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3 Giugno Giu 2017 0900 03 giugno 2017

La negazione dell'informazione, tragica farsa alimentata dalla Rete

Si riempie il web di parole, ma non si può più parlare. Il giornalismo, per paura, viltà, opportunismo o spaesamento si è messo a fagocitare se stesso. Problema più urgente degli algoritmi che scrivono da soli.

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Rete dei controsensi, Rete dei paradossi: a forza di poter dire tutto di tutto, va a finire che non si può più dire niente su niente. La tirannide della maggioranza di tocquevilleiana memoria si esalta sul web, dove di maggioranza ne basta una, anche molto relativa, di cazz***i per soffocare qualsiasi spunto, idea, trovata, opinione di una qualche fondatezza. Dolce & Gabbana inventano una scarpetta da tempo libero per ragazzine con su la scritta “thin and gorgeous”, sono magra e sono meravigliosa, e immancabili partono i flatus voci degli scandalizzati per mestiere: come sarebbe, qui si esalta l'anoressia, allora le cicciottelle, sacrilegio, non c'è parità. Perché nella Rete multiforme, altro paradosso nel paradosso, bisogna appiattire tutto, livellarlo con la mannaia dell'uguaglianza e del politicamente corretto, cioè una sorta di totalitarismo moderno.

DELIRI DI COMPLOTTISMO. Ora, non è chiaro se i due stilisti avessero in mente la malizia della magrezza malsana, può anche darsi, in ogni caso ci vuole una mente inquisitoria per certificarlo. Ma siccome le menti malate ci sono e internet le coltiva col delirio di onnipotenza e di complottismo, si arriva a questi processi alle intenzioni, dopodiché renderli virali, cioè scatenare un'epidemia di scemenza, è un attimo. Così per tutto. Uno è per i vaccini, per il buon senso, per il rispetto della scienza e dei competenti? No, criminali, i figli alleviamoli con le bacche e il piscio, facciamoli ammalare così si fortificano, in ossequio all'imperituro detto “quel che non ammazza irrobustisce”. Uno vale uno. Solo che c'è sempre qualcuno che strepita più forte, gli uno diventano falange, impediscono l'espressione, si parli di cantanti, di politica, di fisica dei quanti. Un effetto ormai evidente, sul quale ormai si pontifica, ci si mette in mostra, ma tuttora per discuterne gli aspetti superficiali.

ODIO, FANGO E TRAGEDIE. È destino che le emergenze profonde vengano colte sempre in ritardo, all'inizio della grande avventura del (e soprattutto nel) web, e per i successivi 20 anni, si garantiva sulla democraticità di internet in base al principio della quantità che diventa qualità, si osservava estasiati che “siccome la Rete non vuole barriere, tutti sono uguali e spariscono le gerarchie”. Era facile cogliere il vizio di questo ragionamento, ma per ammetterlo le gogne sarebbero dovute salire di livello, travolgere politici e giornalisti vip: allora, ma solo allora, qualche piccolo padreterno realizzò che la Rete non era il migliore dei mondi possibili, siccome infastidiva lui; fino a quel momento, l'universo di poveri cristi senza nome faceva massa ma non casistica, si liquidavano odio, fango e tragedie come “effetti collaterali, aneddoti secondari”.

Più la Rete “autorizza” a esprimersi, più la Polizia del Verbo nega espressioni e locuzioni, stabilendo che certi vocaboli non vanno adoperati

Se qualcuno chiedeva tutela per via giudiziaria il giudice regolarmente se la cavava osservando: “Di queste cose io non ci capisco niente, e poi me ne dicono, anche a me...”. Insomma, faceva giurisprudenza sul metro personale. Da parte sua, la Polizia Postale si arrestava alla complessità, al non possiamo risalire, al “siamo pieni di lavoro”, un serpente virtuale che si mordeva la coda. Poi, salendo di casta la dinamica perversa, le cose sono cambiate, le tutele, pure, anche in Rete qualcuno era più uguale. Ma fosse solo una questione di hater, gli “odiatori”, frustrati con poca compagnia e troppo tempo vuoto, fosse solo una faccenda di gogne e di litigi - perché la pace nel mondo è bella da cantare ma non ha mai regnato né nel mondo reale né, tanto meno, in quello virtuale -, fossero solo queste faccende ormai trite e ritrite, non varrebbe più la pena di parlarne, se non per chiarire un equivoco.

OPINIONE O IMPEDIMENTO? Più la Rete “autorizza” a esprimersi, più la Polizia del Verbo nega, particolarmente in Rete, espressioni, locuzioni, parole, stabilendo in modo autoritativo che certi vocaboli non vanno adoperati (altrimenti scatta l'esilio, più o meno temporaneo), certi pensieri non vanno maturati, altrimenti è oppressione, violazione, mancanza di rispetto, assenza di tutela. L'equivoco sta nel confondere opinione con impedimento, espressione con violazione di chissà quale diritto: io non impedisco a nessuno di girare, se crede, col sedere per aria a vivaci colori, ma devo poter essere libero di pensare, e anche di affermare, che il sedere per aria non mi pare una cosa adeguata, un atteggiamento congruo; criticare non è impedire, ragionare non è opprimere, se mi viene tolta questa possibilità siamo di fronte a una censura che si pone, ipocritamente, come tutela, una censura nel nome della libertà. E poco importa se la religione si chiama “politicamente corretto” e impone i suoi dogmi, i suoi totem dall'ambiente ai migranti ai comandamenti sociali ai sistemi elettorali.

CENSURA PSEUDOLIBERTARIA. Ora, la Rete ribolle di politicamente corretto, e, di conseguenza, di odio, e, di conseguenza, di censura pseudolibertaria. Ma il problema è più profondo e investe direttamente la facoltà, che poi è un diritto-dovere, di informare. La colata lavica di commenti infami, di odio, di provocazioni, di prevaricazioni che investono chiunque azzardi una critica, una stroncatura, una analisi, non lascia scampo ed è torrenziale per qualsiasi soggetto, argomento, riflessione. Se tocchi un cantante bollito, ti piovono addosso minacce di morte; se sindachi l'operato di una sindaca, ti annunciano che finirai nella spazzatura, reparto raccolta indifferenziata; se porti prove che un luogo comune è radicato quanto inconsistente, vieni associato alla sfera degli infami; se esprimi una preferenza per chiunque, arriva “un uragano di fuoco incrociato”. Ne deriva una dittatura nella dittatura, che è quella del conformismo.

Nella migliore delle ipotesi è giornalismo impaurito, che dipende dal like, il favore del pubblico e si adegua di conseguenza

Perché la colata lavica non è fine a se stessa e, anche ammettendone l'irrazionalità, è meno istintuale di quanto appaia. L'intento, in altre parole, non è odiare per odiare, la noia dell'invidia o la frustrazione alimentata dalla frustrazione (io sono meglio di lui, dovrei essere al suo posto). No, il vero obiettivo è impedire la critica ragionata, ovvero soffocare il mestiere di informare. Qualcosa che va oltre l'”uno vale uno”, l'università della strada che soppianta l'ateneo certificato da una laurea. La Rete, in altre parole, con la sua anarchia organizzata ha alimentato una percezione del giornalismo come qualcosa che non può, non deve permettersi rilievi o critiche: “se non ti piace, non ne parlare”, “se non ti va, stai alla larga” sono tutte formule che tradiscono una sensibilità censoria.

UN UNICO GIORNALISMO POSSIBILE. Si impone qualcosa che fino a ieri si praticava, sì, ma con un po' di vergogna, come la negazione etica e professionale del mestiere: oggi, il giornalismo come puramente agiografico o pubblicitario viceversa sembra essere l'unico possibile, la finta informazione scandalistica promossa a informazione globale, il servilismo per la Maria di turno un atto obbligatorio che può aprire porte per un ingaggio personale o almeno un rosario di interviste a loro volta sponsorizzanti, beatificanti. Tutto deve essere costruttivo, tutto deve pretescamente offrire il lato positivo, chi critica è un deviato, chi è insoddisfatto deve farsi curare, chi vede quello che c'è è un “rosicone” mentre chi trova quello che non c'è, ma che la pubblica opinione pretende ci sia, viene premiato. Ma questo non è più informare, è falso giornalismo, è comunicazione visionaria, lunatica.

LA DITTATURA DEI LIKE. Nella migliore delle ipotesi è giornalismo impaurito, che dipende dal like, il favore del pubblico e si adegua di conseguenza, ne fiuta gli umori, impara a non andargli contropelo (ed è inutile mentire: i pochi pollici in su di Facebook, i commenti carogna infastidiscono sempre chi per mestiere si compromette, chi porta il fardello di una opinione spassionata, a tutti piace sentirsi apprezzati, anche più del lecito). Si riempie la Rete di parole, ma non si può più parlare: un bel tacer comincia a essere scritto eccome. Il giornalismo, per paura, per viltà, per opportunismo o spaesamento si è messo a fagocitare se stesso, nella totale indifferenza, anzi va bene così, è così che deve andare. La Rete sta alimentando una farsa tragica, la negazione dell'informazione, ma a tutti sembra stare bene. Un problema più grave, più urgente degli algoritmi che cominciano a scrivere i pezzi da soli. O forse suo diretto discendente, ma nessuno ci fa caso.

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