16 Aprile Apr 2017 1500 16 aprile 2017

Arte, il mistero dei quadri famosi tra esoterismo e simboli nascosti

Il fantasma nel Ritratto dei coniugi Arnolfini. Maria Maddalena nell'Ultima cena. E il suo presunto sepolcro ne I pastori d’Arcadia. Belzebù, demoni, morte: gli inquietanti significati dietro i dipinti storici.

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Al di là e oltre la loro bellezza, e ancora al di sopra del godimento estetico che procurano, le opere d’arte sono fonti storiche per ricostruire la mentalità di un’epoca, messaggi culturali, codici simbolici, capolavori dove l’artista lascia la sua impronta indelebile. Vi sono dipinti che sono anche enigmi, come se il pittore si fosse preso gioco dei posteri sfidando gli studiosi a svelare il vero significato della loro opera. Oppure questi quadri sono “diventati” enigmi per noi che li contempliamo oggi mentre all’epoca in cui furono realizzati il loro contenuto esoterico era aperto e chiaro per il pubblico.

ALLA RICERCA DI RISPOSTE. Non c’è da stupirsi, dunque, se ancora oggi sui quadri più famosi e complessi della storia dell’arte si continuano a scrivere libri, frutto di ricerche accurate che vanno a sovrapporsi ad altri studi, ad altre interpretazioni che ancora non sono riuscite a dare risposte definitive. Uno di questi quadri è il Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434), una delle opere più note del pittore fiammingo Jan Van Eyck, esposto alla National Gallery di Londra.

UNA SCENA PIENA DI SEGRETI. Uno storico del calibro di Johan Huizinga nel suo L’autunno del medioevo ne aveva già sottolineato l’importanza: «Qui l’arte del secolo XV ci appare nella sua forma più rara». Ora lo scrittore Jean-Philippe Postel gli ha dedicato un libro, Il mistero Arnolfini (Skira edizioni), che analizza il quadro elemento dopo elemento, quasi seguendo la logica di un detective che mettendo insieme tutti i dettagli disponibili può alla fine rivelare il segreto racchiuso nella scena.

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434).

Un uomo e una donna in una sfarzosa camera da letto che si danno la mano, circondati da mobili di lusso, con alle spalle uno specchio convesso e in primo piano un cagnolino, che però stranamente non si riflette nello specchio. Chi sono? Davvero si tratta del mercante di Lucca Giovanni Arnolfini e di sua moglie? Forse. Ma la prima descrizione del dipinto è Ernoul-le-Fin con la moglie, e Ernoul o Arnoldo era il soprannome assegnato ai mariti traditi.

VIENE PRESTATO GIURAMENTO? E perché la sua proprietaria, Margherita d’Austria, aveva fatto costruire due sportelli per celare alla vista il dipinto? E la giovane del ritratto è incinta come sembrerebbe dal sontuoso vestito color verde che indossa (il verde era il colore della vita e della rinascita)? L’uomo tiene la mano destra alzata. Sta prestando giuramento? Parrebbe di sì visto che un tempo sulla cornice del quadro c’era la seguente iscrizione che riportava due versi di Ovidio: «Fa’ in modo di promettere, che c’è di male se uno promette? Di promesse chiunque può abbondare».

Non erano infrequenti, all’epoca, i racconti di anime che giungevano dal Purgatorio per chiedere messe in suffragio e preghiere che potessero liberarle dai tormenti dell’aldilà

Ecco che il capolavoro di Van Eyck si rivela un vero rompicapo: Postel riparte allora dallo specchio. È lì che va cercata la verità sul significato del dipinto. Lì dove la realtà illusoria non si riflette (il cagnolino, il profilo della giovane) e dove al posto delle mani che si uniscono vediamo una macchia nera. Non erano infrequenti, all’epoca, i racconti di anime che giungevano dal Purgatorio per chiedere messe in suffragio e preghiere che potessero liberarle dai tormenti dell’aldilà.

NON È PITTURA COSÌ PROFANA. Questa è la scena che il pittore vuole rappresentare? L’arrivo di un fantasma? Per questo i due non si guardano? Per dare una risposta bisogna passare al setaccio - come avviene nel libro di Postel - ogni dettaglio, ogni particolare, a cominciare dall’unica candela accesa del candeliere che pende dal soffitto (anche se la scena è ritratta in pieno giorno come dimostra la finestra illuminata) per finire con la figura deforme, una specie di gargoyle, che decora il bracciolo della sedia gotica dietro la donna. Insomma ogni singolo particolare merita un esame storico-simbolico per arrivare a concludere che forse non di pittura così profana si tratta.

Nell'Ultima cena potrebbe esserci una donna, ma non la Maddalena, bensì la Madre di Cristo, per la quale Leonardo nutriva una particolare devozione

Ed è proprio nella pittura di soggetto sacro che si celano gli enigmi più appassionanti per gli storici dell’arte. La tela più famosa, da questo punto di vista, è sicuramente L’Ultima cena (Il Cenacolo) di Leonardo (1494-98) nella quale lo scrittore Dan Brown ravvisa alcuni segreti che faranno la fortuna del suo romanzo Il Codice da Vinci.

TEMPLARE E COPPA NASCOSTI. Secondo la sua interpretazione la figura alla destra di Gesù non sarebbe Giovanni, come comunemente si ritiene, ma Maria Maddalena e il pittore avrebbe proprio avuto intenzione di raffigurare il loro matrimonio. Dunque la figura è di un uomo o di una donna? È stata azzardata anche un’altra ipotesi: si tratta di una donna, ma non della Maddalena, bensì della Madre di Cristo, per la quale Leonardo nutriva una particolare devozione. C’è di più: la scoperta del tecnico informatico Slavisa Pesci - secondo cui il quadro nasconde al suo interno un altro quadro, visibile se viene ingrandita l’ombra al centro dell’immagine tradizionale - porterebbe a dedurre che esistono anche simboli nascosti: un templare e una coppa dinanzi a Gesù.

L'Ultima cena di Leonardo.

Tra l’altro Dan Brown non ha concentrato la sua attenzione solo sull’Ultima cena di Leonardo, ma anche sul celebre quadro di Nicolas Poussin I pastori d’Arcadia (ne esistono due versioni) in cui sarebbe rappresentato il sepolcro della Maddalena. Poussin adotta gli stessi elementi presenti nel dipinto Et in Arcadia ego del Guercino, dove due pastori, uno giovane e uno più maturo, contemplano un teschio. Il tema nel Seicento era molto sfruttato pittoricamente e intendeva far riflettere sull’inesorabilità della morte e sulla caducità delle cose umane.

I pastori d’Arcadia.

Altro quadro sul quale gli studiosi si arrovellano da cinque secoli è il più famoso dipinto di Giorgione, La Tempesta, conservato a Venezia. Sulla tela vediamo un paesaggio bucolico, sullo sfondo un cielo tempestoso: una donna allatta un bambino e un soldato, da lontano, la contempla.

RAPPRESENTAZIONE DELL'EDEN. C’è chi ha sostenuto che il quadro nasconde segreti alchemici, supportati dai quattro elementi presenti: acqua, aria, terra e fuoco; chi lo legge come una rappresentazione dell’Eden - i due personaggi non sarebbero altri che Adamo ed Eva - e chi vi intravede l’allegoria di Fortezza (il soldato) e Carità (la donna).

La Tempesta di Giorgione.

Chi invece tempestava di simboli le sue incisioni e non faceva nulla per nasconderli era il pittore tedesco Albrecht Dürer: suo il “capolavoro ermetico” Melancholia. Nell’incisione compaiono molti oggetti simbolici (il compasso, le chiavi, la scala, la cometa, la bilancia, la clessidra), in un veltro è stato identificato il cane ai piedi dell’angelo, mentre sulla parete di fondo appare il cosiddetto quadrato magico: la somma dei numeri disposti in verticale e orizzontale dà sempre lo stesso risultato: 34. Inoltre il quadrato magico contiene anche la data, 1514, in cui fu realizzata la xilografia.

Melancholia di Albrecht Dürer.

Dal misterioso, poi, si passa al tenebroso: anche questo elemento rappresenta una sfida da vincere per i pittori più geniali e più dotati. In questo ambito spicca l’esempio del Trionfo dell’Ordine benedettino (1592) di Antonio Vassilacchi detto l’Aliense.

UN DEMONE CON GLI OCCHI GIALLI. La tela (la più grande del mondo: misura 11,3 metri di larghezza per 7,8 di altezza) sovrasta la porta d’ingresso della chiesa di San Pietro a Perugia. Raffigura un numero imprecisato di prelati, cardinali e papi benedettini che circondano San Benedetto da Norcia, al centro del quadro. Solo che, se si osservano bene i due squarci di luce ai lati del Santo, l’immagine sembra raffigurare il primo piano di un demone dagli occhi gialli. Eppure il dipinto dell’Aliense fu sempre considerato privo di originalità e arditezza.

Trionfo dell’Ordine benedettino (1592).

Simili altri due casi di affreschi temerari per l’epoca. Innanzitutto quello di Vincenzo Foppa nella Cappella Portinari a Milano risalente a metà del ‘400: il pittore raffigura un travestimento di Belzebù che appare come una Madonna col bambino, ma con una particolarità: entrambi hanno le corna, simbolo evidente di un’apparizione demoniaca.

L'affresco di Vincenzo Foppa nella Cappella Portinari a Milano.

Volgendo lo sguardo all’intera scena, notiamo San Pietro che innalzando l’ostia debella la presenza demoniaca.

SGUARDO VUOTO NON RASSICURANTE. Non meno singolare l’affresco che si può vedere nella Chiesa di San Sigismondo a Cremona: il Beccaccino vi ha raffigurato l’adultera dinanzi a Cristo. Ma con un particolare inspiegabile: tutti i personaggi rappresentati sono senza pupille. Il loro sguardo è vuoto. E l’effetto su chi guarda non è certo rassicurante.

L'opera del Beccaccino nella Chiesa di San Sigismondo a Cremona.

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