Manchester

Attentati in Gran Bretagna

Manchestere
23 Maggio Mag 2017 1120 23 maggio 2017

Manchester, la città della musica colpita al cuore

Qui sono nati Joy division, Stone Roses, Smiths, Oasis. Qui hanno colpito, cercando di cancellare la sua storia, con un solo botto. A un concerto. Ma questo centro culturale non smetterà di suonare, di comporre, di comprare dischi e creare gruppi.

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Alzarsi e trovare un messaggio e non capire bene il senso, vogliono un pezzo su Manchester, città della musica, e non capire, come mai adesso Manchester, la culla degli Oasis e gli Smiths, di Morrissey e i Joy Division e tanti altri, sì d'accordo ma che c'entra proprio adesso, comunque certo, certo che arriva il pezzo, è uno spunto come un altro, ma poi insospettirsi cercare e subito capire, subito scoprire come un treno in faccia al mattino (leggi anche: Manchester, la culla del jihadismo britannico).

COME A PARIGI, CONCERTO DI MORTE. Manchester come Parigi, l'Inghilterra euroallergica come la Francia eurofanatica, ma non serve a niente, non cambia niente. Un altro concerto della morte, un'altra replica. Quella parola che sembra più grande delle altre, “strage”: 22 morti, ma saliranno di certo, diversi bambini, 60 feriti. Attentato. Strage.

Manchester come Parigi. L'Europa non ha ancora capito cosa le è venuto addosso, non imparato niente se non la rassegnazione. Sui programmi con tutti che parlano per dir niente, per mascherare l'impotenza di chi non ha capito e non sa che fare, cosa dire, campeggiano sovrascritte come “zona di guerra”. Immagini di fiori. Rose. Rose di pietra. Siamo a Manchester.

UNA CITTÀ NELLA STORIA PER BAND E GENERI. Hanno colpito una città musicale. Carogne. Hanno colpito una città della musica. Hanno preso Manchester, che è diversa da Liverpool, diversa dalle città inglesi e americane del mito sonoro, anche se tutti le mettono in competizione, in correlazione. Ma Manchester è diversa, è uguale solo a se stessa, non scoppia di musica subito finita la guerra, aspetta e aspetta, raggomitolata, imbozzolata, aspetta non sa neanche lei cosa ma poi la sua esplosione è un parto deflagrante, una gestazione durata 30 anni, non è figlia della ricostruzione ma della crisi seguita all'espansione industriale.

Manchester è diversa, è uguale solo a se stessa, non scoppia di musica subito finita la guerra, aspetta e aspetta, raggomitolata, imbozzolata, aspetta non sa neanche lei cosa

Manchester la fredda, la piovosa, la grigia, la industriale, la urbana, la britannica del brutto e dei capannoni, delle fabbriche e dei giovani che si rompono i coglioni, crescono nel teppismo, aspettano qualcosa. E qualcosa finalmente arriva. Intorno alla metà dei Settanta, poco dopo, come racconta nel suo The North will rise again. Manchester music city il giornalista John Robb, la città si scrolla di dosso l'ombra di Liverpool, la nobile; prende al volo il tram del punk e comincia a macinare suoni per conto suo.

DAI JOY DIVISION A MORRISEY. I due concerti dei Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall del 1976 sono lo sparo, poi succede di tutto, e per tutti i gusti, ci sono i ribelli in giubbotto di jeans che confusamente odiano la Thatcher e ogni idea di futuro e di presente, quelli con fosche mitologie negli occhi, come Ian Curtis, leader dei Joy Division, che si toglie di mezzo quasi subito, gli incazzosi come Morrisey, i sensibili come Mick Hucknall dei Simply Red, c'è il soul pop bianco come il post punk che sfocia nella new age, si transita dalla dance alla rave e tutto, una volta tanto, veramente dal basso, per gemmazione, per imitazione, per spontaneismo.

IL CALCIO NON BASTAVA PIÙ. Sorgono locali, luoghi che sono insieme rifugi ed epicentri, la Factory Records, l'Hacienda, ma è dappertutto che si scopre un'aria nuova: le due squadre di calcio, lo United e il City, non bastano più a riempire i sabati di incazzature e di risse allo stadio, al pub o per strada, e quel qualcosa che tutti respirano, tra mille derivazioni, si coagula nel brit-pop di Happy Mondays, Stone Roses, Inspiral Carpets e infine Oasis, con quei due fratelli così terribilmente britannici, sempre in lite col mondo e fra loro.

Ian Curtis, leader dei Joy Division.

Ma Manchester è più dei Gallagher, più della loro presunta rivalità coi Beatles – quale, poi? -, è un posto dove la musica non smette più di fluire, alimentata da tensioni sociali, insoddisfazioni, reazioni spontanee e caotiche: qui i disadattati, i perduti occupano posti e li riempiono di vita grama, di contraddizioni ma anche di colori, qui l'ecstasy arriva e origina l'acid-house. 'Madchester' ha imparato a rimescolarsi, nella sua risacca restano impigliati suoni, tendenze, mode ma poi nuove ondate riscaricano a riva una schiuma carica di nuova energia, spumeggiante, schiumante, sabbiosa, ma viva.

QUI LA MUSICA È IN CONTINUA PRODUZIONE. Oggi Manchester non ha più molto dell'iconografia britannica, chiusa, disperata, chi la visita racconta di un luogo solare, elegante, cosmopolita, certo con i problemi delle metropoli, dei centri industriali condannati a ridefinirsi sempre nei moti ondosi e nelle risacche della globalizzazione, ma una città che non ha più smesso di produrre suoni, una città dove la musica è più di una colonna sonora, più di un'armonia tra i rumori del traffico e della vita, è continua polluzione, produzione e riproduzione di futuro, di cose che accadono, qui comperare i dischi, in vinile, su cd, invece di scaricarli ha ancora senso, più che altrove, i negozi di dischi restano le piccole cattedrali del gusto giovanile, con le liturgie, gli ex voto, le preghiere del caso al dio della musica. Un testimone che le generazioni si passano volentieri, memoria vibrante di quello che la città ha vissuto.

Qui, hanno colpito ancora. Forse senza pensarci, hanno inteso portare via tutto questo, cancellare la memoria musicale di Manchester, le sue continue esplosioni musicali con un solo botto. A un concerto. Questi terroristi sono gente che non può ammettere il rock, la musica, la libertà, perché sono stati allevati nell'odio di tutto questo, e l'odio è paura e invidia. Qui, a Manchester, partiva una rivoluzione musicale mentre nell'Iran dell'ayatollah Khomeyni partiva una rivoluzione teocratica, una controrivoluzione sciita, la nuova proibizione di tutto, anche della musica.

LA CITTÀ NON SMETTERÀ DI SUONARE. Hanno ammazzato 22 che ascoltavano musica, in mezzo anche bambini, ne hanno feriti sessanta a un concerto della popstar Ariana Grande. Perché l'Occidente è il grande Satana. Perché la musica è peccato, perché il mondo deve finire tutto sotto la sharia, perché così andranno nel paradiso delle vergini. Manchester si asciuga il sangue, ma quei terroristi non hanno fatto altro che un gesto atrocemente inutile. Manchester non smetterà di suonare, di comporre, di comprare dischi, di creare gruppi. Non smetterà se stessa, la sua ostinata libertà.

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