16 Aprile Apr 2017 1600 16 aprile 2017

"Un altro me", recensione del documentario sui sex offender

Condannati per reati sessuali seguiti in carcere da un'equipe di esperti. Per evitare recidive e acquisire consapevolezza. Il film sul primo esperimento del genere in Italia spiegato in 10 curiosità.

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Dopo la presentazione a eventi come il Festival dei Popoli o il Trieste Film Festival, il documentario Un altro me è arrivato nei cinema di tutta Italia, portando gli spettatori all'interno del carcere di Bollate. Al centro della narrazione ci sono Sergio, Gianni, Giuseppe, Valentino, Carlo ed Enrique, che sono stati condannati per reati sessuali, crimini che potrebbero compiere di nuovo dopo aver scontato la propria pena e aver trascorso anni o mesi in prigione, a volte anche in isolamento.

IMMAGINI DI QUOTIDIANITÀ. Nella struttura si sta svolgendo il primo esperimento in Italia che cerca di diminuire in modo significativo il rischio che vengano nuovamente compiute le violenze grazie al lavoro compiuto da un gruppo di psicologi, criminologi e terapeuti (leggi l'intervista a uno di loro, Paolo Giulini). Il documentario diretto da Claudio Casazza cerca di mostrare come un cambiamento sia realmente possibile seguendo un anno di lavoro degli esperti e dei detenuti attraverso le immagini della loro quotidianità e mostrandone i racconti, le discussioni e brevi momenti di riflessione all'interno della propria cella, senza dimenticare di dare spazio a chi li aiuta a compiere questo difficile percorso di acquisizione di una nuova consapevolezza.

UN APPROCCIO DIVERSO. Lo stile scelto dal regista non si addentra nei particolari dei crimini e non rivela, anche per questioni di privacy, il passato dei sex offender, permettendo tuttavia di capire le diverse personalità e l'entità degli ostacoli che ognuno di loro deve superare per cercare di aprire un nuovo capitolo della propria vita una volta usciti dal carcere. Inserendo nel montaggio finale anche i silenzi e mantenendo la giusta distanza dalle situazioni, il documentario riesce nel difficile compito di evitare una facile identificazione del condannato con l'immagine di una persona deviata o di un mostro, permettendo invece di comprendere con più facilità il modo in cui si sta lavorando per provare ad avere un approccio diverso a chi commette un crimine e cercare di spezzare una catena di violenza che potrebbe, in alcuni casi, non avere fine.

ALLA RICERCA DI SÉ STESSI. Pur non offrendo tutte le informazioni necessarie ad avere un quadro chiaro ed esaustivo dell'esperimento in corso a Bollate, Un altro me ha il merito di condividere pagine di vite quotidiane alla ricerca di una reale trasformazione, attraverso l'impegno dell'equipe al lavoro e a quello dei condannati che provano a capire meglio sé stessi per relazionarsi nel modo giusto con gli altri. Andiamo alla scoperta di qualche curiosità sul progetto cinematografico.

Regia: Claudio Casazza; genere: documentario (Italia, 2016).

1. Esperimento per evitare nuovi crimini: su 248 uomini solo sette ci sono ricascati

L’Unità di trattamento per autori di reati sessuali a Bollate rappresenta il primo tentativo di presa in carico di sex offender nella realtà penitenziaria italiana e ha iniziato a operare nel settembre 2005. L’equipe è costituita da diverse figure professionali - tra cui criminologi, psicologi, educatori, psicodiagnosti e un’arteterapeuta - e i suoi interventi realizzati in ambito penitenziario sono una forma di prevenzione orientata prevalentemente alla riduzione della recidiva e al miglioramento della qualità della vita dell’individuo.

ESPERIENZA TRENTENNALE. I fondamenti teorici risiedono nelle esperienze statunitensi e canadesi, accumulate in oltre 30 anni di lavoro, che hanno poi dato vita al Good Lives Models (Glm), il quadro teorico di riferimento adottato a livello internazionale nei trattamenti con i sex offender che prevede una sottoscrizione da parte del detenuto e incontri quotidiani con l’equipe per circa un anno. Il monitoraggio dei detenuti continua anche dopo la scarcerazione grazie al Presidio criminologico territoriale. I primi dati dell'esperimento rivelano che dei 248 uomini seguiti solo sette hanno compiuto nuovamente un reato.

Al centro della narrazione ci sono Sergio, Gianni, Giuseppe, Valentino, Carlo ed Enrique.

2. Documentario nato da un incontro in carcere a cui ha assistito il regista

L'idea di realizzare il documentario e di raccontare il lavoro che si compie all'interno del carcere di Bollate è nata dopo che il regista Claudio Casazza ha assistito a un incontro aperto di due ore tra i condannati e gli operatori che fanno parte del progetto.

Il regista Claudio Casazza.

3. Nessun dettaglio delle violenze: Casazza ha voluto restare distaccato

Il filmmaker Casazza non ha voluto sapere che tipo di reati avevano commesso i detenuti ripresi durante il percorso rappresentato dal trattamento, per mantenersi così il più possibile aperto mentalmente e senza pregiudizi nei confronti di chi sarebbe apparso sullo schermo. In alcuni casi il regista ha scoperto i reati commessi solo dopo due o tre mesi dal primo incontro con le persone coinvolte nel documentario.

4. Lungo lavoro della troupe: 200 ore di girato e montaggio per 16 mesi

La troupe ha seguito per un anno intero di lavoro l'equipe dell’Unità di trattamento intensificato per autori di reato sessuale del Cipm e i detenuti, ottenendo dagli incontri circa 200 ore di girato. Per arrivare alla versione definitiva del lungometraggio è stato necessario un altro anno e 4 mesi di lavoro in sala di montaggio, con lo scopo di trovare il modo di portare sullo schermo un film in cui ci fosse un rapporto equilibrato tra gli autori di reati sessuali e l'istituzione che si occupa di loro.

I sex offender potrebbero compiere di nuovo i reati dopo aver scontato la propria pena.

5. Immagini non a fuoco: per privacy e distacco da sé stessi

La scelta di alternare fuoco e fuori fuoco è nata per trasmettere il senso di lontananza che i detenuti provano nei confronti di sé stessi e del reato che hanno commesso, oltre a proteggere la privacy dei detenuti e gli spettatori che sono messi, in un certo senso, al riparo dal mondo disturbato e dalla crudezza degli atti compiuti. Le immagini permettono anche di ricordare come questi detenuti non riescano a vedersi dentro, avendo così di sé stessi un'immagine non a fuoco.

Le immagini non a fuoco danno anche l'idea di persone che non riescono a guardarsi dentro.

6. Il titolo Un altro me? Per capire i criminali senza considerarli mostri

Il regista ha spiegato che il titolo Un altro me fa riferimento alla ricerca di un altro sé da parte dei detenuti, impegnati a compiere un lavoro per capire realmente quello che hanno fatto, e sottolinea inoltre come spesso la società identifichi queste persone come dei mostri. Il film cerca invece di avere, e invita gli spettatori a fare lo stesso, un altro sguardo nel confronto di queste persone.

A Bollate ha lavorato l’Unità di trattamento per autori di reati sessuali.

7. Difficoltà dei pazienti: considerare le vittime al loro stesso livello

Tra gli aspetti che hanno colpito maggiormente il regista durante il lavoro, compiuto seguendo quanto accadeva a Bollate, c'è il fatto che le domande dello psicologo facessero emergere chiaramente la difficoltà dei pazienti nel considerare le altre persone, in particolare le loro vittime, al loro stesso livello.

Un'esperta ascolta il sex offender.

8. Un arrivo inaspettato accolto con diffidenza: quello di una donna stuprata

Nel film si assiste anche all'incontro dei condannati per reati sessuali con una donna vittima, fin da bambina, di violenza. La reazione, prima del suo arrivo, assume anche sfumature molto dure con un paio di detenuti convinti che si tratti in realtà di un'attrice assunta dall'equipe perché considerano impossibile che voglia trovarsi di fronte a chi ha compiuto dei reati simili a quelli subiti in prima persona e sia disposta a ripercorrere gli eventi drammatici di cui è stata tristemente protagonista. Dopo il racconto della donna, tuttavia, uno dei più scettici le chiede scusa per aver pensato fosse tutto falso e rivela quanto sia stato importante per lui sentire la sua esperienza.

Una delle attività in carcere per detenuti.

9. Progetto che vuole porre domande, non fornire risposte

Claudio Casazza, in un'intervista rilasciata in occasione della presentazione del film al Festival dei popoli, ha sottolineato come per lui il cinema sia un mezzo per porsi delle domande, non per ottenere delle risposte. Un altro me si inserisce quindi alla perfezione in questo suo approccio all'arte, obbligando anche lo spettatore a riflettere e interrogarsi.

Una dei membri dell'equipe al lavoro nel carcere per il recupero dei detenuti.

10. Ottima accoglienza da parte del pubblico: premi e festival

Il documentario, prima dell'arrivo nelle sale italiane, ha potuto contare su un'ottima accoglienza da parte del pubblico che l'ha premiato in occasione del Festival dei Popoli, dove era tra i selezionati per il concorso internazionale, e nell'ambito della quarta edizione dell'iniziativa Il mese del documentario.

Una cella del carcere di Bollate.

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