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1 Giugno Giu 2017 1125 01 giugno 2017

Rolling Stones, i 70 anni di Ron Wood

Gli esordi. L'amicizia con Keith Richards. E poi via, sull'ottovolante della band, tra abusi e pazzie entrati nella mitologia del rock. Che dire: Happy Birthday mister Wood.

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Settant'anni fa a Londra nasceva un bambino con un gran naso e una cresta di capelli corvini talmente assurda che un giorno riuscì a scandalizzare Groucho Marx: «Bè? Sei un uomo o un pollo? Fuori da casa mia!». quella di Ronald David Wood era una stirpe di zingari d'acqua: mentre il suo amico Keith sarebbe diventato il padre di Johnny Depp nei Pirati dei Caraibi, lui, Johnny l'avrebbe benissimo potuto impersonare in Chocolat: quel non fermarsi mai di chiatta, trascinati dalla corrente del fiume. Ma c'era stata la guerra di mezzo, e la sua gente decise di fermarsi: «Sarà il primo di noi a diventare uno zingaro di terra».

LA PARENTESI DEL JEFF BECK GROUP. Una ventina d'anni dopo, anche meno, da sotto il palco una voce nera, molto autorevole, diede un consiglio a Jeff Beck: «Dai più spazio al bassista». Era la voce di Jimi Hendrix, al quale il modo che aveva quel ragazzino di costruire linee sinuose e spiazzanti, apparentemente slegate dal tema, quasi un contrappunto, non dispiaceva affatto. Ma il Jeff Beck Group dopo un paio d'album epocali si sciolse per il caratteraccio del leader e il nostro nomade ricominciò a vagare per i mari del rock. Nel gruppo precedente c'era un altro bel tipetto, uno che nella vita aveva fatto il becchino prima di finire in mattatoio, e aveva una voce da soul bianco fenomenale: passato alla chitarra, farci un gruppo, con Rod Stewart, fu un attimo. E lo chiamarono Faces.

QUEI MESI A CASA CON KEITH. Erano bravi, potevano arrivare molto in alto, ma erano anche dei cazzoni senza speranza e dopo qualche album piuttosto interessante, particolarmente quello che aveva la maschera di Petrolini in copertina, Oh La La, i guai esplosero in schegge di eco: mentre Rod, deciso a diventare superstar, incise album paralleli per conto suo, il nostro zingaro si guardò intorno: nel giro suonò con tutti, era amico di tutti, particolarmente di Keith Richards. «Venne a casa mia e doveva fermarsi una notte», raccontava, «ci restò quattro mesi, una roba da far cadere le palle». Keith però seppe sdebitarsi: aiutò il suo ospite a fare «il suo disco da solo»; poi prese It's Only Rock And Roll, che era nata nella magione del nostro bizzarro nomade, con David Bowie ai cori e Mick Jagger in regia, e, spietatamente, cancellò tutte le chitarre acustiche del padrone di casa. Con amici come questi, chi ha bisogno di nemici?

Ron Wood e Keith Richards.

Ma i Rolling Stones hanno saputo sdebitarsi: quando Mick Taylor, distrutto dopo cinque anni di giostra infernale, abbandonò, loro avviarono le consultazioni per il sostituto: sfilarono i migliori, tra i quali Harvey Mandel, Wayne Perkins, lo stesso Jeff Beck, perfino Eric Clapton che si lamentò col suo amico zingaro: «Perché hanno scelto te se io sono più bravo?». «Lo so, Eric, amore, ma tu con questi non devi solo suonarci: devi viverci». Infatti: e non era facile, anzi dentro e intorno agli Stones si crepava che era un piacere, si cascava come le mosche. Non il nuovo arrivato, “il piccolo”, che subito si sintonizzò all'andazzo corrente: scoprì presto che era tutto fuori misura - «Perché ora», gli spiegò Keith sul jet privato, «sei sul serio in una rock band del cazzo». Tutto eccessivo, compresi gli eccessi. Il ragazzo bizzarro, sempre allegro e stralunato, con un talento per la musica e un altro per la pittura, sprofondò in tutti i vortici: della droga, dell'alcool, della follia. Ma sembrava catafratto, non accusava i colpi, suonava, rideva e teneva botta; se aveva un calo di forma, come quando si addormentava in piedi, come un cavallo, nel bel mezzo di un concerto, ci pensava Keith a svegliarlo a pugnoni sotto gli occhi di 100 mila esterrefatti. Disse Charlie Watts: «Riesce a suonare subito di tutto, come faceva Brian [Jones], solo che ha la capacità di concentrazione di un moscerino: fatto quel poco, lui se ne va».

«CON GLI STONES CI DEVI VIVERE, NON SOLO SUONARE». «Ci devi vivere, non solo suonare». Lui si adeguava perfettamente e andava perfino oltre, in tour la sua era la stanza più temuta dell'hotel «perché è come il salone delle feste»: dentro, poteva capitare di tutto, come quando convinceva i suoi stonatissimi ospiti a fumare da un calumet una miscela di pellicine e unghie dei piedi (suoi) mescolate ad altre ancor meno riferibili sostanze. Era il giro del 1981, dove nel backstage succedeva la qualunque, pitoni nei cessi, capre nei camerini. Così vivevano i Rolling Stones e così girava il mondo il nostro zingaro, che in quel momento non era più né di acqua né di terra: a metà Anni 80 noleggiava jet per le feste in cielo, spendeva l'equivalente di 160 milioni di lire al mese ma non pagava le bollette: una mattina la colf scoprì, basita, una specie di insalatiera ricolma di 2 chili di fatture, diffide, multe, intimazioni, tutta roba intonsa.

Certo, la sensazione è che il suo apporto musicale avrebbe potuto andare oltre, che, un po' per il carattere, un po' per la (saggia) scelta di mettersi a disposizione della band anziché contrastarla egli desse meno di quel che avrebbe potuto. Ma le cose andarono così, comprese le risse furibonde dell'amico del cuore Keith, che lo minacciava con la pistola. «Ma ne avevo una anch'io», diceva lui. Oppure gli saltava alla gola, tentando di strangolarlo. O, ancora, dopo un turno in sala d'incisione di 48 ore filate, se lo andava a riprendere in camera buttando giù la porta «perché nessuno dorme se io sono sveglio».

UN CONTINUO REHAB. Ci devi vivere, con questi. Negli Anni 90, dopo «la terza guerra mondiale», quella tra Jagger e Richards, che proprio il nostro eroe, da “ufficiale diplomatico di collegamento” aiutò a ricomporre, la musica riprese e così le avventure, folli e inesorabili. Come quando rischiò di morire per un incidente d'auto che gli fracassò entrambe le gambe; o, peggio, arso vivo sullo yacht del chirurgo plastico dei vip, Ivo Pitangui, l'inferno di fiamme nel mezzo del mare. Oppure quand fu costretto a dare “in pegno” la moglie, Jo, a una gang di narcos colombiani che, giustamente, avendo fornito la merce, non accettavano di fare la fine delle bollette nell'insalatiera. Fu sempre lei, che gli stava vicino nel va e vieni dalle cliniche di riablitazione, che la nostra ormai matura rockstar smaltì d'abitudine. Esemplare una a inizio anni Duemila: per festeggiare la rimessa a nuovo, andò a cena con la moglie e l'amica top model Kate Moss, anche lei un tipetto che te la raccomando. Due ore dopo, finì con il “riabilitato” sotto al tavolo che tentava di azzannare le caviglie di entrambe. Lo riportarono dritto dove era uscito la mattina e gli infermieri non ci potevano credere, reagirono alla Lucio Battisti: ancora tu? Ma non dovevamo vederti più?

KEITH, LA PALMA E LA SVOLTA. Bella riconoscenza, dopo l'ennesima rimessa a punto, accorgersi che la moglie era “improvvisamente invecchiata”: per forza, a paragone della nuova fiamma, una barista russa di 19 anni... Gli amici prendevano in giro Ekaterina: «Ma che ci fai con quel vecchietto?». Due anni dopo fu lei che, orribilmente avvizzita, decise di mollare il colpo, per salvarsi la vita: non ce la faceva più, l'ottovolante dei Rolling Stones era micidiale, il suo “ragazzo” aveva cercato di strangolarla in mezzo al traffico, al colmo di una crisi di astinenza. Sembrava irrecuperabile, invece successe qualcosa. Keith si spaccò la testa cascando da una palma (e se vi chiedete perché diavolo una rockstar di 63 anni debba arrampicarsi su una palma, allora non avete capito niente). Si riprese, ma non fu più quello di prima. Soprattutto sul palco. E allora il nostro gitano se ne prese carico. Il principe dell'irresponsabilità diventò affidabile: adesso era lui a fare il doppio lavoro, a tenere insieme il suono e insieme divagava di assoli, di licks. «Non ha mai suonato così bene», dicevano i compagni. Mick voleva cacciarlo, a un certo punto, ma Keith non aveva mai smesso di scommettere sulla sua maturazione: aveva dovuto quasi accopparsi, ma alla fine il vecchio ragazzo mise la testa a posto. Si era perfino sposato, con Sally, che un anno dopo, gli diede due gemelle. Padre a 69 anni, che vuoi di più?

L'AVVICINAMENTO A CUBA. L'eterno zingaro, che in vita sua non ha mai guardato al passato e non si è mai preoccupato del futuro, era cambiato, ma in fondo era sempre lo stesso. Nel film Ole Ole Ole, che racconta la marcia di avvicinamento degli Stones a Cuba attraverso nove Paesi dell'America Latina per altrettanti concerti, si aveva la misura di quanto tutto negli Stones fosse fuori misura, sproporzionato fino al parossismo: non era un concerto, era piuttosto una occupazione militare, le stesse autorità dell'isola erano nel panico, non riuscivano a gestire contemporaneamente due eventi come gli Stones e Obama: loro accettarono di rinviare, ma quando fu il papa a presentarsi, allora s'incazzarano. «Ha una bella faccia tosta», sbottò Keith, «a dirmi quando e dove suonare: per quanto ne so, non è il papa il mio manager».

LO ZINGARO DELLA TERRA. Nel film, il piccolo, il nuovo arrivato, quello che con gli Stones “ci vive” da 41 anni, brillava per zingaraggine: in ogni angolo di Sud America ha qualche amico che lo aspetta, lo abbraccia, lo ritrova, lo accoglie per suonare, per dipingere. Lo zingaro di terra è diventato zingaro della terra, intesa come Pianeta. Ha anche smesso con tutto, perfino di fumare. E, come sempre accade a chi ha abusato di ogni abuso, i guai arrivano quando non abusa più: pochi giorni fa, un nodulo polmonare, preso e sconfitto sul nascere. Lui è uscito dalla clinica che era tutto un sorriso, uno scherzo, un lazzo. «Preoccupato? Ma no, preoccupato di che? Abbiamo un album da finire, abbiamo i concerti in Europa in autunno, non vedo l'ora di suonare, Dio, non sto nella pelle». Tanti auguri, mister Ronald David Wood, per gli amici Ronnie, per gli intimi Ron. Ti vogliamo un sacco di bene, ma anche te, non sei mica normale.

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