Salce2
8 Aprile Apr 2017 1000 08 aprile 2017

Emanuele Salce, la strana storia di un doppio figlio d’arte

I suoi genitori sono Luciano e Diletta D’Andrea, ma è cresciuto in casa di Vittorio Gassman. Due “padri” prestigiosi ma ingombranti che ne hanno condizionato vita e carriera.

  • Marco Dipaola
  • ...

Essere un figlio d’arte è al tempo stesso un privilegio e una responsabilità. Al prestigio del cognome si associa, infatti, la pesantezza inevitabile del confronto, una sorta di pregiudizio genetico da contrastare ogni giorno, seppur in un percorso inevitabilmente agevolato. Se poi i padri sono due, il privilegio rischia di essere davvero gravoso, specie se nessuno dei due ha nell’esercizio della paternità il suo miglior talento.

UN DOPPIO FIGLIO D'ARTE. È il caso di Emanuele Salce, attore, regista e ospite di Enrico Cisnetto a Roma InConTra. Emanuele ha seguito le orme del padre Luciano, indimenticato protagonista del cinema (regista, tra l’altro, dei primi due Fantozzi) e della tivù (Studio Uno), e della madre Diletta D’Andrea, anch’essa attrice. Sin qui un quadretto artistico-familiare che ritroviamo in altre celebri famiglie, come le tre generazioni dei De Sica (Vittorio-Christian-Brando) o le due dei Tognazzi (Ugo-Ricky-Gianmarco-Maria Sole). Ma nella storia di Emanuele Salce c’è un tassello in più, che lo rende unico nel suo essere un “doppio figlio d’arte”. La madre, infatti, dopo la relazione (senza matrimonio) con Salce, divenne la quarta (e ultima) moglie di un altro mostro sacro del nostro cinema, Vittorio Gassman. Emanuele è quindi cresciuto, sin dall’età di due anni, in casa del Mattatore, che diventò per lui un secondo padre, per quanto non meno distratto di quello di sangue.

L'OMBRA DEL CONFRONTO. «Crescere con un padre famoso deve essere già difficile, ma con due?», ha chiesto provocatoriamente Cisnetto. «È un corso di sopravvivenza», ha ammesso Salce, «nei primi 20 anni ho avuto una certa difficoltà a trovare una mia identità che non fosse la prosecuzione di quei due, ma alla fine ci sono riuscito». In effetti in Emanuele si evince nitidamente la serenità di chi ha ammesso sin dal principio che i geni artistici non vengono ereditati, capendo quanto sia raro per i figli d’arte rivelarsi all’altezza dei padri. Un modo elegante per fuggire al confronto, si potrebbe obiettare; oppure una premessa doverosa per rivendicare con orgoglio quel piccolo spazio di arte che è riuscito a ritagliarsi in una carriera fuori dal coro. Uno spazio che si identifica da 7 anni ormai con Mumble mumble, ovvero confessioni di un orfano d’arte, uno spettacolo teatrale intimo e dissacrante, in cui Salce racconta il suo umano errare, attraverso la cronaca di due funerali e mezzo, quelli dei suoi due padri famosi e, in conto anticipo, il suo.

Emanuele Salce.

Emanuele Salce, a vederlo e ascoltarlo bene, è con evidenza una crasi dei suoi due padri, associando alla somiglianza fisica con Luciano, specie in quel mento morbido e pronunciato alla Marlon Brando de Il Padrino, una voce possente dal timbro inconfondibilmente gassmaniano. «Sono portatore sano di un handicap», ha ammesso pizzicato sul punto, «sono nato e cresciuto in una casa in cui la voce di riferimento era quella di Gassman, che si rivolgeva a me nelle frasi di tutti i giorni con lo stesso tono che usava sul palcoscenico».

UNA VOCE EREDITATA. A lungo andare, anche Emanuele ha carpito quell’intonazione profonda e quasi severa, come il giudizio che Gassman dava dei bambini presenti in casa, colpevoli di non essere portatori di conversazioni interessanti, e per questo invitati a giocare in giardino con i cani. Un esempio come tanti, da cui si intuisce come il ricordo dell’infanzia di Emanuele sia legato a figure terze (la nonna materna, il maggiordomo, le bambinaie) e non ai suoi due padri, famosi assenti: «Tante volte ho invidiato i miei compagni di scuola», ha confessato, «loro avevano dei padri giovani con cui giocare a pallone, io no».

L'ISTRIONICO E IL SARCASTICO. Vittorio e Luciano, quindi, prima amici e poi divisi da una donna in comune. «Due uomini che hanno combattuto di fioretto senza mai impugnarlo», li ha definiti Emanuele, due grandi artisti, profondamente diversi tra loro: Gassman, il Mattatore per eccellenza, istrionico e virile fino all’arroganza; Salce, poliedrico e sarcastico, spesso snobbato da una certa critica perché colpevole di essersi prestato alla semplicità della commedia. La carriera di Salce, inoltre, è stata accompagnata dalla pesante etichetta di fascista: «Un falso storico», ha replicato Emanuele, «finalmente ho tutti i documenti che dimostrano come mio padre non sia mai stato fascista. Sto agendo anche attraverso azioni legali per ristabilire la verità».

TRA AUTOIRONIA E AUTOLESIONISMO. Due padri prestigiosi ma ingombranti, insomma, con cui Emanuele Salce ha convissuto maturando nel tempo una serena consapevolezza: «Sono un Salce parlante con la voce di Gassman», ha ribadito, «affetto da autoironia e soprattutto da autolesionismo». Proprio una strana storia di un doppio “figlio di”. Ma chapeau.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati