Virginia Raffaele Quelli 130830165833
25 Maggio Mag 2017 1530 25 maggio 2017

Virginia Raffaele e il vizio del grottesco

Le imitazioni di Facciamo che io ero sono muppet deformati. Nessuna indulgenza per i personaggi. Nessuna identificazione. Solo una sapiente esasperazione dei difetti. Che però rischia di stancare.

  • ...

Tutti pazzi per Virginia Raffaele; qualcuno – pochi - un po' meno. Eppure la sensazione di qualcosa che manca, già provata in passati passaggi sanremesi, s'è conclamata dopo la prima puntata del suo varietà personale, Facciamo che io ero. Qualcosa che manca: la levità, l'arguzia. Aldo Grasso, sul Corriere, l'ha promossa a metà, ha scritto bene dei nuovi caratteri, come la saccente, supponente Bianca Berlinguer; meno di certi cavalli di battaglia come la Ferilli o la Versace, che l'avrebbero tradita.

QUELL'«INSPIEGABILE REPULSIONE». La Raffaele, che proviene da famiglia circense, se ne porta addosso tutte le esagerazioni spettacolari che tuttavia, avulse dal contesto originario e trapiantate in quello televisivo, finiscono per infastidire, o, per dirla con Fulvio Abbate, per suscitare una qualche «inspiegabile repulsione». C'è, si potrebbe osservare, un eccesso di fisicità a scapito della psicologia, tutte le sue caricature sono anzitutto e violentemente fisiche, e perdono pezzi: occhi, orecchie, denti. È un trasformismo non della decadenza, come quello di Noschese, quanto del decadimento, della decomposizione. Non un po' meno vero dell'originale, per giocare col pubblico, per fargli capire che, alla fine, si scherza (e, scherzando, si finisce col dire la verità), ma molto più vero dell'originale, più brutto, più tetro, più miserabile. La Ferilli targata Raffaele, per dire, si risolve in una sorta di attempata fatalona da saloon, con i capelloni, le risatone, i dentoni, vagamente spaventevole.

Virginia Raffaele-Bianca Berlinguer.

Della showgirl Raffaele si lodano le abilità mimetiche, che senza dubbio ci sono. Ma vanno anche considerate le possibilità tecniche attuali, enormemente cresciute rispetto ai tempi di Noschese, la cui manicalità aveva molto dell'artigianale. Nella 36enne soubrette, imitatrice, attrice, conduttrice romana si avverte anche, neppure troppo in controluce, lo sforzo di essere più cattivi che divertenti, una sorta di esubero caricaturale che sconfina nella malignità, oltretutto compiaciuta, e che però rischia di risolversi nel contrario dell'originalità.

MASCHERE CIRCENSI. Se poi sia responsabilità della protagonista o dei suoi autori è difficile dire, probabilmente le ragioni vanno equamente spartite. Sta di fatto che ogni maschera della Raffaele è grottesca, a volte perfino grandguignolesca, stravolta, e quindi circense: il ceffo della Vanoni ultra80enne è spietato, suggerisce già umiliazioni corporali che la Raffaele, da parte sua, non fa niente per omettere, e neppure per ovattare: a lungo andare, anzi a breve andare, l'esasperazione rischia di esasperare.

L'Ornella Vanoni di Virginia Raffaele.

Da una interprete delle fisionomie umane, che poi diventano fisiognomica, uno si aspetta il colpo d'ala che spiazza, che ribalta un difetto o un vezzo in qualcosa di totalmente imprevedibile, la illuminazione che sfugge dal clone e ti indica il personaggio sotto una luce diversa, che non era stata mai considerata. Invece la pur dotata – e questo è indiscutibile – Virginia sembra fare sempre un po' lo stesso gioco crudele che qualcuno imponeva, qualcuno subiva a scuola: prendere il difetto e scatenarlo, gonfiarlo, enfatizzarlo fino a renderlo insostenibile. Viste così, le caratterizzazioni delle varie Mannoia, Murgia e le altre, proposte a Facciamo che io ero non lasciano mai intuire una sorta di affettuosa identificazione, un'ombra di indulgenza.

CREATURE ALLUCINANTI. Si percepisce sempre, forse a torto ma tant'è, come un retrogusto di disprezzo, di accanimento: non sono più esseri umani, diventano dei pupazzoni, dei muppet, più precisamente dei pupazzi umani, opportunamente disumanizzati. Ecco, l'universo mimetico di riferimento sembra essere proprio quello di Jim Henson, o anche di Bruce Bickford, prediletto da Frank Zappa per la sapienza con cui sapeva sfigurare le fisionomie umane. Guardare per credere: la Donatella Versace di Virginia Raffaele sembra sorella siamese di ThingFish, l'allucinante creatura mutante di zappiana memoria.

L'imitazione di Donatella Versace.

Di sicuro, un approccio così crudo, in una imitatrice, non si era mai visto, neppure nella Sabina Guzzanti più affilata, e questa probabilmente è la sua forza, il suo tratto distintivo, una chiave, se non la chiave, del successo. La sensazione, tuttavia, è che, a proposito di trasformisti, la vera grandezza stia nel lavorare in sottrazione, non sul parossismo; se questo è vero, qui di grandezza c'è più il fumo che l'arrosto.

QUALCOSA DI TROPPO E QUALCOSA CHE MANCA. "Qui", sia chiaro, riferito al programma, a quanto la protagonista ci mette e a quello che, invece, non riesce ad infilarci, vincolata dalla propria effervescenza. La sua capacità, vale la pena di ripeterlo, è indiscutibile: la Raffaele non sarà mai una mestierante confinata al tormentone, come quei guitti che, per incarnare Mike Bongiorno, ripetono senza requie quei due o tre tic lessicali - «eh... eh... è vero... siora Longari mi è caduta sull'uccello (frase mai pronunciata)... allegriaaa!», o si contorcono in quel modo improbabile, come Celentano non si è mai sognato di fare. Ma proprio per questo, al di là dello spasso immediato per un trucco o una trovata, resta una sensazione di irrisolto, di "si può dare di più”, forse anche di autoreferenzialità: Virginia che interpreta Virginia che fa qualcun'altra. Qualcosa di troppo, ma, soprattutto, qualcosa che manca.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso