Mauro Corona
17 Aprile Apr 2017 0900 17 aprile 2017

Mauro Corona: «Abbandonate i posti fissi, andate all’avventura»

A tu per tu con lo scrittore di Erto. Che col suo ultimo libro fa l'elogio del fallimento.«Occorre imparare a riconoscerci come esseri imperfetti e a considerare la sconfitta come un tentativo positivo orientato al meglio, anche se non va a buon fine».

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Mauro Corona si presenta a cena con la classica divisa, scarponi e pantaloni da alpinista sotto una giacca di velluto e l’immancabile bandana in testa. Ha in mano una bottiglietta di colluttorio. Un'immagine buffa e anche inaspettata, per uno che ha fatto dell’eliminazione del superfluo una legge di vita. Gliel’ha regalato un lettore che ha incontrato per strada, era un modo per lasciargli qualcosa di sé, e allora per lui in questo caso un valore ce l’aveva, quell’oggetto per nulla in linea con il personaggio.

L'ULTIMO LIBRO NATO DA UNA CHIACCHERATA. Lo incontriamo per parlare di Quasi Niente (Chiarelettere, 2017, 14 euro) il nuovo libro scritto insieme con il cantautore Luigi Maieron. Un libro che nasce dalla registrazione di «una chiacchierata di due amici davanti al caminetto e a una bottiglia di vino», nella quale gli aneddoti si alternano alle storie e alle riflessioni sulla vita. È una luminosa sera di primavera e il locale in cui ci incontriamo, a Milano, assomiglia ben poco a una baita di montagna. Tuttavia troviamo un angolo per noi e riusciamo a creare un nostro spazio dentro il chiacchiericcio intorno.

DOMANDA: Che effetto le fa venire in città? Si trova a disagio?
RISPOSTA: Mi piace, purché rimanga una cosa episodica. Mi piace stare nel movimento, osservo la gente che cammina tra i semafori e mi accorgo che non tutti corrono, come si dice. Mi chiedo cosa starà pensando chi va più lento. La città mi è utile per incontrare gente nuova e apprezzare questi attimi. Poi però devo tornare in montagna, ho bisogno di quel continuo farsi male.

D. Perché è un continuo farsi male?
R. Perché la montagna ci costringe a confrontarci con noi stessi, a vederci per quello che siamo e a fare i conti con tutte le nostre mostruosità.

D. Va sempre ad arrampicare o a volte si limita a camminare?
R. Per lo più arrampico, ma è una forma di esibizionismo. La vera montagna è camminare, e non a caso Henry David Thoreau ha dedicato al tema uno dei suoi libri più belli (Camminare, ndr). Si arriva su una cima più lentamente, ci si siede e guardando giù si pratica un’introspezione.

D. Nel libro tocca molti concetti centrali nella vita di un uomo. La lealtà, ad esempio.
R. La lealtà è molto importante, io sto bene quando sento che di una persona mi posso fidare. Ma mi riferisco anche alla lealtà verso noi stessi. Bisogna avere il coraggio di prendersi sempre la responsabilità delle proprie scelte, e sapere che spesso ad ogni nostra gioia corrisponde una delusione altrui.

D. Scrive: «Le cose belle sono sempre in ombra». Perché?
R. Perché non sappiamo vederle. A volte passa una vita prima di accorgerci di qualcosa che avevamo a portata di mano. Sono passato più volte vicino a cime bellissime, ma le ignoravo perché non erano famose. Non bisogna andare dove il luogo comune ci indica la via, ma dobbiamo costruire noi le nostre vie.

D. Il libro evoca i tempi della lentezza e dell’ascolto, in contrasto con la velocità del nostro tempo.
R. Ho amato molto la lentezza. Consiglio il bel libro di Sten Nadolny (La scoperta della lentezza, ndr) però oggi ho cambiato idea. La vita è breve, e alla mia età ho rivalutato la velocità. Voglio usarla per raccogliere più emozioni possibile, per accumulare soddisfazioni, per imparare qualcosa di nuovo.

La vita è breve, e alla mia età ho rivalutato la velocità. Voglio usarla per raccogliere più emozioni possibile

D. Con «siate precari», vuole dire che l’incertezza ci renderà persone migliori. Un concetto romantico, ma ha pensato a chi non arriva a fine mese?
R. Lo scrivo con assoluto rispetto di chi è in difficoltà. Voglio dire che iniziare a lavorare in banca a 30 anni e volerci rimanere fino a 65 facendo sempre le stesse cose, significa diventare un fossile. È una cosa deturpante.

D. E cosa suggerisce?
R. Dico che la precarietà crea fantasia. È come quando ti lascia la fidanzata, prima c’è il dolore ma poi viene il bello della ripartenza. È una cosa che ti dà soddisfazione e ti rende una persona migliore. Sei così sicuro che un amore duri, o che duri la salute? E allora abbandonate i posti fissi, andate all’avventura!

D. Ecco il tema dei legami, che spunta su queste pagine. C’è la gioia ma anche il dolore, è inevitabile. Altrimenti si sta da soli.
R. Meglio soli, certo, piuttosto che distruggersi come hanno fatto mio padre e mia madre. Si sono detestati, picchiati per 60 anni, ma alla fine rimanevano sempre insieme. Più che una storia d’amore, la loro era una congiura.

D. Raccontando la storia di Anna, dice che la donna è più forte del maschio. Fa pensare, leggerlo in un’epoca in cui le donne rivendicano i loro diritti con particolare forza.
R. L’uomo ha sempre temuto la donna, perché è più forte. Non fisicamente, ma perché è stata disegnata per la maternità e quindi evoca protezione. La forza della donna è nel carattere, nella capacità di prendere decisioni, nella determinazione. E l’uomo non accetta la propria inferiorità, allora o si ritira come un vecchio cervo oppure la sopprime. Ecco la spiegazione di alcuni drammi.

D. La non accettazione della sofferenza è uno dei più grandi limiti degli esseri umani. Un tema che nel suo libro ritorna spesso.
R. L’incapacità di gestire il dolore è una delle consapevolezze più laceranti. Il problema è che non ci hanno educato alla sofferenza, ci hanno illuso che avremmo dovuto essere sempre felici. No, bisogna essere educati all’infelicità da bambini, allora sì che tollereremmo il dolore e ne faremmo un valore che può migliorarci».

D. Lei in che modo lo accetta, il dolore?
R. Io non sono mica arrivato, ci sto lavorando. Per anni ho creduto di affogarlo nell’alcol. Occorre imparare a riconoscerci come esseri imperfetti e a considerare il fallimento e la sconfitta non come il buio assoluto, ma come un tentativo positivo orientato al meglio, anche se non va a buon fine.

D. Viviamo una fase storica in cui la comunicazione è invasiva. Cosa pensa dei social network?
R. Non sono contrario, la storia fa il suo corso. Il “si stava meglio quando si stava peggio” non è nelle mie corde. Il punto è conservare l’umanità in questo marasma di tecnologia.

D. Ma li usa? Naviga in Internet?
R. Non sono capace, mia figlia mi ha fatto un sito ma non lo guardo molto. Il motivo è che non voglio perdere un anno a imparare, perché potrebbe essere l'ultimo anno della mia vita e voglio usarlo per fare cose che mi piacciono.

D. Quasi tutti i suoi libri prendono spunto da una storia vera. Perché?
R. Macedonio Fernández diceva: «Bisogna scrivere per lottare contro l’oblio che annienta soprattutto gli ultimi, cancellandoli dalla faccia del mondo». Scrivere è un atto di memoria. Lo si fa per salvare qualcosa dalla caducità. E vale anche per arti come la scultura, la fotografia o il cinema.

D. Qualcosa che crede di aver salvato con un suo libro?
R. L’arte antica dei boscaioli, con Il canto delle manére. Ho inventato una storia, in parte un po’ vera, per raccontare un mondo scomparso. Un libro è inutile se non salva qualcosa, ecco perché mi piace occuparmi di ciò che sta scomparendo.

D. Nei suoi romanzi usa spesso il dialetto, che in molte regioni sta scomparendo. Una forma di resistenza?
R. Il dialetto è importantissimo per raccontare un mondo, però bisogna stare attenti ai campanilismi. Se una cosa si estingue può dispiacere ma è così, ogni fatto umano ha un inizio e una fine. L’importante è raccontarlo, affinché possa arrivare fino a noi e a chi ci succederà.

Scrivere è un atto di memoria. Lo si fa per salvare qualcosa dalla caducità

D. Che cos’è per lei la letteratura?
R. Soprattutto la letteratura letta, per me è stata la mia garza, il mio lenimento, un salvavita. Leggere mi porta altrove, lontano dalle insicurezze e dalle fragilità. Mentre nello scrivere ciò che mi piace è il cammino, il non sapere dove mi porterà una storia e come finirà. Come scalare una montagna nuova: cercare appigli, perdersi, andare avanti verso l’ignoto.

D. Congediamoci con un messaggio ai suoi lettori.
R. La nostra vita non è improntata all’azione, ma alla reazione rispetto a ciò che ci è successo o modelli che abbiamo subito. Per questo ogni giorno perdiamo un’occasione per essere felici. E allora non perdete tempo, siate voi stessi fino in fondo. Scegliete. Il romanzo della vostra vita è uno e nessuna casa editrice ve lo ristamperà.

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