Morgan Maria
13 Aprile Apr 2017 1321 13 aprile 2017

Così Morgan ha fatto saltare il teatrino di Amici

L'ex Bluvertigo, più famoso per le sue intemperanze che per la musica, rischia di far crollare il castello di carte costruito attorno a Maria De Filippi. Adorata da tutti, ma complice della deriva di un Paese depensante.

  • ...

Capiamoci subito: Morgan è e resta quello che è, vale a dire – per diretta ammissione – uno in perenne dérapage che ha bisogno di lavorare per pagarsi gli svaghi pericolosi tra i quali un non indifferente arretrato col Fisco. È l'artista di rara sensibilità - su questo convergono tutti i suoi colleghi, e qualcosa vorrà dire - che spreca il suo talento, una specie di Gascoigne del pentagramma. È quello del quale tutti dicono «è bravo», ma senza saper spiegare perché. In molti dicono: «Beh, però, gli inizi dei Bluvertigo...». Gli inizi dei Bluvertigo erano come la fine, solo che un quarto di secolo fa la new wave struccazzata pareva una novità, almeno nell'Italietta musicalmente giolittiana, e robettine vigorosamente derivative come Acidi e Basi o Metallo non Metallo parevano chissà che (non sarebbero sopravvissute allo zeitgeist).

PRIGIONIERO DELLA SUA MACCHIETTA. Concediamo questo, che l'ex giovane (quasi) favoloso aveva lasciato intravedere un certo potenziale, poi implacabilmente bruciato. Ma se uno esalta Marco Castoldi, in arte Morgan, basta chiedergli di nominare un suo pezzo memorabile e si percepiranno solo vibrazioni di silenzio. Morgan è una controfigura un po' tenera, un po' patetica di una rockstar, uno che non sa mettere la testa a posto, che tutto sommato pare appagato del maledettismo in apnea che trascina e ha costruito il suo piccolo mito da maxischermo oscillando fra citazioni musicali più o meno colte, eccessi chimici («Ah, hai visto, va sempre a bere, eh, per forza...») e quel non so che di autorevolezza che uno si dà da solo, ma alla quale finiscono per credere in tanti. Una cosa gli riesce bene, a questo punto: le escandescenze che portano audience. Solo, non chiedete per lui un programma ad hoc, non suicidatelo professionalmente.

Possiamo limitarci a rilevare che Maria ha imposto un depensamento che non è esattamente quello teorizzato da Carmelo Bene

Però Morgan è anche quello che, dopo anni a razzolar soldi nelle pantomime dei talent, sbatte la porta e, andandosene, rischia di far venir giù il castello. Che forse è un castello di carte. Lo dimora Maria detta la Sanguinaria, Bloody Mary ma anche semplicemente “Maria”, in un bisbiglio rarefatto, come per quegli alti prelati che, a nominarli, fa più paura che a citare direttamente il Padreterno. Maria, che quando la voce fuori campo la annuncia si ha la stordente sensazione di esser capitati in una di quelle sette religiose in mezzo al nulla della provincia americana dove, non sai bene perché, ti senti sempre a disagio, specie con quelli che ti sorridono con la luce dell'amore negli occhi.

LA TIVÙ DI MARIA? UN REGNO DI SCHIUMA. Maria de Filippi, sposata Costanzo, è anche lei figlia di una profezia che si autoadempie (con un piccolo aiuto dagli amici cortigiani dei media): «M-a-r-i-a, come la sa fare lei, la televisione...». E giù sospiri tremuli come fiammelle ceree nel vespro di una cappella. Già, ma quale televisione? Una televisione davvero sotto gli occhi di tutti, sulla quale sarebbe facile infierire; possiamo limitarci a rilevare che negli anni ha imposto un depensamento che non è esattamente quello teorizzato da Carmelo Bene, sul quale si conformano le fasce più sprovvedute della popolazione giovanile; una tivù dove l'esprit lascia il posto alla bassa frequenza de l'escalier: «No! Buoni... Adesso basta... Questo non te lo permetto», e giù uno sturm und drang da sturmtruppen, fra Tina Cipollari e campagne sociali strumentali, dalla legalità ai bambini down fino ai gay (questione di contesto: stride parecchio, tanta pulsione all'impegno nel quadro di una televisione che tutto riduce a farsa)? È questo, il regno di schiuma di una regina?

Carlo Conti, Virginia Raffaele e Maria De Filippi sul palco dell'Ariston.

Ansa

Morgan è Morgan e Maria è Maria. Sì, certo, «io son chi sono e soltanto chi sono, e questo è tutto quello che sono»: ce lo spiegava già Popeye, l'eccelso, di Elzie Crisler Segar, degli Anni 20 del secolo scorso, e neanche sapeva di citare a suo modo Aristotele: se sono io, non posso essere un altro. Vale per Morgan, per Maria, per il senatore Razzi, per la vicina del piano di sotto che ci appesta con la puzza di fritto, e vale naturalmente per ciascuno di noi.

LE DUE MARIE, DIETRO E FUORI DALLE QUINTE. Fermato questo come un punto fermo nella tormentata storia del pensiero politico occidentale, noi Maria l'abbiamo constatata a lungo in occasione del Festival ultimo scorso. Ci è parsa una persona di mediocre presenza, non l'abbiamo mai sentita azzardare un commento, un ragionamento, qualcosa che andasse oltre il borbottio vernacolare, un po' da ringhiera: boh, bah, Carlooo... Forse fingeva, sicuramente fingeva, i veri potenti indossano sempre il basso profilo, si capiva che Maria (sospiro rispettoso della sala stampa a ogni epifania) era più disinvolta dietro le quinte che davanti, che la ribalta per lei è solo un effetto, che le vere partite si giocano dietro, prima. Lei stessa, del resto, lo ha ammesso in uno sprazzo di autocoscienza: io qui a Sanremo sono a disagio, i miei programmi sono figli del cucito e della colla, vado di registrata, di assemblaggio.

COSÌ MORGAN HA FATTO SALTARE IL GIOCO. Chapeau. Con buona pace di chi la ringraziava «a nome di tutte le donne» e la proponeva come presidenta del Consiglio (abbiamo sentito anche questo, ed erano donne, ed erano, almeno sulla carta, giornaliste). Poi, però, capita la pecora matta che si alza e urla che Maria è nuda. E allora si scoprono, se non le tombe, comunque gli altarini dei compromessi, le tirannie del copione, dei chi deve vincere e chi deve andarsene, perlomeno a detta di Morgan. Che, da parte sua, sarà pure stato un “insegnante” poco professionale, molto latitante, spocchioso e come minimo sconclusionato, ciò di cui lo accusano gli “allievi” (quanto spontanei?). Però non è stato smentito nel suo j'accuse, un j'accuse su questioni che conosce benissimo perché vi ha prosperato per anni e annorum. Hanno provato a difendere Maria, ma più che altro se stessi, i colleghi di talent Elisa e Boosta con due piccate letterine pubbliche, autoreferenziali, di non eccelso gusto e di non saldissima sintassi, in qualche passo davvero da errore blu – senza accento, per carità. La verità anche nelle faccende televisive è uno stato d'animo, una opinione, non esistono (stra)fatti ma solo interpretazioni. Però che spettacolo curioso, vedere il possente maniero di Maria tremare dopo che ne è uscito non un diamante, ma almeno un mattone pazzo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso