LIALA
2 Aprile Apr 2017 1300 02 aprile 2017

Liala e l'immortalità del romanzo rosa

Eroi aviatori, fibbie di topazio, pellicce di ermellino. Difficile resistere al mondo della scrittrice che nei decenni dispensò evasione e sogni. E che oggi sarebbe una blogger da milioni di follower.

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La figlia Primavera raccontava che anche dopo la morte, nel giorno del compleanno di Liala, il 31 marzo, arrivavano alla villa La Cucciola a Varese fiori e biglietti di auguri. Segno di un’ammirazione duratura e tenace da parte di quel pubblico femminile che divorava le pagine dei suoi romanzi. Scrittrice feconda (oltre 80 i titoli pubblicati), Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi era nata nel 1897, giusto 120 anni fa. Il suo nome de plume – un dono di Gabriele D’Annunzio – evoca tazze di porcellana finissime che tintinnano tra le argenterie lucide all’ora del tè, fili di perle, abiti di seta, dita sottili nascoste dai guanti, sospiri, lettere d’amore trepidanti e quei chiari di luna che i futuristi detestavano ma che tanto successo riscuotevano tra le sue lettrici.

LA REGINA DEL ROMANZO ROSA AVIATORIO. Lei, regina del romanzo rosa-aviatorio i cui eroi erano ardimentosi piloti come il suo amante Vittorio Centurione Scotto (recordman di velocità per idrovolanti), superati i 90 anni concesse un’intervista ad Aldo Busi che ne rimase letteralmente folgorato e con il quale civettò amabilmente: «Oh, come somiglia al mio pilota!». E lui le dedicherà un libretto, L’amore è una budella gentile, uscito due anni dopo la morte della scrittrice. Siamo negli Anni 90: assai lontani dall’età d’oro delle pagine di Liala – la più letta negli Anni 50 e 60 – ma anche nei 70 del femminismo barricadero, che in Liala vedeva l’icona di una mentalità femminile subalterna, tanto che Camilla Cederna bollò la sua opera come «paraletteratura per manicure».

Vittorio Centurione Scotto e Liala.

Ma ci vorrà il 2011 per la rivincita dei «romanzetti per educande» con il convegno all’università di Milano dal titolo «Liala è ancora viva?». Probabilmente sì, come tutti i fenomeni artistici e letterari che hanno segnato il costume, anche se il suo fascino vintage è quello dei vecchi merletti, dei mercati d’antiquariato, dei nomi improbabili delle donne che ha raccontato. Nomi che Liala ricavava dal mondo dei cavalli per trasportarli in quello romantico delle sue eroine: Beba, Coralla, Pervinca, Elma, Fanfan. Sillabe utili per costruire un altrove dove le lettrici potevano perdersi, realizzando l’obiettivo ultimo del romanzo rosa. Perché i libri di Liala, come disse la sua cameriera, fanno dimenticare le mani screpolate dal sapone per i piatti. A modo suo, Liala “liberava” le donne così come cercò di liberarle Betty Friedan col suo libro-scandalo La mistica della femminilità (1963).

DISPENSATRICE DI EVASIONE. L’esordio con Signorsì, nel 1931, fu travolgente. Un milione di copie vendute. I complimenti di Arnoldo Mondadori che più tardi concepì a sua misura il settimanale Confidenze di Liala. Valanghe di lettere che ne fecero un mito, un personaggio, un punto di riferimento. Ma Liala si mosse sempre, anche nelle risposte alle italiane che chiedevano un consiglio, all’interno di una morale tradizionale, dove la famiglia non era messa in discussione. Anche se lei cercò in tutti i modi di farsi annullare dalla Sacra Rota il matrimonio con il marchese Pompeo Cambiasi. E dove la ricerca dell’anima gemella era la meta ultima della narrazione al femminile, l’evasione era necessaria perché le donne avevano già tanti guai e dovevano distrarsi. Dove il dialogo tra e con le donne oscillava tra i consigli di bon ton e i suggerimenti sulla scelta del profumo giusto per ogni occasione.

PRIMA PROTAGONISTA DELLE SUE AVVENTURE. L’ «instancabile romanzatrice» – come disse di lei e delle altre romanziere da feuilleton uno sprezzante Benedetto Croce – metteva nelle sue pagine il giusto dosaggio di elementi indispensabili al successo: c’è il tardo verismo, c’è D’Annunzio (anche se Liala disse che da lui aveva ereditato solo il consiglio di scrivere “imagine” con una m), c’è il primo Verga, c’è la vulgata romantica delle descrizioni paesaggistiche con cui l’eroina entra in comunione e c’è anche il superamento dell’intento pedagogico che aveva caratterizzato la scrittura per donne nell’800. E ci sono anche le tracce dell’ideale superomistico tanto in voga durante il fascismo. Ma soprattutto Liala seppe fare di se stessa un’eroina vivente, la principale protagonista delle avventure amorose narrate, e ciò fin dall’inizio della sua carriera con quella confessione di avere scritto il suo primo romanzo per non impazzire dopo la morte del marchese Scotto fino alla fine, con quel suo vezzo di mettersi il filo di perle anche quando doveva solo vedere un po’ di televisione.

Ora, sarà il caso di tornare all’interrogativo: Liala è ancora viva? Certo lo sarà finché sopravviverà la letteratura di consumo. Lei stessa non amava che la si catalogasse come autrice di romanzi rosa («nei miei libri c’è la vita, non il rosa») ma certo le sue pagine oggi non potrebbero competere con l’impetuoso vento culturale che tende a decostruire il genere femminile. Senza una natura femminile da vezzeggiare, da far sognare, sulla quale ricamare, senza più l’ideale della coppia perfetta che arriva a unirsi o a riunirsi dopo mille peripezie, senza più le favole tradizionali da cui espungere l’obbligatorietà del lieto fine o la catartica catastrofe, senza tutto questo non restano che le Storie della buonanotte per bambine ribelli (uno dei best seller del momento) con il loro prepotente e didascalico imperativo di autodeterminazione. Come potrebbe avere successo una Liala oggi quando l’obiettivo delle ragazzine è l’empowerment e non più il principe azzurro?

UN MONDO FATTO DI ERMELLINI E TOPAZI. Tuttavia da lei promana «il fascino addizionale di prendersi rigorosamente sul serio». La critica non ne è mai sazia, cercando di scovare il segreto del "fenomeno Liala” per liberarsi dal senso di colpa di averla frettolosamente relegata nel sottoscala della letteratura. Se Liala fosse una blogger avrebbe comunque, lo sappiamo, milioni e milioni di follower, per la capacità di entrare in sintonia con un format, di trasformarlo come fece col romanzo popolare, di fare tendenza. Il martellamento descrittivo di cui traboccano i suoi romanzi sarebbe oggi perfettamente in linea con il bisogno di distinzione e originalità che tanta parte del pubblico femminile persegue. Il centro del suo mondo fantastico – come scrisse la studiosa Mariolina Bertini – è tutto pervaso di fisicità: le pellicce di ermellino o di agnello persiano arancione con polsi e bavero di castoro nero, le fibbie di topazio intagliate a scarabeo, gli abiti rosa orlati di visone, i mobili in pergamena cosparsi di pietre dure, le faraoniche stanze da bagno in rosso pompeiano e oro, gli armadi d’ebano intarsiati con cavallucci marini di corallo rosa, i copriletto laminati d’oro, i tavolinetti di giada rosa, le scatole di lacca rossa a forma di drago…

TRA KINSELLA E IL BOVARISMO. Non si può resistere a questo caleidoscopio: è necessario come cambiare aria dopo ore passate sui gender studies. Liala sta un po’ sopra la chick-lit (la “letteratura per pollastrelle” il cui modello è Sophie Kinsella) e un po’ sotto la letteratura alta del “bovarismo”. Solo lei poteva riuscirci. Per questo, se non la si legge più, la si studia ancora. In attesa che torni di moda, magari quando le donne non avvertiranno più la frivolezza come un peccato inemendabile.

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