Youtubers
14 Aprile Apr 2017 1413 14 aprile 2017

Gli youtuber, fenomeni di un'insostenibile inconsistenza

Mettono in Rete filmati di cucina, videogiochi, vita quotidiana. Banalità del nulla tra narcisismo e volgarità. Storia dei raccatta-contatti capaci di fare soldi a palate. Eroi vuoti che da zero vanno a comandare.

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La convention degli youtuber fatta vedere dal telegiornale della Rai è qualcosa di allucinante. Migliaia di ragazzini senza faccia che osannano altri come loro ma famosi per motivi che non hanno una ragione. Gli youtuber, spiegano le cronace, sono “le nuove rockstar”, “i famosi della società liquida”. E per far che? Per mettere sul canale YouTube filmini senza senso in cui fanno cose senza senso. Ma basta e avanza.

UNA MALATTIA CHE SI PROPAGA. Sentite come la spiegano i principali protagonisti: «Mi riconoscono per strada e anche all'università, ogni mattina a migliaia vengono a vedere se ho messo qualcosa di nuovo e appena lo metto diventa virale». Una malattia che si propaga, che contagia tutti. L'epidemia non più roba da untori, maledizione divina che si sconta al lazzaretto, ma segno quasi protestante della predestinazione del dio perché fa soldi per fare soldi, produce ricchezza anche se una ricchezza impalpabile, senza presupposti.

PRODUZIONE DI MINUS VALORE. Saltati completamente i fondamenti dell'economia e in particolare la teoria marxista del plusvalore: qui c'è un minus valore, qualcosa che vale meno di niente, ragazzotti e signorine che realizzano il trionfo della vanità e diventano virali e la cosa scatena tornadi di pubblicità: in Italia chi riesce a imporsi può guadagnare centinaia di migliaia di euro, in qualche caso milioni, in America girano cifre folli che ricordano la ricchezza virtuale della finanza truffaldina.

Il canale dello svedese PewDiePie, uno degli youtuber più famosi.

YouTube, come gli altri colossi del web, ha una capitalizzazione in Borsa che è assurda, più della Ford, di Walmart, delle multinazionali delle cose concrete o del Pil di un piccolo Stato, a fronte di pochissimi impiegati, spese quasi solo per i server oppure per la vanità nella vanità, le sedi prestigiose dalle quali alimentare il mito. Ma sotto c'è una struttura debolissima che conta sul lavoro dei fruitori: è chi rimpingua il social network a farlo arricchire, e hanno perfino il coraggio di assicurare che «è gratis e lo sarà per sempre».

OGNI TANTO MEZZA TETTINA. Gratis, certo, come lo è un lavoro non retribuito. Ma si possono fare i bei soldi pescando nel prato basso degli istinti e delle menzogne. Gli argomenti trattati da questi youtuber sarebbero principalmente: cucina, videogiochi, vita quotidiana, quanto a dire la banalità del nulla. Ogni tanto una tira fuori una mezza tettina, sbatte le ciglia e può diventare per un periodo “fidanzata” di un rapper di Maria e allora svolta, diventa virale.

TRAMPOLINO VERSO LA TIVÙ. Le chiamano “le star del web”, “i big di YouTube” ma la Rete con tutto quel che contiene è solo un primo passo, un trampolino: il traguardo finale restano sempre i media classici che li assorbono in fama di pseudo cantanti o finte modelle. Uno come Michele Bravi, che, visto a Sanremo, rappresenta la negazione dell'artista, dopo aver fallito una prima volta è ripartito da qui.

Fabio Rovazzi.

Non è un caso che la solita Mediaset abbia appena investito una ventina di milioni nell'acquisto del 5,5% di Studio 71, network multichannel tedesco volto a scovare e valorizzare simili ectoplasmi, la qual cosa si spiega col noto fiuto per gli affari di Berlusconi: massimo ricavo col minimo sforzo, prendere dei nessuno che si agitano su YouTube costa niente e rende guadagni abissali. Operazione che in altri Paesi europei è già in atto e che ha molto poco del liberalismo classico e moltissimo del post capitalismo liberista, volatile, bravo a massimizzare i profitti abbattendo gli investimenti cioè producendo il nulla. Ma è significativo che il video del futuro rifluisca in quello del passato, che dalla Rete si parta per approdare alla solita televisione che, conquistata, conquista i suoi conquistatori.

È IL TRIONFO DEL VISUAL. «Ci riconoscono», dicono i successori, «non possono fare a meno di noi». Pare il solito cerchio del fanatismo giovanile, ma è qualcosa di peggio: il definitivo trionfo della comunicazione visuale su quella verbale, l'homo videns postulato 20 anni fa da Giovanni Sartori. Ma l'homo videns, nella interpretazione del grande politologo appena scomparso, è fondamentalmente stupido perché non sa astrarre, la sua intelligenza non è analitica ma solo visiva, può capire che un tavolo è un tavolo, ma non ha riferimenti per intendere una sensazione o un concetto teorico come la democrazia; la sostituisce con uno che vota, che urla, o che si posta in Rete.

FAMOSI E SGRAMMATICATI. Non può essere un caso che sul format visivo stiano convergendo tutti i social network, Facebook come Snapchat come WhatsApp come Instagram: girati il tuo filmino e condividilo senza più bisogno di esprimere altro. Del resto le parole sono abbondantemente appassite, fiori morti, la resa progressiva allo scrivere sconnesso pare definitiva, qualcosa che si dà per acquisito. I concorsi per essere ammessi negli atenei regolarmente registrano sconcertanti sfondoni sintattici e grammaticali: esistono laureati che scrivono “quà” con l'accento, che mettono l'apostrofo in “qual è”, e se glielo fai notare ti rispondono: rosicone, provocatore. Invece gli youtuber diventano famosi senza passare dal via dell'abbecedario.

  • Uno degli sketch di Frank Matano.

E in questa attitudine adolescenziale all'idolatria pare emergere qualcosa che va oltre la normale l'acerbità della corteccia cerebrale; nell'economia gassosa, nel mondo gassoso, più che liquido, degli youtuber c'è qualcosa di nuovo e di sconcertante: chi era affascinato dai ragazzini del pop degli Anni 60 poteva mettersi in testa di provarci, di emularli e in molti casi da quel contagio benefico è venuto fuori il grande rock a cavallo tra i 60 e i 70. Con gli eroi del clippino non c'è niente da emulare, basta scendere allo stesso livello, forzare i limiti del narcisismo e della volgarità.

SPECIALITÀ: FARE SCORREGGE. Uno degli eroi più virali è questo Frank Matano specializzato nel “fare scorregge addosso alla gente”, per la strada. Sospinto da 13 milioni di guardoni probabili aerofagici, è finito dritto in televisione, a giudicare altri in un talent e pure a Le Iene. Non c'è niente da imparare, niente da inventare se non l'antica arte dell'imbonitore, oggi in versione più rozza, più pedestre. Basta un telefonino e un'idea miserabile o sordida e puoi sognare anche tu di essere quell'uno su un milione che ce la fa. Ed è davvero il colmo che i notiziari vengano a spiegarci che «a emergere sono ragazzi dotati di carisma e di personalità»: se c'è una cosa che manca in questo castello di carte, in questo schema Ponzi dell'apparenza, è il carisma: trionfa la inconsistenza globale, a ogni livello.

PUBBLICITÀ CHE NON VALORIZZA. Cambia anche il rapporto della pubblicità col prodotto, il senso stesso della pubblicità. Perché il prodotto non c'è e se ne mortifica l'arte di venderlo, che nei primi Anni 60 aveva raggiunto livelli raffinatissimi con il leggendario Carosello e poi con le mitiche trovate (per esempio) della Vespa – le sardomobili, chi Vespa mangia le mele, l'Italia s'è Vespa. Qui che fai, pubblicizzi il video di uno che si sfinisce ai videogiochi o truccandosi o facendo impiastri ai fornelli o scaricando flatulenze su chi incontra? Ne deriva una pubblicità che pubblicizza se stessa o meglio il nulla, una pubblicità finalizzata non a valorizzare, ma a sostituire qualsiasi entità, qualunque prodotto. E funziona. Contenuti inconsistenti, stupidi, violenti, tutto raccatta contatti, tutto accende attenzione che si tramuta in soldi. E questi eroi del nulla vanno a comandare, per dirla con uno del ramo.

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