Omaggio a De André
26 Marzo Mar 2017 1500 26 marzo 2017

De André tra Medioevo e anarchia: storia delle sue canzoni eversive

Jacopone da Todi, i Vangeli apocrifi, Villon, Angiolier. Tanti autori dell'epoca hanno ispirato l'artista. Trasgressione, tabù sessuali, goliardia irriverente: Carlo Martello e Bocca di rosa lo dimostrano.

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Ma quanto Medioevo c’è in Fabrizio De André? Un interrogativo lecito non solo per gli esegeti del cantautore genovese scomparso nel 1999, ma anche per tutti coloro che seguono con attenzione l’evolversi del costume e delle mentalità. Ci sono infatti canzoni di De André che hanno lasciato una traccia indelebile nel nostro immaginario e due delle più note, Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers (scritta con Paolo Villaggio) e Bocca di rosa, compiono proprio nel 2017 rispettivamente 55 e 50 anni. Mezzo secolo fa, quando furono ascoltate per la prima volta dal pubblico italiano, fecero scalpore e costarono a De André due denunce per offesa al comune senso del pudore.

GRANDE SPUNTO CREATIVO. Ma torniamo al Medioevo: è possibile che un autore ribelle, anarcoide e controcorrente come De André ne abbia fatto un modello d’ispirazione? Non solo è possibile, ma è documentato dai moltissimi libri che si occupano di un personaggio che è ormai un’icona della musica cantautorale. Uno di questi saggi è Fabrizio De André, maledetti poeti di Miro Renzaglia (edizioni Circolo Proudhon) che propone un’accurata analisi dei testi che hanno acceso lo spunto creativo per molte canzoni del suo repertorio.

RIELABORAZIONE DEL PASSATO. Ebbene un nutrito drappello di autori medievali accompagna l’itinerario artistico di De André: da Jacopone da Todi con la lauda “Pianto della Madonna” ai Vangeli apocrifi, da François Villon a Cecco Angiolieri. Renzaglia non manca di annotare la grande sintonia con Pasolini: anche lui affascinato dal Medioevo, che fu fonte del suo Decameron, anche lui ansioso di rielaborare il passato («Solo nella tradizione è il mio amore», scriveva Pasolini): «Cantori estremi e critici», osserva Renzaglia, «di quella “mutazione antropologica” che prendeva le mosse sul finire degli Anni 50, la lista dei topoi condivisi è lunghissima: un certo cristianesimo, la direzione ostinata e contraria ai cliché che omologano modi d’essere individuali e culture, critica al consumismo, predilezione per le periferie metropolitane e per i confini di qualsiasi impero, amore per il dialetto. E poi, di nuovo, l’adesione e l’attenzione alle vicende degli sconfitti nei quali ritrovano l’umanità del vero».

Come per gli chansonniers Georges Brassens e Jacques Brel anche per De André il Medioevo è un luogo dell’anima. Secondo lo storico Tommaso di Carpegna Falconieri è un Medioevo «anarchico e di sinistra»: «Brassens e De André cantano nuovamente i versi fulminanti de La ballata degli impiccati di François Villon; De André grida con Cecco Angiolieri S’i fossi foco (1968) e insieme a Brassens si immedesima in quei poeti maledetti di un Medioevo di passioni forti, di sentimenti vivi, di delinquenti pieni di cuore».

PERIODO POPOLARE E CAPOVOLTO. Il Medioevo è guardato dal basso: ci sono le donne che aspettano i mariti (Fila la lana, 1974) o che intercedono per loro (Geordie) o che muoiono sul rogo (Joan d’Arc, ripresa nel 1974 da una canzone di Leonard Cohen). Questo Medioevo popolare e capovolto è in De André anche un lascito del ’68, quando gli studenti francesi erano affascinati dai versi di Verlaine: «È verso il Medioevo enorme e delicato/ che il mio cuore guasto dovrebbe navigare/lontano dai nostri giorni di spirito carnale e di carne triste».

DEMISTIFICAZIONE DEL POTERE. C’è poi nella canzone dedicata a Carlo Martello un aspetto “eversivo” che si ritroverà anche in Bocca di rosa. Un aspetto che va oltre l’elemento trasgressivo del tabù sessuale dell’epoca (siamo negli Anni 60 in cui vengono mandati a processo i liceali milanesi del Parini per il periodico La Zanzara in cui le ragazze si interrogano sui rapporti pre-matrimoniali). Più in profondità Carlo Martello e Bocca di rosa demistificano il potere, nel primo caso con la goliardia irriverente, nel secondo caso facendo emergere i sentimenti latenti nelle società conformiste: la gelosia delle mogli, l’invidia della vecchia che si lega perfettamente agli strumenti repressivi di chi vorrebbe imporre una morale unica.

Questo significato di Bocca di rosa è abbastanza noto. Meno indagata è stata la sopravvivenza della metafora cui De André ha fornito musica e versi nel costume e nel linguaggio stesso degli italiani. Nel 2007 un articolo di cronaca de la Repubblica, raccontando la storia di una lucciola sudamericana allontanata dai giudici del Tar perché si prostituiva lungo la statale 96 a Bari, titolava così: “Tar, foglio di via a Bocca di rosa”. E tre anni prima un altro articolo dava conto della rivolta delle mogli di Cornate (Milano) contro un locale a luci rosse con un incipit tipo: «Sembra la storia di Bocca di rosa e così infatti è stata chiamata l’operazione dei carabinieri…».

GENIALE CREAZIONE ARTISTICA. Bocca di rosa è però, sopra ogni cosa, una creazione artistica. La rielaborazione geniale di una canzone di Brassens Brave Margot che racconta la storia di una ragazza di un paesino francese che trova un gattino affamato e lo allatta. «Quando Margheritina slacciava il corpetto/per dare il latte al suo gatto/tutti i maschi, tutti i maschi del villaggio/ eran là, là, là, là/ I gendarmi, anche i gendarmi/ che sono di natura così stupidi/ si lasciavano commuovere dal fascino del quadretto…/ Ma le altre donne del paese/ private dei loro sposi, dei loro spasimanti/ accumularono il loro rancore pazientemente…». Una rabbia che esploderà poi nell’uccisione a bastonate del gattino.

De André conobbe un’istriana bionda, Maritza, che amava gli uomini senza chiedere nulla in cambio. E ci scrisse sopra una canzone

Ma il simbolo dell’amor profano poteva anche essere reale, una persona in carne e ossa, come le prostitute di Via del Campo. Secondo una di loro «Bocca di rosa era la Marilyn, una milanese». Ma lo stesso De André nel romanzo scritto a quattro mani con Alessandro Gennari, Un destino ridicolo (uscito nel 1996) parla dell’incontro con un’istriana bionda, Maritza, che amava gli uomini senza chiedere nulla in cambio. «Ci ho scritto sopra una canzone, ho pensato a una ragazza che arriva in un paesino e fa l’amore con tutti i maschi che le piacciono, mettendo in subbuglio la micro società benpensante».

SCHERZATE, MA NON SULL'ARMA. Una società rappresentata non solo da comari e vecchie “senza più voglie”, ma anche dai carabinieri, su pressione dei quali furono cambiati i versi originari di Bocca di rosa. Una delle versione recita infatti: «Spesso gli sbirri e i carabinieri/al proprio dovere vengono meno/ ma non quando sono in alta uniforme/ e l’accompagnarono al primo treno». Strofa poi addolcita con questa: «Il cuore tenero non è una dote/ di cui sian colmi i carabinieri/ ma quella volta a prendere il treno/ l’accompagnarono mal volentieri». Come dire, dunque, che si poteva in quegli anni pure scherzare sull’adulterio, ma era meglio lasciare in pace l’Arma.

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