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24 Aprile Apr 2017 1825 24 aprile 2017

"L'Italia dell'arte venduta", storia di capolavori in fuga

Quadri, statue, codici miniati: il nostro Paese si è sempre disfatto dei pezzi migliori. In qualunque secolo e per i motivi più diversi. Un estratto del libro di Fabio Isman.

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Quadri, statue, codici miniati: nel corso dei secoli il nostro Paese si è sempre disfatto dei pezzi migliori della sua arte, e lo ha fatto per le ragioni più diverse. L'Italia dell'arte venduta di Fabio Isman (Il Mulino) ripercorre questa storia di capolavori in fuga. L43 ne anticipa un estratto.

Il nostro paese ha sempre venduto di tutto: a qualsiasi latitudine, e comunque il meglio. Già Marie-Henri Beyle, assai più noto come Stendhal, «acquista a Pozzuoli un Ritratto di Tiberio, che poi non lo era», dice l'archeologo Antonio Giuliano. E due dettagli bastano a spiegare il desiderio delle antichità insito nella cultura americana, che ne è sfornita: nel 1740, il sindaco di Filadelfia possedeva un vaso apulo, uno skyphos a figure rosse; e Benjamin Franklin acquista a Londra il catalogo dei crateri nella collezione di un altro Hamilton: sir William (1730-1803), marito dell'amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma, plenipotenziario inglese nelle Due Sicilie che vive per 36 anni a Napoli, quando si scoprono Ercolano e Pompei, e mette a buon frutto quei ritrovamenti; dal 1772, nemmeno vent'anni dopo che fu fondato, parte della sua rilevante raccolta è al British Museum di Londra. [...]

Irene Favaretto, già prorettore a Padova, valuta che a Venezia rimanga solo il sette per cento delle antichità accumulate nei secoli d’oro; le altre, vendute, spesso all'estero, oppure distrutte. Come sono ancora in Italia appena quattro tra i venti quadri dipinti da Antonello da Messina nell’anno in laguna, tutti identificati da una brava studiosa, Rosella Lauber. Alvise Zorzi contava oltre 25 mila dipinti veneti «sparpagliati ai quattro venti» soltanto per l’arrivo dei napoleonici, cui vanno aggiunti «migliaia di sculture, in gran parte distrutte, e gli ori e gli argenti, in gran parte fusi e ingoiati, in lingotti, dalle casse del Monte Napoleone a Milano».

È un'immensa dipartita, ed è successa dappertutto. Nella capitale dei doviziosi committenti, i papi e cardinali, si sono dissolte decine e decine di collezioni: «Nessuna città al mondo ha avuto una ricchezza d'arte classica e moderna comparabile con Roma», scrive Carlo Pietrangeli che ha diretto i Musei Capitolini e poi i Vaticani; il medico e naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi vi cita, già nel Cinquecento, un centinaio di raccolte; e nel 1664, Gian Pietro Bellori, escludendo le pubbliche, ne conta 150: rarissime sono rimaste; e queste poche, tutte assai decurtate. Altre si sono volatilizzate a Firenze, Napoli, Ferrara, Modena, Mantova, Palermo, Parma, Brescia e dappertutto: nessun angolo della penisola è rimasto immune dalla piaga.

Piero Boccardo dirige i musei civici di Genova, e ha convinto i riluttanti concittadini a cavare i loro capolavori dal riserbo (e spesso, dal dimenticatoio): ricorda che a fine Settecento, la città aveva ancora un'ottantina di collezioni; e calcola che in nemmeno un secolo, il suo «d'oro» tra la fine del Cinque e il pieno Seicento, la Superba commissioni, o raccolga, almeno diecimila dipinti; ma oggi, assicura, «ne restano forse mille».

L’Italia si è sempre disfatta dei pezzi migliori della propria arte: fossero quadri e statue, libri e biblioteche, codici miniati, porcellane antiche e famose, mobili straordinari. In qualunque secolo, e per i motivi più diversi. Perché mutano la moda e il gusto, o cambiano gli spazi delle abitazioni e dei palazzi; perché ai figli non piace quanto raccolto dai padri; o, più banalmente, per la necessità di vile denaro: perché le famiglie dei committenti e collezionisti vanno in rovina, e spesso ai nobili non resta che il blasone. Ma anche per l’insistenza degli antiquari, italiani e stranieri, pronti a qualsiasi manovra pur di ottenere l’agognata preda. Oppure, per le guerre e le razzie: di Napoleone o Hitler, e quelle più antiche. Tuttavia, alla radice esistono perfino motivi talora assai più singolari, e quasi bislacchi: come la richiesta di armare truppe pontificie; un testamento da regolare in anticipo; il desiderio di assecondare un potente cognato; i soliti debiti al gioco, o verso un governo; e di questi diremo.

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