Est Rai Paola Perego Parliamone Sabato
BLUES 21 Marzo Mar 2017 1511 21 marzo 2017

Con "Parliamone sabato" la Rai fa un'orgia di cialtroni e cliché

Nei luoghi comuni virilisti di Paola Perego naufraga tutto il servizio pubblico. Pieno zeppo di becero localismo da vignetta. A un passo, se non dal razzismo, certamente dalla maleducazione più desolante.

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Tra gli effetti perversi di Parliamone sabato, tragedia pomeridiana dal lieto fine ovvero segata dalla Rai dopo la topica sulle donne dell'Est, c'è la rivalutazione nazionale delle donne del Nord e del Sud: tutte pigiamoni, friarelli e polente con cui deliziare i pingui mariti, in un tripudio di sciovinismo burroso e anche, diciamolo pure, peloso: ma quali friarelli, quali genuine tradizioni, quali buoni sentimenti? La donna italiana, così come la vorrebbe spacciare la post-verità da social, non esiste più da un pezzo o perlomeno da un paio di generazioni: dalle Alpi al Lilibeo le nostre giovani risorse hanno completamente perduto ogni vestigia alimentare, se la cavano mangiando fuori o andando di sofficini, alzano il telefono rosa anche solo a proporre loro di cucinare e hanno mediamente in testa tutte gli stessi talent, quando va bene.

SOLO QUALCHE ECCEZIONE. Poi, certo, ci sono le eccezioni virtuose: la colata lavica di cuochi televisivi ha riacceso sopiti orgogli culinari, ma sono appunto eccezioni e comunque fenomeni anzitutto mediatici e si può ben dire che il modello televisivo ha fatto giustizia dei retaggi da Nord a Sud, imponendo la ragazza massificata (quanto alla controparte maschile, all'uomo al ragù che dovrebbe apprezzare i manicaretti della mogliera dopo quelli di mammà, è meglio stendere non un velo pietoso, ma una mannaia: fatti salvi i peccati delle generalizzazioni, l'homo italicus appare mediamente sempre più improntato a una sottospecie neanderthaliana, portato a una violenza insensata e viziata, da presunto privilegiato, da vittimista convinto e feroce, e, più che analisi sociologiche, meriterebbe a volte una deportazione di massa).

La tabellina proposta da Paola Perego.

Pure nel look, è difficile oggi cogliere una provenienza. Forse solo un espertissimo è in grado di tracciarla: da Chiesa in Valmalenco fino a Bagheria, le stesse divise da aspirante di Maria, gli stessi tatuaggioni a tappezzeria, la solita volgarità cubista, non nel senso di Picasso, ma di Tina Cipollari. Complice la Rete, che amplifica la surrealtà televisiva, sono spariti anche i famosi ritardi per cui una faccenda diventava di moda in provincia con due o tre decenni di sbalzo temporale rispetto alla metropoli. Insomma, la controparte femminile di Pasquale Ametrano (che aveva sposato una tedesca doc) non esiste più, se non nei cliché cinguettati o postati per amor di spiritosaggine sciovinista.

FANTASMI DA CORTINA DI FERRO. Quanto all'archetipo est-europeo tratteggiato da Paola Perego, pareva preso di peso da un night club di terza categoria: davvero le puerpere di Praga o Budapest restano in tenuta da combattimento comunque e dovunque, anche dopo il quarto figlio, e non si concedono mai un flanellone? Nel luogo comune virilista della tabellina di Paola, sembrano agitarsi vecchi fantasmi da cortina di ferro: «la donna russa è donna tre volte», una sorta di esotismo da Orient-Express riferito dai viaggiatori di mestiere al quale il popolino in pigiama poteva solo credere e in verità non si sforzava neanche troppo, a corto di balle televisive com'era.

SOLITO MACABRO COPIONE. Ma la realtà è diversa, è sempre diversa e uguale, gratta gratta il cielo è sempre lo stesso sopra ogni testa: le corna restano corna a Caronno Pertusella come in Transilvania e finiscono troppo spesso allo stesso modo, cioè nel sangue; se vogliamo continuare a stordirci con le stronzate da programma del pomeriggio è un conto, se invece vogliamo fronteggiare la realtà allora dobbiamo prendere atto che le tragedie familiari subiscono più o meno tutte lo stesso macabro copione a prescindere dai protagonisti, siano indigeni o immigrati dai quattro punti cardinali.

I super manager alla Lucio Presta sono uno dei grossi guai della televisione attuale, perché questi mega impresari fanno e disfano i palinsesti, coi risultati che ogni giorno si constatano

Quanto poi all'overdose di cliché, questa può andare bene per quella specie indefinibile che, sui social, già sta protestando, indignata, sconvolta, per la chiusura di un obbrobrio come Parliamone sabato, martirizzando in vita la Paola Perego legata al super manager Lucio Presta, uno dei grossi guai della televisione attuale, perché sono questi mega impresari a fare e disfare i palinsesti, coi risultati che ogni giorno si constatano. Il che lascia immaginare a quali vette di solitudine e disperazione sia costretta una parte dell'audience nazionale.

UOMINI TRASCINATI DI PESO. A proposito della presunta remissività delle fanciulle in questione, chi scrive ha riconosciuto una volta un amico letteralmente trascinato di peso dalla fidanzata dell'Est in una boutique, ed era molto triste, con lo sguardo del vitello portato al macello e lo sapeva. Per colmo d'ironia, o di Nemesi, era un amico musicista, di quelli interamente votati al culto dell'Unione sovietica, sentimentalmente e finanziariamente rovinato dal crollo del Muro.

La cosa peggiore dei programmi come Parliamone sabato - e ce ne sono tanti, e ce ne sono troppi, caro servizio pubblico - sono i cliché che scatenano: prima per azione, poi per reazione, infine per deiezione

Anche questi però alla fine sono luoghi comuni, come anche la protesta, già virale, contro le vampire dell'Est che intortano sprovveduti mariti rincoglioniti con la pancia, li sgusciano come gamberetti e infine o li mollano a un destino da molluschi o, peggio, li trascinano in tribunale, dove completano l'opera. Sì, d'accordo, ci sono anche casi del genere, ma ce ne sono anche tanti altri di fanciulle sbarcate un giorno sulla risacca di personali difficoltà e diventate ottime professioniste, ristoratrici, assistenti, compagne di vita.

CIALTRONAGGINE DESOLANTE. La cosa peggiore dei programmi come Parliamone sabato - e ce ne sono tanti, e ce ne sono troppi, caro servizio pubblico - sono i cliché che scatenano: prima per azione, poi per reazione, infine per deiezione. Si va sempre a finire nel localismo da vignetta, preferibilmente becero, e va bene che ogni cliché un pizzico di verità in fondo la nasconde, ma quando quel pizzico diventa l'unica verità siamo a un passo, se non dal razzismo, certamente dalla cialtronaggine più desolante.

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