Iggy Pop
21 Aprile Apr 2017 1308 21 aprile 2017

Iggy Pop, 70 anni da iguana impazzita

Una vita di eccessi, scelte sbagliate, ricoveri psichiatrici e tanto rock and roll. Il leader degli Stooges, mai di moda e mai fuori moda, ha segnato la storia della musica. Oggi ritorna con un blues marcio Anni 30.

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E così anche Iggy Pop è arrivato a 70 anni, e in buona forma per di più: a parte Mick Jagger, resta il performer più glorioso, carismatico ed esplosivo. Festeggia a modo suo con un nuovo singolo che esce proprio adesso, Asshole Blues, un bastardo di blues rurale, aspro e ossuto su «uno stronzo che mi sta addosso». È prodotto ancora peggio che agli esordi, 50 anni fa ed è questa la sua malsana magia: blues come potrebbe cantarlo un nero, e non sono molti a poterselo permettere.

DOPO 100 INFERNI RESTA SEMPRE SE STESSO. No, non è mai cambiato Iggy, non ha mai rinnegato chi era, lui. Ha attraversato 100 inferni, ne è uscito sempre, e ogni volta più segnato, ma quella carica rozza e pesante, volgare ma più raffinata di quanto sembri, non l'ha mai tradita, anche se qualche volta si è fermato a compiangersi, come per Avenue B - e si sentiva morire a 50 anni, come per alcune discutibili divagazioni recenti da crooner e da chançonnier. Ma alla fine torna sempre Iggy il pazzo, quello nietzschianamente condannato a essere chi è, quello che in età da pensione si mette in copertina fasciato da una cintura esplosiva e nessuno lo trova strano.

La storia di Iggy Pop è quella di un giovane intelligente, dotato mentalmente e fisicamente, figlio di un padre rigido, che cova ambizioni professorali e perfino politiche ma casca presto nella ragnatela del rock and roll, dapprima sperimentale, con velleitarie eco di La Monte Young e John Cale, ben presto sostituite da un approccio feroce come non si era mai sentito. Roba da oscurare anche gli dèi del rock, che nel 1969 ha esaurito la sua prima fase e si avvia alla mutazione genetica in forma hard, sempre più massiccia.

Quella con gli Stooges, un gruppo di ragazzotti cinici e asociali che aspirano ad essere i Rolling Stones americani (Iggy avrebbe conosciuto l'umiliante privilegio di aprire per loro nel 1981), è la stagione di un branco di farfalle cattive e depravate, con Iggy che fin dall'inizio nuoce anzitutto a se stesso, fino a mandar tutto a puttane negli due ultimi tragici concerti di Detroit fra il 1973 e il 1974, successivamente immortalati nel bootleg ufficiale Metallic KO. Altro che punk! Ancora oggi, ad ascoltarlo si viene investiti dalle folate d'odio del pubblico, che, fomentato dal frontman ormai fuori controllo, gli scarica addosso di tutto mentre Iggy spreca il suo leggendario coraggio accogliendo tutto, empio Cristo in agonia in un turbine di frastuono che solo a rari sprazzi s'accende di musica.

UNA VITA TRA PALCHI, CLINICHE E PARANOIA. Iggy compie la sua via crucis di sua perenne schizofrenia, il suo doppio da scena che maciulla il pacato, ragionevole, intimo James (Newelle Osterberg, il suo vero nome). Precipita in un oblio fatto di paranoia, disperazione, autocommiserazione, svenimenti nei fossi, ricoveri in clinica psichiatrica. Era l'uomo che usciva dal palco grondante sangue, i brandelli di carne penzolanti dal petto straziato dal suo trafiggersi, dal rotolarsi su tappeti di vetro. Era quello che non si faceva problemi a defecare dietro un amplificatore, a mostrare il pene leggendario, a farsi sommergere dalla folla malata, folle come lui, per poi riemergere per lasciarsi ancora travolgere da nuove ondate sconvolte. Era l'unico a sapersi arcuare all'indietro fino a che le palme rovesciate toccavano terra, inquietante mutazione di una bizzarra specie d'animale umano.

E tutto fu perduto. La gloria, la rovina, la ybris. Tutto fu più inutile ancora che se non fosse mai esistito. Iggy languiva nel nulla; lo riscattò, non senza fatica, David Bowie: eccoli che, in pieno dérapage berlinese, gettano le basi nel 1977 per la fondazione del synth pop, del post punk, della new wave. Per lui, che lo aveva inventato, superandolo in ogni eccesso, il punk era già vecchio, era storia archiviata. Iggy è sempre stato uno che vive di rivincite e sempre lo sarà, anche adesso che a 70 anni canta con Josh Homme della sua paura irragionevole di finire in ospizio, vecchio, malato e senza soldi. Vecchio non sarà mai. Malato lo è stato sempre. Senza soldi, è impossibile: non vuole far più dischi, ma qualsiasi marchetta in un disco altrui gli frutta denaro sonante.

DAL VIVO È ANCORA UNA FORZA DELLA NATURA. Certo, il fisico è un fascio di muscoli cadenti e quei denti abbaglianti stonano in quella faccia divorata, che non rinuncia a scoccare bagliori dell'antica bellezza. Ma dal vivo è ancora buono, accidenti a lui. E sa come intonare un blues infame con cui mandare affanculo il mondo. In mezzo, ha seminato altri dischi, alcuni orribili, altri trascurabili, qualcuno sottovalutato, come il grezzissimo Beat Em Up del 2001, altri fortunati come il caleidoscopico American Caesar (1993), qualcuno inutile come il ritorno con gli Stooges, o ciò che ne restava, di The Weirdness, del 2007.

UN CAMPIONE DI SCELTE SBAGLIATE E AUTODISTRUZIONE. E sono già passati 10 anni, e Iggy ha dovuto cantare i vecchi compagni partiti per il regno del ricordo. Mai stato uno che vendeva molto, Iggy. Ma ha sempre saputo risorgere dalle sue ceneri insanguinate, e non ha mai rinnegato quello che era veramente: «Chi non sa fare il rock, dice che il rock è morto», mandò a dire una volta a Sting. Iggy è un impasto di rock e può essere solo questo. Alla fine è diventato imprescindibile: «Oh, sai, io non sono mai davvero di moda e mai davvero fuori moda». E sorride, in quel modo dolce e malizioso che ha quando torna ad essere Jim. E lo guardi che ha 70 anni, e ti accorgi con orrore che uno così, uno che le ha sbagliate tutte, che ha smerdato il suo immenso talento, che ha distrutto più di quanto avesse da perdere, è ancora qui e puoi chiamarlo “Maestro”, e non c'è davvero niente di strano.

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