli, un'altra versione, o leggenda, lo ipotizzava invece nato a San Josè, California, il 15 gennaio del 1926 (!).

UNA RABBIA CAPACE DI CAMBIARE IL MONDO. Lui, con la cattiveria che lo ha sempre contraddistinto, non ha mai fatto niente per chiarire la faccenda: «Quando e dove sono nato sono fatti miei che non ti riguardano». Quell'orgoglio negro, non nero, proprio negro, impregnato di negritudine, diffidente, scaltro e duro che ci voleva a cambiare il mondo; e se c'è uno di cui si possa dire che il mondo l'ha cambiato, beh, quello è proprio questo negro sempre arrabbiato, rissoso, irascibile, carissimo. Capace dell'impresa di prendere a pugni Keith Richards, il quale andava tutto fiero di quell'occhio nero, e lo mostrava a tutti come una reliquia, perché Chuck era l'unico essere sulla faccia della terra per cui nutrisse qualche cosa di simile non tanto alla venerazione quanto alla soggezione. «Bada, che so come trattare i cantanti bisbetici, suono con Jagger da 25 anni!», gli disse nel 1987 quando organizzò il concerto-film Heil! Heil! Rock and Roll, mitico, senza esagerazioni. «Gli ho preso tutto quel che potevo», ha sempre ripetuto Keith, che ha passato la vita a rigirare e rielaborare gli imperituri riff di Chuck. Prese anche dei cazzotti, ma Berry vent'anni dopo andò a scusarsi con Ron Wood, e lo sapeva: «Ma Chuck, avevi pestato quell'altro». «Che c.... me ne frega, questi fottuti bianchi sono tutti uguali».

L'INVENTORE DEL ROCK AND ROLL. Questo era Chuck Berry. Ma è stato anche quello che il rock and roll l'ha inventato, sissignori. Nessuna questione su questo. «A sei anni cantavo in chiesa... Più tardi mi venne il pallino di cavar fuori delle armonie, era fantastico sviare dalla melodia normale e farne una mia e armonizzarla; rock and roll? Beh, allora non si chiamava ancora così. Perché non c'era». Parte da T-Bone Walker, Carl Hogan e B. B. King, ma assimila anche il jazz e la musica classica (che sa riprodurre al pianoforte), ma vocalmente si ispira a Frank Sinatra, Little Richard e Nat King Cole, influenza, quest'ultima, che si può apprezzare particolarmente in The Wee Wee Hours. La chitarra la incontra durante il liceo, quando un amico fanatico del R&B gli mette in mano una Kay elettrica: in quel momento è diventato quello che cambierà il mondo.

«Gli ho preso tutto quel che potevo», ha sempre ripetuto Keith Richards, che ha passato la vita a rigirare e rielaborare gli imperituri riff di Chuck

Gira attorno a Nat King Cole, ancora, ma pure ad Hank Williams, fino a che trova modo di esibirsi davanti a Muddy Waters; il quale ne resta così impressionato da raccomandarlo a Leonard Chess della Chess Records di Chicago, per un provino. Leonard apprezza The Wee Wee Hours, ma, da marpione qual è, capisce che Maybellene ha un potenziale commerciale infinitamente maggiore. Difatti entra sparato nella top ten del 1955, trascina letteralmente la Chess, sposta la musica popolare americana su un altro piano, la dirotta verso traiettorie del tutto ignote. E meravigliose. L'anno dopo esce fuori Elvis, con Heartbreak Hotel, ma in qualche modo è già un epigono: il paradigma, è Chuck.

VITTIMA DEL RAZZISMO E DEL PREGIUDIZIO. In tutto, anche nello stile stesso del rocker. Non ci mette molto, incazzato e nero com'è, a ficcarsi nei guai. Perché è incazzato e perché è nero e quindi soggetto alle rappresaglie di una polizia razzista e prevenuta. Dopo una sfilza di successi epocali, e provocatori, e preoccupanti per il sistema, quali Roll Over Beethoven, Johnny B, Goode, Sweet Handsome Man, il sistema decide che è abbastanza e lo inchioda ad una pretestuosa legge Mann, che Chuck avrebbe violato trasportando una minorenne da uno Stato all'altro «per scopi immorali».

TANTI SUCCESSI NATI DIETRO LE SBARRE. Un processo talmente farsesco e palesemente razzista, da suscitare dubbi perfino nella società bianca più ottusa – almeno una parte. Ma non serve, Berry viene condannato in primo grado e in appello, e sconta due anni di galera. Dopo il talento, è nato il mito. Lui non si ferma, anche da recluso continua a sfornare canzonette che sono gioielli, le colonne possenti del rock and roll. Mentre è dietro le sbarre, escono a getto continuo Bye Bye Johnny, Our Little Rendez Vous, Worried Life Blues, Route 66, Talkin' 'Bout You, Go Go Go, Down The Road Apiece, Too Much Monkey Business, Memphis Tennessee, Reelin' and Rockin'...

E poi esce, e continua a suonare, con la sua quasi immancabile Gibson semiacustica, preferibilmente il modello stereo ES-335, con i suoi inimitabili fraseggi, quella ritmica forsennata e perfetta e quegli assoli semplici e imprescindibili, con il suo caratteraccio carogna, refrattario a provare col gruppo per più di mezz'ora - «Che diavolo di bisogno c'è? Quando io abbasso un piede voi vi fermate, quando lo alzo attaccate». Senza di lui, né Rolling Stones né nessun altro. Sarebbero esistiti lo stesso, probabilmente, ma sarebbero stati diversi e la musica e il mondo sarebbero stati diversi. Senza Chuck non sarebbero uscite di prepotenza quelle storielle musicali imbastite su scene di vita giovanile americana degli Anni 50 e 60, che lui racconta così bene perché conosce così bene fin dai tempi giovanili del riformatorio, scontato per una rapina a mano armata.

AVEVA IN PROGRAMMA UN NUOVO ALBUM. Nero, incazzato, ribelle e imprevedibile: prima di un concerto a New York si accorge che il suo vestito di scena è tutto spiegazzato e allora cosa fa? Per nascondere le grinze, s'inventa il passo del papero. Parte un'ovazione e lui capisce che non può farne a meno: da allora, per 60 anni, lo avrebbe ripetuto, concerto dopo concerto, anche quando non gli riusciva più. Chuck stava programmando, figuratevi, un nuovo album, a 90 anni. Non ce l'ha fatta, se ne va ma ogni fibra di lui rimane nel Novecento e si proietterà per sempre, ogni volta che un ragazzino si ritroverà in mano una chitarra per la prima volta e penserà di essere l'unico al mondo a provare quella sensazione. Resterà anche ogni volta che quel ragazzino si trasformerà in rock star e diverrà arrogante, rissoso, intrattabile. «Oh, andiamo, Chuck, qui a Monterey ci saranno tutti, perché proprio tu no? È per beneficenza, lo sai...». «Conosco un solo ente di beneficenza. E si chiama Chuck Berry».

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