Louis Ferdinand Céline 1932
28 Maggio Mag 2017 1500 28 maggio 2017

Céline, genio maledetto con cui la Francia non riesce a fare pace

Profetizzò una visione apocalittica di Parigi «ridotta a una Bisanzio invasa da turchi». E pessimismo sul destino dell'uomo sull'orlo del precipizio. Storia rivista di uno scrittore controverso.

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Era nato il 27 maggio del 1894 Louis Ferdinand Céline, lo scrittore “maledetto” con cui la Francia non riesce a fare pace. Neanche a 50 anni dalla morte, nel 2011, questo genio scomodo ha potuto meritare un degno omaggio: solo reverenze pudibonde, celate, senza strombazzamenti (del resto il parroco aveva rifiutato di benedirne la salma).

TRA CINEMA E GRANDE GUERRA. Céline (vero nome Louis Ferdinand Auguste Destouches) proveniva dalla piccolissima borghesia di provincia: il padre era un modesto impiegato, la madre una merlettaia. Ragazzino precoce, abituato ad arrangiarsi, autodidatta, a Parigi lavora come fattorino. Di notte se la spassa al cinema («la mia materia preferita, perpetuamente»). Allo scoppio della Grande Guerra si becca una ferita al timpano nella Fiandra occidentale e una medaglia al valore. Trasferito a Londra, ha una relazione con l’entreneuse Suzanne Germane Nebout, sposata nel 1916. Ma fu «un errore di gioventù».

LA PASSIONE PER LA MEDICINA. Segue un soggiorno nelle colonie francesi dell’Africa, dove è divorato dall’enterite cronica. Tornato a Parigi, si appassiona di medicina, convinto che «il pensiero medico, così bello, così generoso, sia l’unico pensiero veramente umano che forse esista al mondo». Consegue la laurea a Rennes, nel 1923, con una tesi intitolata "Vita e opere di Philippe Ignace Semmelweis". Lo scritto, più letterario che scientifico, è dedicato al medico ungherese ed ebreo scopritore delle cause virali dell’infezione delle puerpere.

Il "Viaggio" di Céline è antimilitarista, anticolonialista, anarchico, nichilista, il drammatico manuale di quel caos che, nell’Europa di primo Novecento, sembra avvolgere l’umano consesso

Stefano Lanuzza, autore

Nel frattempo ha sposato Edith Follet, da cui si separa nel 1925: «Non voglio trascinarti piagnucolosa e brontolona appresso a me». Troncare. Recidere. Non desidera fare carriera, ma vuole la libertà. Eccolo quindi in missione, per conto della Società delle Nazioni, a Cuba e negli Stati Uniti e poi a convivere con la danzatrice Elizabeth a Montmartre, dove finisce di scrivere il suo Viaggio al termine della notte («quattro ore di fatica al giorno per cinque anni…») pubblicato nel 1932 e accolto dai metaforici applausi di Jünger, Sartre, Bataille, Miller.

UNA PREDILEZIONE PER LE BALLERINE. Dopo Elizabeth arriverà un’altra ballerina, Lucette Almanzor, che gli resterà accanto fino alla fine, il primo luglio del 1961. Per le ballerine del resto Céline aveva una predilezione quasi allucinata: «In una gamba di ballerina riposano il mondo, le sue onde, tutti i suoi ritmi, le sue follie, i suoi desideri».

ACCUSE DI ANTISEMITISMO DA SARTRE. Il Viaggio rivoluziona il modo di scrivere e rompe tutti gli scemi narrativi tramandati. Per Stefano Lanuzza, autore di vari libri sulla figura e l’opera di Céline, è un libro «antimilitarista, anticolonialista, anarchico, nichilista, il drammatico manuale di quel caos che, nell’Europa di primo Novecento, sembra avvolgere l’umano consesso». E proprio di recente Stefano Lanuzza, con Marco Fagioli, ha curato una raccolta di scritti céliniani che comprende una sceneggiatura per l’attrice francese Arletty, un’intervista sulla scrittura e la replica alle accuse di antisemitismo lanciate contro Céline da Sartre (Arletty, Sartre e Louis Ferdinand Céline, Aiòn, 109 pagine, 14 euro).

Scomoda posizione quella dello scrittore anarchico: per lui se il bolscevismo è la peste, il nazionalsocialismo è il colera

Quando esce lo scritto di Sartre, Céline si trova in carcere accusato di collaborazionismo e reagisce con una prosa livida: «Ah lurida piattola schifosa, cosa ha osato scrivere? Piccola satanica schifenzia piena di merda, cosa non s’inventerebbe, il mostro, perché mi si assassini!».

SI DEFINISCE «TOTALMENTE ANARCHICO». Nel 1936 soggiorna nella Russia post rivoluzionaria e ne trae un sovrano disgusto per il comunismo realizzato, che gli ispira il libro Mea culpa, e la conclusione di essere «totalmente anarchico». Allo scoppio della guerra, le illusioni pacifiste di Céline si infrangono su uno scenario di fumo, morte e disperazione. Radio Londra lo bolla come collaboratore dei nazisti, ma le Ss lo giudicano un idolo della stampa ebraica e di sinistra.

TRASCORRE 14 MESI RECLUSO IN CARCERE. In Germania le sue opere sono proibite anche se sul suo Bagatelle per un massacro si accaniscono tutte le specie di avvoltoi. Scomoda posizione quella dello scrittore anarchico: per lui se il bolscevismo è la peste, il nazionalsocialismo è il colera. Quando in Europa tutto crolla è esule in Danimarca: «Sono povero, non ho più niente, mi hanno predato tutto, le decorazioni, le pensioni da mutilato, i diplomi di medico, i libri, tutto…». Arrestato per collaborazionismo, trascorre 14 mesi nel carcere di Vesterfangsel da dove si consola scrivendo alla sua Lucette: «Mangia bene, cerca di danzare. Questo mi dà forza…».

Orgoglioso come 36 pavoni, non traverserei la strada per raccogliere un milione caduto nel fango…

Céline su se stesso

Tornato in libertà nel 1947, lo troviamo medico a Meudon, nel tempo libero cura i suoi cani e i suoi gatti. Dai suoi pazienti, sporchi e afflitti, non prende denaro. Continua a scrivere: nella sua scrittura libera è il succo della sua dignità. «Orgoglioso come 36 pavoni, non traverserei la strada per raccogliere un milione caduto nel fango…». Disprezza i giochi del parlamentarismo, dove si trovano a loro agio le «cacature d’eunuchi».

SI DIFENDE DALL'ACCUSA DI VIOLENZA. Un tratto che lo ha reso simpatico alla destra, che lo coccola come icona della rivolta antimaterialista, megafono della derisione del verbo progressista: «Mi avvedo che l’uomo è diventato più inquieto in quanto ha perduto il gusto delle favole, venera l’esatto, il prosaico, il cronometro, il ponderabile. Ciò non si addice alla sua natura». Difende la sua scrittura dall’accusa di violenza. In un’intervista del 1957, presente appunto nella raccolta di scritti curata da Fagioli e Lanuzza, afferma: «Io non mi vedo affatto violento, nemmeno un po’… non sono mai stato violento. Dire semplicemente che si sta per cadere in un precipizio… è violento?».

C’è ben poca leggerezza nell’uomo. È pesante, no? Ora poi è straordinario nella sua pesantezza… A partire dalle automobili… l’alcol, l’ambizione, la politica, lo rendono pesante…

Céline

La moglie racconta così i suoi ultimi giorni: «Girava vestito con una palandrana tenuta su con una corda, era una specie di pulcinella che metteva, perché negarlo, un po’ paura. Ormai quasi non mangiava più. Saltava a piè pari pranzi e cene; aveva solo una grande passione per i croissant… scriveva nelle poche ore mattutine in cui non lo affliggevano le emicranie sempre più forti».

ATTESA PER UN POSSIBILE RISCATTO. L’ultima opera, Rigodon, finisce con la visione apocalittica della Francia «ridotta a una Bisanzio invasa da turchi o a un mondo di ombre percorso dalle dilaganti moltitudini di cinesi famelici…». Profezie. Pessimismo su come l’uomo è ridotto e attesa per un possibile riscatto: «C’è ben poca leggerezza nell’uomo. È pesante, no? Ora poi è straordinario nella sua pesantezza… A partire dalle automobili… l’alcol, l’ambizione, la politica, lo rendono pesante… Tutto quello che fa è estremamente pesante… Vedremo forse un giorno la rivolta dello spirito contro il peso… Ma non è per domani…».

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