Balzac
LA MODA CHE CAMBIA 2 Aprile Apr 2017 0900 02 aprile 2017

Uomini che capiscono le donne

Balzac al Piccolo di Milano, sullo sfondo della tivù del pomeriggio e di una rasatura a zero.

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Ritenere che solo le donne sappiano parlare di se stesse con cognizione di causa e che il maschilismo (un tempo il sessismo si definiva così, ma abbiamo fatto passi avanti e siamo bipartisan) alligni in ogni sito e in ogni programma del pomeriggio è una di quelle sciocchezze paragonabili all’assioma del presidente olandese dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem per il quale i paesi del sud Europa sperperano in donne e vino i denari faticosamente guadagnati dagli uomini del nord cresciuti a pane di segala e versetti dell’Antico Testamento; la realtà è sempre pronta a smentirti insieme alle ragazze in vetrina nel Rossebuurt di Amsterdam.

UN ADATTAMENTO BRILLANTE. Ne ho avuta l’ennesima prova qualche sera fa, andando a vedere Louise e Renée al Piccolo di Milano, riduzione teatrale delle Memorie di due giovani spose, l’unico romanzo epistolare dell’immensa produzione di Balzac, brillantemente adattato da Stefano Massini e diretto con misurata complicità da Sonia Bergamasco. Si parla di donne con una crudezza e una profondità di cui una donna non sarebbe mai capace: per compassione, per ritegno, per omertà e per quella particolare forma di ipocrisia pregiudiziale, molto dibattuta in queste ultime settimane in ambiti televisivi e parlamentari, per le quali una signora che si lasci tentare dalla solita battuta di spirito sulla sciatteria maschile scatena l’applauso, mentre un uomo che esplora il luogocomunismo sul sesso opposto è un sessista senza se e senza ma.

SCRITTURA ACCORATA E MAI COMPIACENTE. Oltre alle tempeste attorno ai pigiamoni e alla tenuta dei muscoli pelvici post partum, i classici temi da bar della palestra che, malamente compresi e peggio maneggiati, hanno provocato la chiusura ex abrupto del programma pomeridiano di Paola Perego su Raiuno, c’è un’infinita prosa, una meravigliosa scrittura maschile che racconta e che canta le donne, accorata e mai compiacente, mai egoriferita, mai banalmente compassionevole o stucchevole; una prosa che supera i secoli, i rimaneggiamenti e gli adattamenti e dove non esiste, a meno di non volervela trovare per forza, «una visione maschile del corpo delle donne da estirpare», come scriveva anni fa una certa corrente femminista americana incarnata da Elaine Showalter e Shoshana Felman.

Esiste un femminismo che è spinta insopprimibile alla vita e che trascende epoche, culture e codici civili. E porta spesso barba e baffi, infischiandosene di critiche e distinguo

Questa prosa basta andarla a cercare, senza adagiarsi sul divano in pigiamone a rattrappirsi le dita nei tweet indignati e senza pretendere di trovarla in un programma che va, o che per meglio dire andava, a caccia di audience a basso budget e senza poter fare cronaca o politica, dovendo dunque fare costume ma senza la professionalità e la cultura per farlo, formula perfetta per chiamare il disastro che s’è infatti prodotto. Esiste un femminismo che è spinta insopprimibile alla vita e che trascende epoche, culture e codici civili, figurarsi una diatriba fra minigonne e tute di felpa attorno a quatto perdigiorno seduti a cianciare in un salotto televisivo. E questo femminismo porta spesso barba e baffi, infischiandosene di critiche e distinguo.

L'ATTENZIONE DI BALZAC ALL'UNIVERSO FEMMINILE. L’attenzione che Balzac, uomo “à femmes” svezzato sessualmente da quella che oggi definiremmo una milf, madame de Berny, riservava all’universo femminile era così acuta e sensibile che Sainte Beuve la definiva, ingiustamente, complice: Balzac era un “blanditore delle sventure femminili” sulle quali lui, che molti anni dopo sarebbe stato infilzato da Proust per una ragione quasi opposta e cioè la separazione fra la letteratura e l’io dello scrittore, non si sarebbe mai chinato. Sonia Begamasco, raggiunta a Roma dov’è appena tornata dopo un mese di prove, fra gli scrittori attuali più sensibili al mondo femminile cita l’amico Emanuele Trevi, ma anche l’opera a cui sta lavorando per il Franco Parenti e che l’ha portata ad approcciare Jakob Bachofen e le teorie sul matriarcato: L’uomo seme, storia di un uomo diviso fra il ventre delle donne rimaste sole dopo la dura repressione di Napoleone III in un villaggio dell’alta Provenza (è sempre il sud, a dare alla Francia le storie migliori e anche la lingua più musicale), che andrà in scena l’anno prossimo.

UN NUOVO SENSO A QUELLE PAROLE. Il breve memoir di Violette Ailhaud, uscito per la prima volta in Italia un paio di anni fa, lega infatti a una storia vera, contemporanea all’uscita dei romanzi di Flaubert e alle torbide suggestioni di Baudelaire sul femminile, gli interrogativi attuali sull’impianto della famiglia patriarcale e sulla discendenza filiale per linea paterna. Ed è per questo che le parole scritte da Balzac 175 anni fa sulla pulsione femminile verso il tutto, la pienezza della realtà e la seduzione dell’ideale, acquistano un senso nuovo oggi, in una società occidentale che, mentre sconta ancora i rigurgiti storici della lotta per l’emancipazione, vede spalancarsi l’abisso medievale della società islamica radicalizzata.

Il momento in cui Balzac scrive le Memorie è un momento chiave nella definizione dell’Europa moderna, fondamentale nella costruzione non solo dell’identità femminile

Il momento in cui Balzac scrive le Memorie è un momento chiave nella definizione dell’Europa moderna, fondamentale nella costruzione non solo dell’identità femminile, ma dell’essere umano come oggi noi, nel mondo occidentale, lo concepiamo. «Ricordiamoci che uno dei punti di partenza, che in quel momento era in via di sedimentazione e di lenta digestione perché è stato un percorso molto lungo, è stato il postulato di Kant per il quale l’essere umano non doveva essere il mezzo, ma il fine», osserva Massini, che in questi ultimi 10 anni ha portato nei teatri mondiali il memorandum su Anna Politkovskajia, Donna non rieducabile, e ad ascoltarlo ti viene in mente che cosa sia stato l’Illuminismo per l’Europa, e quanto la sua mancanza abbia invece prodotto pochi giorni fa la rasatura a zero di un’adolescente del Bangladesh, residente a Bologna, ora affidata ai servizi sociali.

CI PARE DI ASCOLTARE NOI STESSE. «Dal punto di vista femminile, dire che la donna non era il mezzo per la procreazione cambia completamente la visione del mondo e costituisce uno dei pilastri di un’etica condivisa, andando di pari passo con quel sovvertimento completo di valori che aveva concluso il secolo precedente con la Rivoluzione Francese». Attorno a queste due giovani, che diventano donne riuscendo comunque a imporsi entro gli schemi rigidissimi che la società impone loro, «c’è una giungla» di valori contrastanti, regolati dal denaro. Il lungo secolo borghese, lo «stupido XIX secolo» come lo definiva Léon Daudet, che terminerà con la Prima Guerra Mondiale, nel 1842 è al suo apogeo. Non è ancora finito; ed è per questo che, ascoltando Renée e Louise, ci pare ancora di ascoltare noi stesse.

L'INCARNAZIONE DEL DOPPIO FEMMINILE. «C’è un momento in cui senti con chiarezza che, volendo, ti puoi salvare», scrive Renée, destinata a un matrimonio di interesse in Provenza, a Louise, l’ex compagna di collegio rientrata a dispetto dei genitori a Parigi, nel palazzo dove è nata e che, come madame Bovary e come Anna Karenina pochi anni dopo e ancora per la penna di un uomo, pagherà la propria indipendenza a caro prezzo. «Oppure no», ribatte l’amica. «Oppure accetti». Ecco, in questo dualismo, in questa capacità delle donne di ribaltare le condizioni di partenza, anche con la manipolazione quand’è necessario, risiede la grandezza di questo testo, di cui il “doppio femminile” incarnato dalle due protagoniste, è in realtà espressione di un unicum, di una rappresentazione del genere femminile nella sua complessità e nella sua eterna ansia di conciliazione fra l’ideale e il reale, fra la difficoltà di vivere realizzandosi pienamente e lo spettro della solitudine.

Temi cari al post romanticismo come a questi nostri giorni issati sui tacchi di professioni ottenute e difese con rabbia e di pigiamoni in cui ci rifugiamo smarrite ma che proprio per questo non vogliamo sentire nominare. Nel programma che accompagna lo spettacolo, Dacia Maraini osserva giustamente come, sotto il contesto storico in cui Louise e Renée debbano essere inquadrate, si snodino ancora le “radici antropologiche” di un’emancipazione femminile che vogliamo credere compiuta da della quale intuiamo la fragilità e i pericoli, quando non ne viviamo gli effetti sulla nostra pelle sotto forma di violenze, intimidazioni, accettazione passivo-reattiva di trattamenti economici impari rispetto a quelli riservati agli uomini. Sono le stesse ragioni che ci fanno imbestialire per quattro battute idiote sulle “donne dell’est”.

UN TERRENO SCIVOLOSO. È la reazione alla smania di difendere un territorio che sentiamo ancora troppo scivoloso, soffice e fragile per poterne aprire i cancelli. Siamo pronte a scannarci sul dualismo tacco-contro-ciabatta, come Louise quando chiede rassegnata all’amante che la tradisce «ti annoio?», ma non a combattere perché il terreno dello scontro si sposti sulla competizione professionale, sulla preparazione (a questo proposito, l’8 marzo è girato sul web un video in cui un gruppo di ragazzine vestite da principesse spiegava, senza giri di parole, perché fosse più offensivo che una ragazza crescesse nella convinzione di dover possedere un bel culo invece di una bella testa. Ve lo consiglio: si intitola What’s more offensive than girls saying fuck, e credo che abbia registrato qualche milione di visualizzazioni).

NOI, CIABATTONE DELL'OVEST. Detto questo, intrigata dal bailamme scatenato attorno al programma pomeridiano della Perego, che non avevo mai visto e che a questo punto non vedrò mai, sono andata a curiosare sul sito oltreuomo.com, dal quale era stata tratta (senza specificarlo abbastanza per le ragioni di improvvisazione professionale sopra descritte) la famigerata lista delle motivazioni per le quali le donne dell’est europeo sarebbero compagne ideali e preferibili a noi femmine ciabattone dell’ovest. Mi sono divertita un mondo. Capisco perfettamente le ragioni per le quali una goliardata a sfondo sessuale non debba essere proposta il sabato al pubblico del pomeriggio di Raiuno, e per questo datemi pure dell’intéllo-snob.

Il sessismo è un’arma a doppio taglio, e per questo bisognerebbe starne lontani, come da tutti gli aggettivi di origine incerta e di facile adattabilità

Ma dopo aver compulsato avidamente un decalogo bislacco dopo l’altro su quel sito, sono stata lì lì per condividere con i miei contatti sui social un’arguta e purtroppo anonima disamina sulle motivazioni che spingerebbero un uomo intelligente a cadere vittima delle donne struccate e sciatte nel vestire, e dunque capisco anche per quale motivo oltreuomo.com abbia una media di 300 mila visualizzazioni ad articolo, cioè circa dieci volte, talvolta anche venti e trenta, quelle ottenute da qualunque quotidiano nazionale per i propri articoli di costume. È scritto meglio e con maggior ricchezza lessicale; riesce a far cortocircuitare De Sade, Gramsci e cronaca spicciola, e presuppone una serenità di spirito inusuale fra i twittaroli e le vestali del femminismo offeso a prescindere.

SAPPIAMO RIDERE DI NOI STESSI? Ridere di se stessi è un esercizio che riesce difficile a tutti e particolarmente agli italiani in questi anni e infatti, sapendo di rischiare le tanfate del pollaio mediatico ad ogni riga, “l’oltreuomo” inserisce un dispositivo di sicurezza nella chiosa di tutti i post: «Non usare questo articolo fuori dal contesto di questo blog, i nostri lettori sono allenati a comprendere un linguaggio che altrove potrebbe venire frainteso». Il sessismo è un’arma a doppio taglio, e per questo bisognerebbe starne lontani, come da tutti gli aggettivi di origine incerta e di facile adattabilità. Quel che genericamente definisce e tutto comprende è infatti molto pericoloso. Non a caso, definiamo “sessista” il nostro interlocutore quando nel nostro cuore vorremmo dargli del maiale ignorante ma non possiamo perché il politicamente corretto ce lo impedisce e tutti infatti sono bravissimi, onestissimi, correttissimi, coltissimi anche quando scrivono “caravaggieschi” con la "I" come il grande fotografo molto radical chic che attira e coccola sciami di sciure milanesi alle sue mostre, ma che se gli fai osservare lo sfondone ti risponde piccato se non hai di meglio da fare, che significa naturalmente quella cosa lì. E poi ditemi se non è eticamente più accettabile quel baraccone dell’oltreuomo.com.

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