Matrimonio A Prima Vista Italia
LA MODA CHE CAMBIA 21 Maggio Mag 2017 0900 21 maggio 2017

L'inquietante leggerezza trash della tivù ai tempi dei social

Qualità e correttezza dei contenuti trasmessi che interagiscono con Facebook e Twitter sono fondamentali. Ma da Matrimonio a prima vista in giù, l'approccio sembra essere un altro.

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La lunga lista delle interazioni social alla prima puntata di Facciamo che io ero, il nuovo programma di Virginia Raffaele su RaiDue, riprese sui quotidiani e sul sito Dagospia che le ritengono fonti primarie della propria offerta di informazione, rendono ancora più interessanti i risultati della nuova edizione dell’Osservatorio Social Tv dell’Università La Sapienza, e al tempo stesso ancora più pressante la questione della qualità e della correttezza dei contenuti televisivi che con i social interagiscono.

INFINITO NETWORK DI COMMENTI. Dai dati presentati al Maxxi sull’evoluzione delle pratiche di visione e le modalità di coinvolgimento delle audience nell’ultimo anno, emerge infatti molto chiaramente che, se lo schermo televisivo risulta ancora il mezzo più immediato e per così dire consueto di approccio ai contenuti, con una frequenza di utilizzo elevata per oltre il 70% del campione considerato (vastissimo: dai 6 ai 74 anni, 1.381 casi), il pc e lo smartphone arrivano in seconda e terza posizione. E, stante la loro natura di mezzi interattivi, interagiscono, permettendo a ciascuno la costruzione del proprio, infinito network di connessioni, di approfondimenti, di commenti.

SI ENTRA E SI ESCE DAI CONTENUTI. Una “tivù intorno”, come la definiscono i responsabili scientifici della ricerca, Alberto Marinelli e Romana Andò, antitetica quasi in termini copernicani rispetto ai tempi in cui le famiglie si riunivano con gli amici davanti allo schermo e seguivano con concentrazione devozionale alcuni programmi specifici («ormai accade solo per le maratone televisive», osserva Andò, docente di teoria e analisi delle audience), ma soprattutto mobile: dai contenuti video «si entra e si esce», stabilendo autonomamente non solo il proprio palinsesto, ma anche gli approfondimenti, per così dire gli ipertesti allo stesso.

Non ci sono dubbi che la moltiplicazione dei media abbia creato un secondo o terzo tipo di messaggio, un mostro, un golem di segni contrastanti che noi stessi alimentiamo e del quale è facile cadere vittime

«Accendo la televisione perché in quel momento su WhatsApp si discute di quello che sta andando in onda», afferma il 58% del campione, e il 55% lo fa perché connesso a Twitter o Facebook, forse il social più similare alla televisione per tempi, modi, segno («uso Facebook perché ho la possibilità di scrivere pensieri personali legati al programma tivù», dichiara infatti di fare “abbastanza spesso” oltre il 52% del campione).

SI VERIFICANO LE INFORMAZIONI SUL WEB. Il punto centrale, lo snodo fondamentale di tutta la ricerca credo però sia un altro, ed è legato alle cosiddette “second screen activities”, cioè alle attività secondarie, derivate, rispetto alla pura visione dei programmi o al commento sul conduttore o il protagonista. Oltre il 40% degli intervistati dichiara nell’ordine di «approfondire o cercare informazioni su temi, personaggi, storie trattate dal programma»; «visitare siti menzionati e suggeriti dal programma», ma soprattutto di «verificare se le informazioni dei programmi siano vere o false».

SERVE CAPACITÀ DI ANALISI E DI CRITICA. Un tema piuttosto rilevante, capirete, in anni di dibattito mondiale sulle fake news e al quale questa sorta di ricerca fai da te da parte delle audience, in cui il limite è dato sia dal campo di ricerca, cioè il web, sia dalla capacità di analisi e di critica delle stesse audience che il web provvede ad alimentare. Nonostante sia opinione comune che il celeberrimo aforisma di Marshall McLuhan sia stato superato, e che dunque non sia più vero che il «mezzo è il messaggio» in quanto noi stessi siamo e media e messaggio (ne scrive da par suo il presidente di Pubblicità Progresso Alberto Contri nell’ultimo saggio McLuhan non abita più qui per Bollati Boringhieri), non ci sono dubbi che la moltiplicazione dei media abbia creato un secondo o terzo tipo di messaggio, un mostro, un golem di segni contrastanti che noi stessi alimentiamo e del quale è facile cadere vittime.

L’ossessione per i numeri e le interazioni guida fin troppo spesso questa nuova generazione di manager televisivi molto interessati ai risultati e poco avvezzi alla generosità intellettuale e sociale nei confronti del pubblico

Per questo credo sia importante non solo un’attenzione ancora maggiore ai contenuti, in luogo dell’ossessione per i numeri e le interazioni che guida fin troppo spesso questa nuova generazione di manager televisivi molto interessati ai risultati, e poco avvezzi (per ignoranza, snobberia, semplice superficialità, scarsa etica, mettetecele un po’ tutte) alla generosità intellettuale e sociale nei confronti del pubblico che in Italia ha guidato la televisione di Bettetini, di Guglielmi, di Zavoli, perfino di Bernabei e di Principe e che ben dimostra l’esposizione attualmente in corso alla Fondazione Prada, curata da Francesco Vezzoli: avanguardia vera, transessualità compresa, ma retta da pensiero cuore e dall’idea di una missione sociale che ora, purtroppo, sembra mancare.

PROGRAMMI NIENT'ALTRO CHE VOMITEVOLI. La moltiplicazione dei canali e della fruizione ha certamente moltiplicato e deformato la concorrenza: ma andare a pescare nella stupidità, nel torbido, o nella semplice mancanza di censura quando necessario perché preoccupati innanzitutto di “interagire”, “essere veloci”, “totalizzare”, finisce per portare la competizione al livello della spazzatura che galleggia sul web, trasferendo senza controllo le bestemmie e gli insulti scambiati su Twitter in sovraimpressione su RaiUno o per trasmettere programmi che si può solo definire vomitevoli, vedi Matrimonio a prima vista, un insulto al tempo stesso trash e umiliante alle battaglie di affrancamento femminile trasmesso da Sky che Selvaggia Lucarelli, peraltro abituatissima a usare il mezzo televisivo a proprio vantaggio e senza alcuna chiusura ideologica, ha definito spiritosamente su il Fatto Quotidiano «roba da far sembrare i matrimoni combinati in Rajasthan avanguardia pura».

CACCIA AL CONTATTO, MA TRAMITE CONTENUTI. Non credo che la velocità di interazione fra mezzi, o la caccia al contatto in più, pur imprenditorialmente legittima, possa essere in alcun modo disgiunta dai contenuti, possa godere di ragionamenti differenziati e diversi, così come i contenuti non possono in alcun modo essere disgiunti dalla loro veicolazione, essendo la ragione primigenia e ultima della fruizione stessa.

MANCA QUALSIASI SENSO DI RESPONSABILITÀ. Trovo invece molto preoccupante questa leggerezza di approccio, questo scarso senso di responsabilità, che si riflette in una miriade di programmi fatti per alimentare e moltiplicare i pregiudizi, annullare il senso della storia e moltiplicare la sensazione di vivere in tempi di eccessiva incertezza dell’informazione. Forse avete visto l’ultima vignetta di Altan. «Babbo, mi racconti una fiaba?». «No, ti racconto una balla, così ti abitui».

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