SOUNDGARDEN
18 Maggio Mag 2017 1902 18 maggio 2017

Chris Cornell e quel Sole nero nell'anima

Se ne va una voce simbolo del grunge. Con i Soundgarden è stato uno degli eroi di una generazione in sospeso. Che ha visto scomparire prematuramente quasi tutti i suoi protagonisti. Nichilisti di fine millennio.

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Alla fine il suo sole nero lo ha raggiunto. Quel sole nero che può scoppiarti dentro da bambino, magari per un trauma, la separazione dei genitori, e da allora non sarà altro che una bomba a orologeria sopita in te. Ma forse con quel conto alla rovescia dentro ci si nasce e Chris Cornell il suo sole nero lo ha raggiunto la sera del 17 maggio, subito dopo un concerto, l'ultimo. Una fine inquietante, spaventosa: preannunciata da un pettegolezzo poi smentito ufficialmente, una bufala: eccolo lì scatenato in scena coi suoi Soundgarden. E poi scende la notte e la bufala diventa verità, come una macabra prova generale della realtà, nello sconcerto generale, dopo quell'ultimo palco. E tutti pensavano fosse un infarto, come sempre quando ci si spegne dopo una serata di rock, e invece ora il medico legale conferma il suicidio. Il sole che esplode in tutto il suo bagliore nero.

UN'ALTRA VOCE DEL GRUNGE CHE SE NE VA. Con Cornell se ne va un'altra voce del grunge – perché il grunge, alla fine, è una storia di voci prima ancora che di suoni, di foggie, di atteggiamenti, di chitarre sferraglianti, di suoni: la voce dolente, sconfitta di Layne Staley, la voce alienata e disperata di Kurt Cobain, la voce, unica a sopravvivere ormai, profetica e spiritata di Eddie Vedder. Chris Cornell era la furia, l'ardimento che l'età aveva risparmiato, che non aveva perso un'oncia di potenza. Dopo l'ottimo King Animal di 5 anni fa, l'album del ritorno, i Soungarden stavano lavorando a un nuovo disco: spezzato in un istante.

TRE DECENNI DI MUSICA. Un altro bagliore, un'altra scia rimane di una delle voci più riconoscibili degli ultimi 30 anni. Tre decenni abbondanti nei quali il frontman di Seattle aveva pescato nell'alveare tutto sommato contenuto, del grunge, coi Soundgarden, i Temple of The Dog, aveva divagato per strade di metal alternativo con gli Audioslave, che insieme a lui mettevano insieme tre dei Rage Against the Machine, e aveva, come è fatale a un certo punto della carriera, affrontato sfide personali, più o meno riuscite, più o meno fortunate, da solista.

Cornell era uno che si stancava facile, fondava gruppi per lasciarli orfani, tornava sui suoi passi. Fuggiva, insomma, sulle ali del futuro, ma quell'inquietudine non passava mai. E la sua fine è diversa da quasi tutte quelle che ci siamo abituati a piangere in questi ultimi anni: non accidentale, né pare figlia di un logorio protratto, in qualche modo scritta del tempo; no, arriva prima del tempo, e senza una ragione. Non si può andarsene così, a 53 anni ancora da compiere – non ci arriva per due mesi - nella piena maturità artistica, con tanta rabbia ancora da sciogliere in poesia arrembante. Lascia alcuni dischi importanti e qualche momento indimenticabile. Lascia almeno un album-capolavoro, il celeberrimo Superunknown, con quell'inno oscuro, Black Hole Sun, che col maledetto senno di poi sarebbe diventato il suo tragico testamento: Nessuno/Canta come fai tu/Sole di buco nero/Verrai mai/E spazzerai via la pioggia? Verrai mai?/Verrai mai?

LA LOTTA PERSA PER VINCERE SE STESSO. Forse è vero però che il grunge era disperazione, voce dell'abisso. Sì, il grunge, da molti liquidato in fretta come una caricatura di certo hard rock Anni 70, si è guadagnato una sua terribile coerenza nella scomparsa prematura di quasi tutti i suoi eroi. Ma la fine di un uomo maturo è ancora più desolante e terribile di quella di un 27enne confuso, spaventato, esaltato, perché lascia immaginare una lotta più lunga, più straziante per vincere su se stesso, senza riuscirci: «Non è così che funziona, sai? Ho fatto mille mestieri per fare il musicista, ma anche dopo che sei qualcuno nel mondo, anche quando hai i soldi e gli alberghi e tutto, alla fine scopri che non ti serve a molto; non ti serve a niente, a volte».

Anche Cornell è stato voce di una generazione in sospeso, con troppi conti in sospeso, come quella dei primi Anni 90. Ha dato corpo all'inquietudine di chi stava male, ma non capiva perché. Ha cantato la violenza, la durezza di ghiaccio di un mondo senza luce, ha gridato più forte, ancora più forte, ma qualcosa dentro continuava a ticchettare. Il sole nero, come lo chiamano tutti quelli che hanno conosciuto quella sensazione: il futuro è finito, il presente non è più. Fai l'ultimo concerto e mentre il pubblico ti acclama tu intanto pensi, è finita, scendo qui.

IL DISINCANTO CHE SI SPECCHIA IN SE STESSO. L'ex leader dei Soudgarden lascia se stesso e lascia anche tre figli, una moglie, un disco in sospeso, una serie di promesse che mai diverranno realtà. Lascia fantasmi in un giardino di suoni, un bosco dove il sole si faceva strada a fatica e bisognava urlare per spaventare le tenebre. Non è mai stato una superstar, ma resterà sempre una voce straordinaria per intensità ed estensione, per quella capacità di cantare l'incubo dopo l'incubo, il disincanto che si specchia in se stesso. Se n'è andato dopo un concerto a Detroit, lugubre, disperata città. La tetra, decadente Detroit dove nessuna rivoluzione, chiamala grunge, chiamala punk, sembra più possibile.

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