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22 Aprile Apr 2017 1610 22 aprile 2017

Lutto nel cinema, addio a Enrico Medioli

A 92 anni è scomparso uno dei maggiori sceneggiatori italiani. Lavorò con Visconti, Zurlini, Leone. Il ricordo del regista Rocco Talucci, autore di un docu film sulla sua arte.

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«Noodles, che hai fatto in tutti questi anni?». «Sono andato a letto presto». Questo, anche questo, era Enrico Medioli scomparso il 21 aprile 2017 a 92 anni. La battuta di C'era una volta in America diventata culto dice tanto di una delle figure più importanti, e più sconosciute (almeno al grande pubblico) del cinema e del teatro italiani e cioè il suo amore per la letteratura.

TRA LEONE E PROUST. Medioli sussurrava nelle pagine dei copioni citazioni, richiami che spesso davano respiro ai personaggi e alle ambientazioni. Dietro quello scambio di parole tra il boss e l'amico di sempre che si rincontrano dopo una vita, per esempio, si nasconde Marcel Proust. «Longtemps, je me suis couché de bonne heure», l'incipit di Du côté de chez Swann scritto nel 1913.

DOCUMENTARIO SU DI LUI. E, ancora, il personaggio di Rocco nel capolavoro di Visconti in realtà «è il principe Myškin de l'Idiota, un innocente», spiega Medioli nel bel film Ritratto di sceneggiatore in un interno per la regia di Rocco Talucci, autore della documentario insieme con Maurizio Pusceddu, e presentato in anteprima nazionale al 56esimo Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 2013.

«Ho conosciuto Enrico Medioli più di 10 anni fa, prima di girare Ritratto di sceneggiatore in un interno», racconta a L43 Talucci. «Mi ha sempre incuriosito il respiro ampio della sua produzione: all'inizio della sua carriera è stato traduttore di sceneggiature, poi aiuto regista di Luchino Visconti per due opere liriche andate in scena al Festival dei Due Mondi di Spoleto alla fine degli Anni 50. Al cinema è stato sceneggiatore per Valerio Zurlini, Sergio Leone, Vittorio Caprioli e in televisione, con gli sceneggiati da lui firmati come La certosa di Parma, I promessi sposi, Cime tempestose e Guerra e pace, ha portato la grande letteratura al grande pubblico... un personaggio dalla carriera ricchissima che, per me, è molto di più di "lo sceneggiatore di Luchino Visconti" come spesso viene ricordato».

LA GENESI DE ROCCO E I SUOI FRATELLI. Vero è che la collaborazione con Visconti portò Medioli a vincere nel 1961 il Nastro d'Argento per la sceneggiatura di Rocco e i suoi fratelli e nel 1969 a una candidatura all'Oscar con La caduta degli Dei. Per il regista milanese scrisse anche Il Gattopardo, Vaghe stelle dell'Orsa, Ludwig, l'Innocente e Gruppo di famiglia in un interno. «Rocco è stata un'idea di Luchino», racconta ancora Medioli in Ritratto di sceneggiatore, «una volta che ha visto un funerale di una madre con cinque figli, "cinque dita di una mano" lui diceva. Su questo Visconti ha steso una storia con Suso Cecchi D'Amico e Pratolini, poi in un secondo tempo - è sempre sbagliato come lo raccontano - è intervenuto un certo racconto di Testori, ma Testori è venuto dopo... sono stato io che gli ho suggerito il Dio di Roserio o Il Ponte della Ghisolfa... e gli ho detto: "È un ambiente milanese proletario che potrebbe interessarti"».

Dostoevskij, Proust, Shakespeare (La caduta degli Dei è ispirato al MacBeth), Testori. Contaminazioni che hanno attraversato tutta l'opera di Medioli, come conferma Talucci. «Un aspetto che mi ha molto colpito della sua produzione cinematografica che è anche presente nella sua vita fuori dal cinema», ricorda il regista, «è stato il suo amore per la letteratura, dichiarato anche dalle citazioni presenti nei suoi film. O riscontrabile nelle conversazioni che ho avuto con lui. Ascoltare, magari suo ospite a pranzo, come le sue letture diventavano personaggi reali del suo quotidiano è stato un privilegio. C'era l'amore per la lettura, la curiosità dell'intellettuale, non il clichè della bella citazione. "Cosa stai leggendo?" mi chiedeva spesso. Questo mi piaceva di Enrico Medioli, il suo essere padrone non solo della scrittura cinematografica, ma della letteratura tutta».

FUORI DAI RIFLETTORI. Pur avendo scritto alcune delle pagine più belle del cinema e della televisione italiani, Medioli non amava i riflettori. «Come sono arrivato al cinema? Potrei dare molte risposte», dichiarava a settembre 2016 in una intervista a la Repubblica. «La prima sarebbe: passando per un sanatorio. La seconda: grazie a tante persone che mi sono state amiche, da Attilio Bertolucci a Suso Cecchi D'Amico, passando per gli altri, Valerio Zurlini, Sergio Leone, Burt Lancaster, Maurizio Chiari, che hanno fatto lo sgarbo di morire prima di me».

IL DESTINO TRADITO. Figlio di costruttori parmensi, Medioli era destinato a un'altra strada. «Mi sono iscritto al Politecnico di Milano, architettura, ma alla fine dell'anno non stavo bene», raccontava ancora. «Mi hanno mandato a Davos dove ho passato due inverni. Non solo nello stesso sanatorio, ma nella stessa stanza dove era stato Thomas Mann quando ha scritto La montagna incantata». All'epoca aveva 23 anni, rimase in Svizzera due inverni e quando lasciò il sanatorio aveva capito «che tirar su muri» non era il suo mestiere. «Ancora oggi non so fare bene le divisioni», scherzava. E a chi gli chiedeva perché non avesse mai scritto un libro sull'amico Luchino rispondeva semplicemente: «È una questione di riserbo, una cosa che non esiste più». Come forse non esistono più signori del cinema come lui.

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